Fondi pensione in stile Gekko e millennials senza speranza: se l’America non è quella delle primarie

Di Mauro Bottarelli , il - 1 commento

Bubble
Tutto come da pronostici. La tornata di primarie nel Nord-Est degli Usa non ha regalato sorprese, con Donald Trump che si è aggiudicato cinque Stati su cinque e praticamente tutti i delegati repubblicani, mentre Hillary Clinton ha vinto in quattro dei cinque Stati, fra cui i due principali, Pennsylvania e Maryland, lasciando a Bernie Sanders la consolazione del Rhode Island. Ma proprio ieri, il senatore del Vermont ha definito chiusa la gara con la ex first-lady, pur confermando di voler restare in gioco fino alla fine per orientare più a sinistra il dibattito in casa democratica. Dopo i trionfi di New York e quelli di mercoledì, manca solo la California (7 giugno) per fare dell’ex first lady e del tycoon gli assoluti vincitori delle primarie. E se il partito repubblicano tenterà fino all’ultimo di fermare Trump, arrivando alla convention con la conta dei delegati ancora aperta, come ci mostra questo grafico,
Trump_delegates
per la Clinton la strada è ormai ufficialmente in discesa, a meno che l’FBI non decida di rovinare la festa con lo scandalo delle mail secretate inviate da un account privato ma dubito che qualcuno si azzardi a disturbare il manovratore proprio adesso.
Donald_Trump1

Da qui in avanti, dunque, le strade di Hillary e Trump si dividono: per la prima la sfida sarà riportare a sé i giovani – soprattutto, sostengono gli analisti, quelli che hanno meno di 24 anni – che sono stati la forza trainante di Sanders. Non a caso, Hillary ha chiuso la serata di mercoledì con un discorso conciliatorio nei confronti del senatore del Vermont e invece tutto basato su duri attacchi a Trump e ai repubblicani: di fatto, un discorso da candidata ufficiale del partito. Resta però un dato, in netto contrasto con la narrativa della stampa Usa, in base alla quale lo scontro tra la ex first lady e il socialista Sanders abbia elettrizzato l’elettorato democratico: cifre alla mano, la partecipazione dei suoi elettori rispetto a otto anni fa è calata di 4,5 milioni, un netto -19% rispetto a quando Obama ribaltò ogni pronostico.
Hillary_clinton

Tutto diverso il percorso di Trump. Se l’ultimo sondaggio NBC lo vede per la prima volta sopra al 50% a livello nazionale, come mostra il grafico,
Trump_50
rimane il nodo di un partito, quello Repubblicano, che non pare volersi piegare alla realtà delle primarie e intenda arrivare a una Convention contestata, durante la quale giocare sporco con i super-delegati. Trump lo sa e, infatti, mercoledì sera ha dichiarato quanto segue: “Per quanto mi riguarda è andata, mi considero il presunto candidato repubblicano. Vinceremo al primo voto. Batteremo Hillary facilmente”. E proprio ieri Trump ha tenuto un importante discorso sui temi della politica estera, per dimostrare di saper essere “presidenziale” e non solo un fenomeno da campagna elettorale, soprattutto dopo lo strategico cambio di consulenti prima del voto a New York. C’è riuscito? Valutate voi: “L’amministrazione Obama non è amico di Israele e la nostra politica estera è un completo e totale disastro. Prima l’America: sarà questo il tema principale della mia amministrazione, sostituirò l’andare a caso con uno scopo e il caos con la pace. In Medio Oriente lavorerò per stabilità della regione e non per un radicale cambiamento… Le nostre azioni in Iraq, Libia e Siria hanno aiutato l’Isis. Obama lascia debolezza, confusione e scompiglio. Un disastro, non abbiamo fatto nulla per difendere la religione cristiana. Inoltre, l’arsenale nucleare americano ha disperatamente bisogno di essere modernizzato e rinnovato”.
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E Putin? E la Cina? “Vi sono forti differenze ma non dobbiamo vederli per forza come avversari. Dobbiamo trovare terreni comuni su reciproci interessi. Allentare le tensioni con la Russia è assolutamente possibile, da una posizione di forza. La Cina rispetta la forza ma gli Stati Uniti hanno perso tutto il rispetto, lasciando che approfittasse di noi”. Ora il tycoon dovrà affrontare la sfida dell’Indiana, il 3 maggio: qui Cruz cercherà di sottrargli un numero importante di delegati da spendere alla convention di luglio, anche se ogni tentativo di rimonta sembra ormai difficilissimo alla luce degli ultimi risultati.
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Fin qui la cronaca, poi però c’è l’America reale, quella che difficilmente finisce sui giornali o nei tg, se non per qualche sparatoria in una sperduta cittadini del Midwest. Ed è un’America sempre più fuori controllo, un Paese che vive in una realtà parallela di benessere e ripresa inesistenti se non per i media e con dei pericoli incombenti di cui la campagna elettorale sembra non accorgersi. Partiamo da qui,
Outflows1
Outflows2
ovvero dal fatto che per la tredicesima settimana consecutiva, i clienti Bank of America-Merrill Lynch siano stati venditori netti di equities, dando vita alla striscia temporale più lunga da quando viene tracciato il dato, cioé dal 2008. La scorsa settimana le vendite nette hanno avuto in controvalore di 3,8 miliardi di dollari, massimo da tre settimane e sesto dato per volume dal 2008. Ma se tutti vendono, chi compra? Eccolo,
Outflows3
le grandi corporations attraverso i programmi di buybacks azionari, utilissimi per tenere alte le valutazioni, abbassare il flottante e far scattare i bonus. Ma come ci mostra il grafico, il dato di aprile è stato un po’ sotto trend anche per il riacquisto di titoli. Ma c’è qualcosa di ancora più malato dietro i dati relativi alle equities, nella fattispecie quelle energetiche, le quali non solo hanno multipli di utile per azione da manicomio criminale ma sono anche delle potenziali mine anti-uomo, vista la crisi dello shale-oil, i fallimenti e il prezzo del greggio che risale ma sempre troppo poco. Ce lo mostra questo grafico:
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chi è stato infatti il compratore onnivoro di azioni legate al comparto energetico? I fondi pensione! I quali, per non farsi mancare nulla, hanno fatto anche incetta di titoli sia tecnologici che industriali. Sentenzia Bank of America: “A differenza degli altri gruppi, i fondi pensione sono compratori netti da inizio anno”. Insomma, al netto di un mondo intero che scarica titoli, gli unici che comprano con il badile azioni di un comparto che viaggia su multipli credibili solo con il petrolio a 100 dollari al barile, sono le stesse istituzioni che hanno come vincolo statutario il dovere di proteggere le pensioni dei lavoratori!

E a confermare il trend, ci ha pensato la scorsa settimana l’istituto demoscopico Gallup, il quale ha contattato 1000 americani adulti riguardo i loro investimenti: bene, come ci mostra questo grafico,
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nonostante il Dow Jones vicino ai massimi record, solo il 52% degli interpellati ha detto di avere investimenti in corso nel mercato azionario, la lettura più bassa nel trend a 19 anni di Gallup. E la cosa grave è che la generazione che si pensava avrebbe preso in mano le redini del mercato, una volta che i Baby Boomers avrebbero cominciato a vendere le loro detenzioni equities, ovvero gli adulti della middle-class, è la meno intenzionato ad investire. Insomma, nella patria del libero mercato, dove l’investimento finanziario era legge fino al 2007 e dove la Fed sta facendo di tutto per gonfiare ancora di più la bolla, qualcosa è cambiato. A parte per i kamikaze dei fondi pensione, ovviamente.

E, come ci mostra questo grafico,
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sono proprio i cosiddetti Millennials ad aver superato i Baby Boomers come la popolazione vivente più ampia d’America, stando a dati del Pwe Research. Parliamo della fascia di età tra i 18 e i 34 anni, in totale 75,4 milioni di persone contro i 74,9 milioni dei Baby Boomers (51-69 anni). C’è però un problemino e lo certifica questo grafico del Wall Street Journal,
Millennials2
ovvero i millennials a New York City oggi guadagnano il 20% in meno della precedente generazione di lavoratori e stanno, oltretutto, annegando in qualcosa come 14 miliardi di dollari di debito personale. Un lavoratore medio di 23 anni oggi a New York guadagna 23.543 dollari contro i 27.731 del 2000, ovviamente con il dato aggiustato all’inflazione. Salendo nella scala, un 29enne guadagna 50.331 dollari contro i 56.026 di sedici anni fa. E ancora peggio, a livello nazionale la percentuale di millennials che vive da soli – quindi in grado di pagare un affitto o stipulare un mutuo – è scesa dal 51% del 2007 al 45% del 2014. In parole povere, oggi in America il percorso di chi ha tra i 18 e i 34 anni è, molto spesso, quello di andare al college indebitandosi, entrare nella forza lavoro con lo stipendio minimo e tornare ad abitare con i genitori. Insomma, un po’ deboluccia come ripresa economica.
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Non a caso, sempre Gallup ha testimoniato che la fiducia degli americani nei confronti del quadro economico è oggi al livello più basso da inizio anno, come ci mostra questo grafico:
Gallup_economy
l’ultima volta che si era arrivati a questo livello era l’agosto del 2015, quando il mercato azionario stava crollando per paura del contagio cinese. L’Economic Confidence Index di Gallup si basa poi su due componenti, ovvero come gli americani valutano le attuali condizioni dell’economia e se pensano che quest’ultima stia migliorando o peggiorando. Bene, questo grafico
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ci mostra che solo il 35% degli americani adulti è ottimista sull’outlook, mentre il 60% è certo che l’economia stia peggiorando. Che dite, gli americani sono diventati di colpo un popolo di gufi, come direbbe il nostro premier? Magari no, magari hanno solo visto l’ultimo dato della Fed di Philadelphia riguardo la manifattura, lo stesso che ci mostrano questi due grafici.
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Come lettura per il comparto siamo ai minimi dal settembre 2009, mentre il dato occupazionale è il più debole dal giugno 2013. Ho come l’impressione che, prima o poi, sia Trump che la Clinton dovranno fare i conti con questa situazione. Prima che a farlo, sbagliando, sia la Fed.

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