Il terremoto austriaco e il voltafaccia della Merkel parlano dello stesso timore: l’incubo svedese

Di Mauro Bottarelli , il - 65 commenti

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Ein Erdbeben. Un vero e proprio terremoto per la politica austriaca al primo turno delle elezioni presidenziali tenutesi ieri. Stando alle proiezioni, il candidato del Partito della Libertà (FPO), Norbert Hofer, è in testa con il 36,7% dei voti, stando alle prime proiezioni. Il verde Alexander van der Bellen è secondo con il 19,7%, la candidata indipendente, Irmgard Griss, è al terzo posto al 18,8%, mentre il socialista Rudolf Hundstorfer sarebbe all’11,2%, così come quello popolare, Andreas Khol. E questa mappa
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ci mostra come, a parte Innsbruck, Graz e Vienna che hanno scelto il candidato dei Verdi, il Paese sia un’immensa marea blu, il colore del partito euro-scettico e anti-immigrazione selvaggia. Eliminati quindi dal ballottaggio i candidati dei due grandi partiti tradizionali, popolari e socialisti e se i risultati verranno confermati, al secondo turno del 22 maggio andranno la destra anti-immigrati di Hofer e il verde, Van der Bellen. Ovviamente, immagino già una chiamata alle armi anti-destra in stile francese ma il risultato storico resta: i 6,4 milioni di austriaci chiamati a scegliere quello che sarà il nono capo dello Stato della seconda Repubblica, per la prima volta nella storia contemporanea austriaca hanno deciso che il presidente del Paese sarà un uomo non appoggiato da uno dei partiti che hanno dominato la scena politica negli ultimi settant’anni.
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Tanto che l’FPO ha già detto che, se questo accadesse, sarebbe una sorta di mozione di sfiducia al governo, per cui si dovrebbe andare alle elezioni anticipate: ipotesi che, stando ai sondaggi più recenti, vedrebbe l’estrema destra come primo partito con il 30% dei consensi. Al netto che al secondo turno, popolari e socialisti faranno convergere il loro voto sul candidato dei Verdi, l’Ue darà vita a un secondo episodio di intromissione nella politica interna austriaca, dopo le patetiche sanzioni anti-Haider del 2000, scomodando la lotta al razzismo e il pericolo di neo-fascismo?
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Meno facile e automatico, questa volta. E per un motivo molto semplice: la Cancelliera tedesca, Angela Merkel, non esclude che l’Austria possa realmente chiudere il valico del Brennero con l’Italia. Anzi, stando a Der Spiegel, proprio quella concreta possibilità sarebbe considerata dalla Cancelliera quasi una garanzia che la Germania non sarà travolta da una nuova ondata di migranti in conseguenza dei mancati controlli e registrazioni da parte dell’Italia, destinata a sostenere un forte incremento degli arrivi sulle sue coste. Un netto cambio di posizione da parte della Cancelliera, attribuito a quanto accaduto a margine di un incontro con alcuni responsabili di Cdu e Csu domenica scorsa a Berlino.
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Sulla questione dei migranti dal Mediterraneo, la Merkel avrebbe ricordato che spetta a Roma registrare e provvedere all’assistenza dei rifugiati. A quel punto il capogruppo Csu, Thomas Kreutzer, avrebbe chiesto alla cancelliera: cosa sarebbe successo se il governo italiano non avesse potuto o voluto ottemperare ai suoi obblighi e migliaia di profughi si fossero nuovamente diretti in Germania? Al che Merkel avrebbe risposto, appunto: “Allora l’Austria chiuderà il Brennero”. Parole che avrebbero generato profondo stupore in diversi partecipanti all’incontro, visto che la Cancelliera finora ha sempre rifiutato una chiusura delle frontiere e criticato con forza l’intenzione di Vienna di introdurre i controlli al confine.
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Insomma, come al solito l’Italia sta per diventare la vittima sacrificale della sua stupidità travestita da solidarietà buonista. E attenzione, perché questa volta potrebbe essere molto peggio del 2015, anche senza bisogno di una crisi umanitaria in grande stile in Libia. Diciamo le cose come stanno: Germania e Austria stanno correndo ai ripari perché non vogliono finire come la Svezia. Eh già, ci tocca ancora una volta parlare del fu paradiso del welfare universale, il quale oggi deve fare i conti con questo:
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a marzo il numero di senza lavoro stranieri era di 188mila unità su un totale di 372mila, quando solo due anni fa erano il 40% (percentuale già alta di suo). E questo trend è destinato a crescere, così come la pressione sulle casse statali e le tensioni sociali, visto che solo il 25% dei rifugiati arrivati nel Paese negli ultimi 8 anni ha un lavoro a tempo pieno. E il peggio pare alle porte. La legge svedese, infatti, permette al governo di operare controlli sulle frontiere su base semestrale ma ci sono due settimane di blocco prima che il nuovo semestre abbia inizio. Bene, quest’anno quella pausa è fissata per il periodo tra il 4 e il 17 luglio, proprio nel pieno della stagione estiva degli sbarchi. Ma volete sapere cosa è diventata la Svezia dopo l’invasione delle corso anno? Bene, vi offro qualche esempio.
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Il 5 marzo scorso è stato pubblicato un nuovo report basato sulle interviste a 1100 studenti di alcune scuole della periferia sud di Stoccolma, il 90% dei quali erano musulmani. L’83% delle ragazze non può avere amici maschi, mentre al 62% dei ragazzi non è permesso di avere amiche femmine. E se il 51% ha relazioni segrete, il 30% non può uscire con una persona di un’altra etnia e il 65% degli interpellati dice che i suoi genitori gli hanno già parlato di matrimonio. Al liceo. D’altronde, è di pochi giorni fa la notizia che l’esponente dei Verdi, Yasri Khan, di religione musulmana, è stato costretto alle dimissioni dopo che durante un’intervista con l’emittente televisiva TV4 si è rifiutato di stringere la mano alla giornalista, battendosi invece il petto. Il problema, più che il saluto, sono stati però i suoi contatti con organizzazioni islamiche non proprio trasparenti e, soprattutto, con ultranazionalisti turchi. Durissima al riguardo la parlamentare Verde, Stina Bergström: “Non è possibile avere nel partito un uomo che non saluta le donne come saluterebbe un altro maschio. Sono disgustata”.
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Ma non basta, perché il 6 marzo, a seguito di 8 episodi di violenza sessuale in meno di 15 giorni, la polizia di Östersund ha emanato un avviso in base al quale non è prudente, né sicuro per le donne uscire da sole la sera dopo il tramonto. E, in effetti, un sondaggio del quotidiano Aftonbladet dimostrava come il 46% delle donne svedesi si sentisse insicura ad uscire da sole la notte, mentre chi ha risposto che non ha cambiato le proprie abitudine, ha però dovuto ammettere di restare perennemente in contatto via telefonino con amici e parenti. Il giorno dopo, poi, il 7 marzo, un autista di autobus di Dalarna è stato sospeso dal servizio per aver postato su Facebook commenti contrari all’immigrazione. Il datore di lavoro ha motivato la decisione con la presunta discriminazione verso i passeggeri ma l’ondata di solidarietà popolare è stata tale che l’autista è stato reintegrato. Il 10 marzo, invece, lo Swedish Security Service ha reso noto di aver identificato 60 richiedenti asilo come terroristi e potenziali minacce per la nazione ma i sospettati non sono stati espulsi per il rischio di andare incontro a torture o pena di morte nei loro Paesi di origine.
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Il 14 marzo, poi, un segnale davvero inquietante, ancorché non violento. Gli studenti svedesi che hanno sostenuto i test PISA (Programme for International Student Assessment, esami per valutare la conoscenza e le abilità degli studenti europei di 15 anni) hanno visto crollare i propri risultati negli ultimi anni e l’agenzia nazionale per l’educazione (Skolverket) ha imputato quanto accaduto proprio all’enorme afflusso di immigrati, percentualizzando la loro incidenza sui fallimenti scolastici addirittura all’85% del totale. Ma veniamo al 23 marzo, quando l’Immigration Service svedese ha dovuto ammettere che tra i richiedenti asilo in Svezia, quelli di fede cristiana sono perseguitati dai musulmani. Tenerli divisi? No, “perché la segregazione sarebbe contro i valori democratici svedesi”. Il 29 marzo, poi, l’apoteosi del politicamente corretto: in Svezia è ufficialmente vietato l’uso della parola “negro”, dopo che un trentenne ha subito un processo e ha dovuto frequentare un corso di rieducazione presso lo Swedish Prison and Probation Service per averla utilizzata e quindi essersi reso responsabile di un crimini d’odio. In compenso, il giorno dopo uno stesso tribunale svedese ha visto alla sbarra tre africani per aver stuprato in gruppo una donna svedese nell’ottobre scorso nella città di Ludvika. Quattro anni di galera ed espulsione: non hanno detto “negro”, però.
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E la situazione sta andando talmente fuori controllo che l’ufficio del National Board svedese ha reso noto che d’ora in poi verranno compiute risonanze magnetiche sulle giunture delle ginocchia dei richiedenti asilo per accertare la loro reale età, visto l’abuso di benefit che ottengono persone che si proclamano minorenni senza esserlo. Il nuovo esame avrà un margini di errore del 3% per gli uomini e del 7% per le donne ma dovrebbe porre un argine a quanto accaduto lo scorso anno, quando su 163mila richiedenti asilo, ben 35mila si dichiaravano minorenni pur non essendolo affatto, un qualcosa denunciato in maniera sempre più dura dalla stampa svedese. Peccato per un paio di particolari. Primo, solo dieci centri in tutto il Paese sono attrezzati per questi esami in massa. Secondo, l’esame sarà su base strettamente volontaria. Immagino che faranno la fila per farlo.
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E al netto di questi grafici molto eloquenti
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e della chiusura della rotta balcanica che potrebbe dar vita a corridoi alternativi per l’immigrazione, la Svizzera ha già posto in essere un piano di emergenza che si basa su tre scenari. Primo, 10mila richiedenti asilo in 30 giorni. Secondo, 10mila richieste al mese per tre mesi consecutivi. Terzo, 30mila ingressi nell’arco di pochi giorni. L’ultima ipotesi rappresenta il cosiddetto “worst case scenario” e implicherebbe l’immediato dispiegamento alle frontiere di 2mila militari per sigillare i confini. E visto che stiamo parlando di tre volte il numero di rifugiati che arrivarono dal Kosovo durante la crisi del 1999 (al massimo si arrivò a 9600 al mese), capite da soli di quale magnitudo temono l’impatto gli svizzeri.
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Ma attenzione, perché ieri si è votato anche in un altro Paese molto vicino all’Austria e dal quale è arrivato non solo un segnale dichiaratamente euroscettico e anti-immigrati ma anche e soprattutto anti-Nato. Il Partito del progresso serbo (Sns, conservatore) del premier Aleksandar Vucic ha infatti stravinto le elezioni politiche anticipate in Serbia con il 52,1%, stando ai dati preliminari diffusi dal sito online del quotidiano Blic. Il Partito radicale serbo (Srs) dell’ultranazionalista Vojislav Seselj, inoltre, torna alla grande nel parlamento di Belgrado con il 9,9%, a meno di due punti di distacco dai socialisti che rimangono il secondo partito ma solo con l’11,5% dei voti, stando sempre allo stesso quotidiano. Un epilogo di cui c’è poco da stupirsi, visto che Nato e Ue hanno permesso che in questi anni il Kosovo “liberato” si tramutasse nell’avamposto del radicalismo islamico nei Balcani. E non pensiate che solo l’Europa abbia a che fare con il fenomeno, visto che questo report
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del New Board Patrol statunitense ci dimostra come, da inizio anno alla fine di marzo, il numero di immigrati illegali entrati negli Stati Uniti dal confine a sud sia aumentato del 131% rispetto allo stesso periodo del 2015. Stiamo parlando di 32.117 nuclei familiari e di 27.754 minori non accompagnati in soltanto tre mesi. Poi la gente non si capacita del perché Trump stia stravincendo le primarie repubblicane…

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