Lo scontro Schaeuble-Draghi sul QE nasconde la verità. E’ solo un salvataggio del mal-investment

Di Mauro Bottarelli , il - 5 commenti

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E’ guerra, tutt’altro che sotterranea, tra Germania e Mario Draghi. Per l’esattezza, il conflitto è tra la “pancia” dei due partiti di centrodestra – CDU e CSU – capeggiati dal ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble e il governatore della Bce. I primi attaccano le politiche espansive dell’Eurotower, soprattutto la scelta dei tassi negativi che a loro dire sta colpendo i risparmiatori tedeschi ma soprattutto la profittabilità delle potenti sparkassen, mentre il secondo ha detto chiaro e tondo che la Bce opera per tutta l’eurozona e non solo per la Germania, rimarcando come non siano i politici a dettarne l’agenda bensì il mandato in ossequio alla stabilità dei prezzi. Chi ha ragione? Il fatto che due teste d’uovo come il capo dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem e la numero uno dell’FMI, Christine Lagarde, si siano immediatamente schierati al fianco di Draghi mi farebbe propendere per una difesa d’ufficio di Schaeuble ma vediamo un po’ cosa è successo giovedì scorso all’ultimo Consiglio direttivo della Banca centrale europea.
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Giovedì la Bce ha infatti annunciato i criteri per l’acquisto dei corporate bonds all’interno del programma di acquisto di assets e l’orientamento dell’Eurotower è stato di mettere pochi paletti, in modo da non restringere il mercato potenziale di riferimento e questo grafico
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ci spiega plasticamente il perché: tolti i bond finanziari, quelli subordinati e quelli legati al credito al consumo, la platea eligibile all’acquisto scende da 1,6 trilioni di controvalore a 554 miliardi e l’arco temporale di acquisto è ancora lungo (marzo 2017, ufficialmente), soprattutto con l’ampliamento dello shopping da 60 e 80 miliardi al mese. La Bce ha indicato come acquistabili i bond che abbiano almeno un rating investment grade, ovvero non inferiore a BBB-. Quindi, guardando in casa nostra, chi potrà essere acquistato?
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Telecom, ad esempio, la quale è seguita da tre agenzie: Standard & Poor’s ha un rating BB+ e un outlook stabile (sotto l’investiment grade); Moody’s un rating Ba1 e un outlook negativo (sotto l’investment grade); Fitch BBB- e un outlook stabile (investment grade). Quindi, Telecom risponde ai criteri della Bce, grazie al rating investment grade assegnato dalla sola Fitch, casualmente controllata al 50% dell’azionariato dalla finanziaria francese Fimalac: il gruppo di telecomunicazioni, ormai di fatto francese vista la scalata di Vivendi, ha un costo medio del debito pari al 5,3% e una scadenza media intorno a 7 anni e mezzo e su circa 30 miliardi di debito a lungo termine, le obbligazioni rappresentavano circa 23,5 miliardi di euro a fine 2015. Al netto di questo, la decisione della Bce sarebbe di ricomprare fino al 70% dell’importo dei bond considerati acquistabili per ogni emittente.
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I dettagli del piano saranno forniti nei prossimi giorni ma l’iniziativa potrebbe avere un impatto molto significativo sul costo del rifinanziamento e quindi migliorare la redditività del gruppo. Parigi ringrazia ma anche un po’ Mediaset, visti i giochi incrociati con Vivendi con la quale si vorrebbe dare vita a una Netflix europea, proprio mentre l’originale Usa ha presentato conti poco edificanti e un netto calo di abbonati. Ma, sempre guarda caso, al contrario dei bond garantiti da attività sottostanti, come i bond Abs, che la Bce acquista considerando la media del merito di credito assegnato da almeno due società di rating, per i bond societari, che non sono garantiti, basterà che una sola agenzia assegni al titolo il livello di investment grade, anche se altre agenzie lo classificano come junk. Et voilà, Telecom con il suo bond 2033 e cedola 7,75%, un’emissione da 1 miliardo di euro, diventa una beneficiaria degli acquisti Bce grazie al solo giudizio positivo (per quanto sia positivo un BBB-) di Fitch. La francese Fitch. E l’operazione Netflix europea, a Berlusconi e Bollorè, la paghiamo noi.
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Ma non basta. L’effetto dei criteri stabiliti dalla Bce è, di fatto, che potranno essere acquistati junk bond (titoli spazzatura purché abbiano almeno un rating BBB-) ma anche titoli denominati in euro ed emessi da società con sede nell’area euro ma controllate da gruppi non residenti qui. Per esempio, quasi il 30% del mercato dei corporate bonds dell’area euro con rating investment grade riguarda emittenti americane. L’anno scorso tra le principali 10 emissioni in euro, ben quattro sono di società statunitensi (la più consistente è stata un bond da 8,5 miliardi targato Coca-Cola, poi uno General Electrics da 3,15 miliardi e un’emissione da 3 miliardi targata Berkshire di Warren Buffett).
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Nel piano di acquisti non potranno rientrare le obbligazioni ibride, uno strumento a metà strada tra il debito e l’azione, ciò perché i bond ibridi sono perpetui, mentre la Bce acquisterà con bond con scadenza massima di 30 anni: al tempo stesso, però, l’Eurotower potrà acquistare obbligazioni con appena sei mesi di vita residua. Tra i principali beneficiari del piano di acquisti dei corporate bond ci sono le utility co e le telecomunicazioni e il settore auto: Edf ha bond che sfiorano i 24 miliardi, Volkswagen 17 miliardi e Daimler oltre 15 miliardi. Nella top ten figurano anche Eni ed Enel, rispettivamente con 13,6 e 12,8 miliardi di euro. Direte voi, con quei soldi si amplierà il CapEx, si finanzieranno ricerca e sviluppi e si assumeranno nuovi lavoratori? Balle, si metteranno a posto per quanto possibile i bilanci e si cercherà di sgonfiare il più possibile lo stock debitorio, come ci mostra questo grafico.
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Non è un’operazione di sviluppo ma di sopravvivenza a fronte di una situazione da mani nei capelli, soprattutto per il comparto automobilistico. E’ un mega-salvataggio globale di un sistema malato di mal-investment, peccato che si stia curando la malattia del debito creata dalla Fed con altro debito. Però, denominato in euro.

Ma non basta, perché paradossalmente Draghi potrebbe andare in soccorso anche di alcuni protagonisti del settore shale-oil Usa, i quali stanno facendo i conti non solo con il prezzo che sale ma non ancora a sufficienza rispetto ai margini ma, soprattutto, con draconiani tagli delle linee di credito da parte di banche e finanziarie. La Bce, infatti, da giugno potrebbe comprare anche bond di emittenti europei d’Oltreoceano, svizzeri e britannici, visto che molti gruppi operano con emissioni in euro attraverso SPV (Special Purpose Vehicles) con sede all’interno dell’unione monetaria. Oltretutto, quei bond una volta monetizzati potrebbero vedere gli euro ottenuti convertiti in dollari per la gran parte, quindi – nella speranza di Draghi – c’è anche un indebolimento della moneta unica nel cross con il biglietto verde.
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Insomma, cos’hanno da rompere tanto i tedeschi, Draghi sta salvando il mondo intero con i suoi acquisti e anche alcuni loro colossi industriali! Il problema è che a confermare che il QE di Mario Draghi non serva a nulla, se non a calmierare artificialmente gli spread sovrani (evitando altri danni alle già disastrate banche che li detengono con il badile, vedi l’ultima diatriba in sede Ue sul tetto alle detenzioni) e a sostenere gli indici di Borsa, ai quali non può succedere nulla di male, come ci mostra questo grafico,
EU_crash
sono le stesse banche europee che la Bce ha interpellato per il suo sondaggio interno e che hanno offerto tutte la stessa risposta: il QE non ha alcun impatto sulla nostra operatività, nella fattispecie sui prestiti all’economia reale. Ecco la domanda posta a pagina 46 del documento di 54 pagine della Bce: “Negli ultimi sei mesi, la tua banca ha utilizzato la liquidità addizionale ottenuta attraverso il programma di acquisto della Bce per garantire prestiti ad aziende, mutui immobiliari o prestiti legati al consumo?”. La risposta? Ce la mostrano questi due grafici:
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lo 0% degli interpellati ha risposto “considerevolmente”, mentre tra l’80% e il 90% ha riposto “basicamente no”. Insomma, il QE non serve a nulla rispetto alla priorità assoluta di riattivare la dinamica creditizia nell’eurozona verso famiglie e imprese. Stessa risposta, ovvero un no su tutta la linea, alla domanda rispetto alle intenzioni future per i prossimi sei mesi: la liquidità addizionale non finirà in prestiti e mutui, scordatevelo. E la medesima risposta è giunta in massa anche rispetto alla bontà dei tassi negativi: insomma, le stesse banche europee dicono che la Bce non sta facendo nulla per stimolare l’erogazione di credito e che preferiscono pagare qualcosa all’Eurotower per depositare in overnight piuttosto che erogare credito. Il tutto non parlando delle prospettive inflazionistiche, il mitico obiettivo del 2% circa, visto che mese dopo mese, nonostante gli acquisti con il badile, buona parte dell’eurozona continua a conoscere un’unica realtà, quella della deflazione. Ma tranquilli, perché proprio ieri il gigante olandese Unilever ha piazzato 300 milioni di debito con scadenza 2020, zero coupon e un interessantissimo rendimento dello 0,06%. Vuoi dire che si tratti della “mano visibile” della Bce sul mercato obbligazionario corporate? Ma no, è comunque tutta colpa dei cattivi tedeschi.

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