Usa e sauditi nascondono la pistola fumante dell’11 settembre per interesse. E ad Hannover…

Di Mauro Bottarelli , il - 36 commenti

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Se lo scopo della visita di Barack Obama in Arabia Saudita era quello di capire il reale grado di irritazione della Casa reale nei confronti della politica estera americana, allora possiamo dire senza timore di smentita che si è trattato di un vero successo. Non solo il Re Salman ha disertato l’arrivo del presidente Usa all’aeroporto, inviando in sua vece il governatore di Ryad e il ministro degli Esteri ma lo stesso regnante poco dopo si è fatto riprendere dalle telecamere mentre attendeva alla fine della scaletta dell’aereo tutti i rappresentanti dei Paesi del Golfo in arrivo nella capitale saudita, con tanto di stretta di mano. Il quotidiano tedesco Der Spiegel ha così sintetizzato la situazione: “Oggi è diventato chiaro a tutti quanto Obama abbia irritato i sauditi, si è trattato davvero di un benvenuto molto freddo”.
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Ma non basta, perché mentre Obama nel corso della conferenza stampa di ieri pomeriggio parlava genericamente di lotta all’Isis, chiedendo maggior impegno a tutti, l’ex capo dell’intelligence saudita, il principe Turki Al-Faisal, rilasciava la seguente dichiarazione alla CNN: “Ci dovrà essere una ricalibratura delle nostre relazioni con l’America. Quanto può proseguire la nostra dipendenza dall’America, quanto ancora possiamo far affidamento sulla lealtà della leadership americana, cosa rende questo nostro rapporto un beneficio per l’Arabia?”. E se immediatamente Bruce Redel, ex funzionario della Cia e direttore dell’Intelligence Project del Brookings Institute, ha sottolinato che “nonostante tutte le differenze, Arabia e Usa non divorzieranno, perché hanno bisogno l’uno dell’altra”, il clima tra i due Paesi appare tutt’altro che sereno. Anzi, il fatto che Obama sia ormai a fine mandato non tranquillizza affatto Ryad, visto che alla Casa Bianca c’è la possibilità che arrivi l’artefice di quella politica estera che i sauditi tanto hanno combattuto, ovvero Hillary Clinton.
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In primis, Ryad non ha digerito l’accordo sul nucleare iraniano. Tanto che quando questo era ancora alle fasi iniziali, nel 2013, per dimostrare tutta la propria irritazione, l’Arabia ha rifiutato un seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu, dopo aver dato vita a un’operazione di lobbying enorme pur di ottenerlo. Inoltre, i sauditi non hanno digerito la gestione statunitense delle cosiddette “primavere arabe”. A partire dall’invasione dell’Iraq, la quale non solo ha portato alla caduta di Saddam Hussein ma ha aperto la porta a una maggioranza di governo sciita nel Paese. Stesso discorso per l’Egitto, visto che dopo la caduta di Mubarak, Ryad accusò Washington di aver tradito un alleato Usa. Senza scordare, poi, il percepito compiacimento Usa nei confronti dell’avanzata diplomatica e non solo dell’Iran in contesti come la Siria, il Libano, lo Yemen e appunto l’Iraq. Non a caso, nel 2014, quando la città di Mosul cadde per un assalto fulminante dell’Isis, l’allora ministro degli Esteri saudita, principe Saud al-Faisal, disse chiaramente quanto segue a John Kerry, il segretario di Stato Usa: “L’Isis è la nostra risposta sunnita al vostro supporto verso il partito al governo in Iraq, allineato a Teheran”. Ops.
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Ora, poi, c’è il nodo della legge – “Justice Against Sponsors of Terrorism Act (JASTA) – che non solo renderebbe pubbliche le 28 pagine secretate del report della Commissione d’inchiesta sull’11 settembre, quelle che proverebbero le responsabilità saudite nell’attacco ma che permetterebbe alle famiglie delle vittime di trascinare Ryad in tribunale, visto che verrebbe annullata l’immunità per governi che abbiamo ucciso cittadini statunitensi su suolo Usa. Stando al New York Times, l’Arabia avrebbe minacciato Washington di scaricare 750 miliardi di Treasuries dalle proprie detenzioni di assets Usa, in caso quella legge passasse.
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Ma Ryad ha davvero tanti assets Usa da poter vendere? Come sapete, le detenzioni saudite godono di una segretezza che non è permessa a nessun’altro ma come ci mostra questo grafico
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l’Arabia figura a livello di detenzioni Usa in un gruppo denominato “Asian exporters” di cui fanno parte anche Bahrain, Iran, Iraq, Oman, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Alla fine di gennaio, questa categoria aveva securities Usa per una controvalore di 563,6 miliardi d dollari, con Treasuries e titoli azionari che pesavano per il 92,2% del totale. A livello di T-bills, il controvalore era di 286,2 miliardi di dollari. Ma questo grafico
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ci mostra come molti di quei Paesi detengano assets in altri Paesi: a febbraio, i cinque maggiori centri di custodia istituzionali detenevano securities del Tesoro Usa per 1,1 trilioni di dollari. Ora, al netto che l’Arabia potrebbe detenere all’estero parte dei suoi assets Usa, bisogna ricordare che sul finire del 2015 e all’inzio di quest’anno Ryad è già stata venditrice netta di securities statunitensi per finanziare il suo deficit di budget, al netto del collasso degli introiti da petrodollari. Insomma, sicuramente non ha 750 miliardi da scaricare ma l’atteggiamento Usa ci dice che le detenzioni sono comunque tali da poter far male.

Tanto più che Ryad non ha solo un’enorme macchina della comunicazione e dello spin politico operativa in Usa, come ci mostra questa tabella
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ma può contare anche su otto aziende americane che lavorano nel campo legale, della consulenza e del lobbyismo parlamentare per evitare che la legge per le vittime dell’11 settembre possa vedere la luce. Cinque di queste lavorano direttamente per l’ambasciata saudita, mentre altre due – Podesta Group e BGR Group – sono registrate come rappresentanti del Center for Studies and Media Affairs presso la Corte reale saudita e l’ottava, il gigante delle pubbliche relazioni Edelman, lavora ufficialmente per la Saudi Arabian General Investment Authority al fine di incoraggiare investimenti internazionali. Ma il perno di tutto ruota attorno al Podesta Group, il quale si autodefinisce “un team bipartisan di massimo livello per l’avvocatura globale e la comunicazione strategica”. E sanno il fatto loro, perché quella che segue è una lista dei clienti che hanno servito negli ultimi anni: BAE Systems, BP, Credit Suisse Group, Financial Industry Regulatory Authority, General Electric, KKR & Co, Lockheed Martin, Monsanto Co, Wal-Mart Stores e Wells Fargo.
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Interessante appare poi il fatto che il fondatore e presidente della ditta, Tony Podesta, sia fratello del capo della campagna elettorale di Hillary Clinton e già capo di gabinetto di Bill Clinton, John Podesta. E quanto frutta l’assistenza specializzata degli interessi sauditi alla Podesta? Qualcosa come 140mila dollari al mese per servizi resi nell’ambito delle pubbliche relazioni. Ma non solo i soli. La DLA Piper riceve 50mila dollari al mese da Ryad e in cambio fra settembre scorso e la fine di febbraio ha inviato centinaia di email ad altrettanti membri dello staff di deputati e senatori, richiedendo incontri e sensibilizzando su materie riguardanti gli interessi di sicurezza nazionale di Usa e Arabia.
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E che dire dello studio legale Hogan Lovells, di cui fa parte l’ex deputato repubblicano, Norm Coleman, il quale per la modica cifra di 60mila dollari al mese tra lo scorso settembre e febbraio ha ottenuto incontri con i senatori repubblicani Bob Corker, Richard Burr, John McCain, Dam Sullivam Ed Royce e con i democratici Dick Durbin e Eliot Engel. Ed ecco infine la MSL Group, agenzia di pr e consulting, la quale ha ricevuto da Ryad (sua affezionata cliente dal 2002) qualcosa come 7,9 milioni di dollari solo lo scorso anno: suo compito, far passare un’immagine positiva della campagna militare in Yemen e dell’alleanza con gli Usa in generale. Ma non basta, perché una sussidiaria del gigante petrolifero di Stato, la Aramco, non solo è accreditata al Congresso come rappresentante degli interessi sauditi ma a settembre dello scorso anno ha organizzato un evento di lobbying a Washington costato 2 milioni di dollari.

Capite da soli che con un esercito simile a curare i suoi interessi negli Usa, l’Arabia Saudita può dormire sonni tranquilli. Questo anche se l’altro giorno il Times ha sparato in prima pagina quella che potrebbe essere la “pistola fumante” delle responsabilità saudite nell’11 settembre. Stando al report, Ghassan Al-Sharbi, un saudita divenuto poi l’artificiere di Al Qaeda, avrebbe preso lezioni di volo insieme ad alcuni dirottatori dell’attentato in Arizona, anche se non avrebbe poi preso parte all’azione che uccise 3mila persone fra New York e il Pentagono. Fu catturato in Pakistan nel 2002 e spedito in custodia a Guantanamo: stando a un meno statunitense, conosciuto come “documento 17”, scritto nel 2003 e declassificato lo scorso anno, l’Fbi sapeva che Ghassan Al-Sharbi aveva seppellito una pila di documenti subito prima della sua cattura.
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Bene, il “documento 17” è di fatto una mini-versione delle 28 pagine secretate del dossier della Commissione d’inchiesta sulle stragi e al suo interno ci sarebbe qualcosa di davvero scomodo: il certificato di volo di Ghassan Al-Sharbi era in una busta dell’ambasciata saudita di Washington. Un qualcosa che il governo Usa sa da 13 anni e di cui invece la pubblica opinione, comprese le famiglie dele vittime, è rimasta all’oscuro in nome di interessi economici e geopolitici superiori. Lunedì Obama sarà ad Hannover con alcuni leader europei per un vertice informale su terrorismo e immigrazione, casualmente organizzato quando il presidente Usa era già in Arabia Saudita: scommettiamo che da quella riunione in terra tedesca uscirà un’agenda filo-sunnita e anti-iraniana?

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