Ok mi arrendo, oramai viviamo a Fantasilandia. Quindi, birra, popcorn e aspettiamo il botto finale

Di Mauro Bottarelli , il - 7 commenti

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Evito di entrare nell’argomento Bank of Japan-Nikkei, visto che indirettamente l’ho fatto mercoledì attraverso un articolo ri-postato e FunnyKing vi ha debitamente informato sulla sobria reazione del principale indice nipponico all’inaccettabile decisione della Bank of Japan di non distribuire nuovo metadone monetario (per ora). Mi permetterete, invece, di tornare sull’argomento Pil Usa del primo trimestre, il quale come ci mostra il grafico
Q1_GDP
è cresciuto solo dello 0,5% su base annua contro le aspettative di un +0,7%: è esattamente la metà di quello del quarto trimestre del 2015 e il più basso tasso di crescita trimestrale dai primi tre mesi del 2014, quando la Fed scaricò la colpa sull’inverno rigido. Di più, si tratta del terzo calo consecutivo su base trimestrale. Cosa dite, il comitato monetario della Fed aveva già dato una sbirciatina in anticipo al dato? In molti se lo chiedono, visto che nel comunicato di fine riunione i toni erano estremamente da colomba e l’ipotesi di un aumento dei tassi a giugno è stata cancellata dall’agenda. Ma c’è di più, perché questo grafico
Q1_spending
ci mostra il dato disaggregato in base alle voci: e in cosa hanno speso di più gli americani nei primi tre mesi di quest’anno? Non in spese mediche obbligatorie legate a Obamacare, scese al secondo posto (pur sempre qualcosa come 10,8 miliardi di dollari) ma in “beni e veicoli ricreativi” per un controvalore di 11,3 miliardi di dollari. E attenzione, per veicoli non si intendo le automobili, perché come notate dal grafico quel comparto è in contrazione ma di amenità quali le moto d’acqua ad esempio, le canoe, i deltaplani. Capito che economia solida gli Usa, assicurazioni sanitarie e parapendio.

E la questione automobilistica non è affatto di poco contro, perché come ci mostra questo grafico
Auto_manufacturing
il comparto è stato un vero traino industriale per il Paese. Il problema è che al calo delle vendite di auto nuove, nonostante il credito al consumo subprime sia ai massimi, come ci mostra questo grafico,
FitchSubPrime
si è ora aggiunto il calo dei prezzi delle vetture usate, prima un rallentamento e poi una dinamica più rapida, come ci mostra il grafico.
Used_price
Attenzione al canarino nella miniera di carbone: perché quel calo è paragonabile a quello del 2008, frutto di una saturazione del mercato che non trovava acquirenti a fronte di scorte enormi. Vi ricorda qualcosa? Questo grafico
Car_ratio1
ci offre la risposta, visto che oggi la ratio scorte/vendite è a massimi quasi record. Ora però c’è una criticità in più all’orizzonte per il comparto, perché la scorsa settimana il giudice Charles Breyer ha obbligato la Volkswagen a offrire un’alternativa ai proprietari di 480mila autovetture negli Usa: rivendeteci l’auto oppure ve la mettiamo a norma con le emissioni gratuitamente. A vostro modo di vedere, tra rivendere l’auto per contanti o aspettare settimane tra un rivenditore e un’officina, cosa farà la maggior parte di quegli automobilisti interessati dalla proposta? Esatto, peccato che questo andrà a saturare ancora di più il mercato delle auto usate, farà calare ulteriormente i prezzi e avrà un immediato impatto anche sul mercato del nuovo, già in crisi.

Miracoli della Fed e del suo festival del mal-investment da tassi zero. Guardate questo grafico,
Avr_home
il quale ci mostra plasticamente come nel marzo del 2005 vennero vendute 52mla nuove case a un prezzo inferiore ai 200mila dollari, mentre quel numero si schiantò a 14mila nel picco massimo del crollo del marzo 2009. Bene, sapete quante nuove case sotto i 200mila dollari sono state vendute nel marzo di quest’anno negli Usa? Novemila unità. Il perché è presto detto: grazie alla politica della Fed i costruttori trovano più profittevole costruire meno case ma più costose piuttosto che vendere più case a prezzo ridotto, visto che i margini di profitto sono letteralmente scomparsi. E se questo grafico
Rent_own1
ci mostra come gli americani abbiano perso l’amore per la proprietà immobiliare e puntino sempre più sull’affitto, quest’altro
Rent_own2
ci fa vedere come a livello nazionale la richiesta d’affitto media sia di 870 dollari, massimo record. Ma è quest’altro grafico
Rent_own3
che deve preoccupare, perché il tasso d’inflazione per gli affitti per circa 43 milioni di americani è letteralmente esploso ed è oggi all’8%, record storico e quattro volte il target inflazionistico prefissatosi dalla Fed. Prevedo qualche rogna.

Eppure il mercato azionario Usa è ai massimi, sintomo in un mondo che non sia governato dagli unicorni, che l’economia sta bene. Balle, perché questo grafico
Buy_debt1
ci mostra come tutto il nuovo debito creato nel 20mo secolo sia andato a finire unicamente in una direzione: finanziamento dei buybacks azionari. I quali, in effetti, sono una bomba in periodi di tassi bassi: mi indebito con poco, uso il provente per ricomprare mie azioni e in questo modo tengo alte le quotazioni, abbasso il flottante e garantisco dividendi agli azionisti felici e bonus ai dirigenti. C’è però un problemino e ce lo mostra questo altro grafico,
Buy_debt2
visto che, al netto di debito corporate cresciuto del 30% su base annua, oggi la differenza di tasso di crescita tra debito e EBITDA delle aziende è ai massimi storici, 35%. Non serve un master ad Harvard per capire che se un’azienda deve prendere a prestito più denaro di quanto ne genera attraverso la sua attività core, il modello di business non è proprio sostenibilissimo già sul medio termine.

Va beh, magari ci va meglio con il mercato obbligazionario. Direi di no, perché questo grafico
NR_bonds
ci mostra come oggi sul mercato ci siano bond governativi con tassi sotto zero per un controvalore di 7,8 trilioni di dollari, tanto che l’Irlanda ha emesso un bond a 100 anni talmente la gente è disperata alla ricerca di rendimento. La decelerazione dell’economia globale unita alle aggressive misure di stimolo di Bank of Japan e Bce hanno portato il rendimento del BofA Merrill Lynch Global Broad Market Index, un controvalore di 48 trilioni di securities sul debito, al minimo storico del 1,29% questo mese, in calo dal precedente record di 1,38%. Ma quali rischi può comportare una situazione simile? Ce lo dice questo altro grafico,
Bonds_risk
il quale ci mostra come la duration, ovvero il rischio percepito sui bond misurato in anni e destinato a dirci quali scostamenti avranno i pezzi in caso di movimenti sui tassi, questo mese è salita al massimo storico del 6,84%. Ovvero, un calo del 6,84% nel prezzo dei bond per ogni punto percentuale di aumento nel rendimento. In parole povere, mezzo punto di aumento dei tassi produrrebbe una perdita di circa 1,6 trilioni di dollari nel mercato obbligazionario mondiale. Insomma, il globo è intrappolato in un rischio sui bond da record e, attenzione, se anche un aumento dei rendimento può non essere così netto, le posizioni aperte sono talmente enormi da poter creare un danno reale.

Vabbè, proviamo in Cina. La quale, come ci mostra questo grafico,
China_fake1
pesa per il 63,2% del commercio globale di merci contraffatte, un mercato che vale il 2,5% dell’import mondiale e circa mezzo trilione di euro, stando a dati Ocse. Insomma, tutto ciò che arriva dalla Cina è farlocco? No, il debito è reale, ce lo mostra questo grafico.
China_fake2
Ma c’è di peggio, perché una delle rappresentazioni plastiche della follia da eccesso di credito che si è sostanziata in Cina è la bolla sul trading di futures legati alle materie prime. La quale, proprio ieri, ha fatto il primo boom. Ma non quello definitivo, tanto che Citi ha pubblicato un report allarmato nel quale si avvertivano di clienti di “reggere il cappello” vista l’anormale e assurda crescita dei volumi di trading relativi a acciaio rinforzato in barre, acciaio, carbone e rame, con la prima di queste commodity che rappresenta addirittura il trading più attivo nel mondo. Avete capito bene. Ma siccome quel tipo di prodotto è un benchmark utilizzato nelle costruzioni, l’aumento dei volumi di trading ci fa capire che sono ancora una volta investitori retail e non professionisti ad essersi lanciati in questa avventura speculativa che riguarda anche acciaio, carbone e cotone, tanto è vero che molte Borse asiatiche, tra cui Shanghai, hanno già annunciato misure restrittive per cercare di placare la fame di speculazione di casalinghe e fattorini impazziti.

E questo grafico,
Aggregate_volume
ci mostra come proprio in Cina ci sia un pericoloso precedente relativo un pattern di enormi volumi speculativi che giungono da investitori retail: come ricorderete dalla scorsa estate, non andò a finire bene. E questi due grafici
China_steel1
China_steel2
ci mostrano dell’altro, ovvero che sia lo scorso anno che nel 2009 le attività speculative di questo tipo si sono mostrate molto vulnerabili a correzione nette dei corsi, una volta che il momento rialzista dei prezzi svanisce o perde di intensità sui volumi. Come vedete dai grafici, in entrambi i casi non è finita affatto bene per la price action. Ed ecco che quest’altro grafico
Commo_volume
ci mostra plasticamente come ieri la festa sia finita, poiché quando il volume raggiunge un crescendo simile, poi si schianta. Tanto più che per evitare peggioramenti della situazione, dalla Cina sono giunte voci di due misure parallele: uno, l’aumento netto dei margini operativi nelle principali Borse del Paese. Due, un draconiano stop alla produzione reale, visto che ieri a mezzogiorno nella città di Tangshan è stata bandita la produzione di carbone, acciaio e cemento per 24 ore. Mi arrendo, questo non è mercato, è Fantasilandia. Quindi birra, popcorn e attendiamo il botto.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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