Gli Stati Uniti e il ricatto saudita sull’11 settembre. Le detenzioni di Treasuries valgon più della verità

Di Mauro Bottarelli , il - 5 commenti

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C’è qualcosa dietro al meeting tra Paesi produttori di petrolio Opec e non Opec svoltosi ieri a Doha che nessuno vi dirà e non è il fatto che, come ci mostra questo grafico,
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la Borsa saudita si è schiantata dopo il nulla di fatto al tavolo negoziale, registrando il peggior risultato da tre settimane: al netto di tutto, Ryad è ancora la nazione che dà le carte, non tanto e non solo a livello petrolifero ma come player geopolitico globale. E questo, se sarà necessario uno shock sul prezzo del petrolio, potrebbe portare qualche suo alleato a fare la cosa giusta, come direbbe Spike Lee: ovvero, dare il via a una campagna militare in grande stile che mandi il prezzo del greggio in orbita, vedi in Libia. Guardate questi grafici,
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ci mostrano come Ryad detenga le terze riserve al mondo denominate in dollari. Ma la particolarità è che a differenza di tutte le detenzioni al mondo di Treasuries Usa, quelle saudite non sono rese pubbliche. Insomma, non si sa quali assets in dollari detengano gli sceicchi: bond, contante, titoli azionari. Privilegi di chi conta ma è una convinzione diffusa che le obbligazioni sovrane statunitensi giochino una larga parte di quelle detenzioni strategiche. E, infatti, la domanda che continuano a porsi a Washington, visto il raffreddamento delle relazioni tra Usa e Arabia, soprattutto per l’accordo sul nucleare iraniano e la fine delle sanzioni all’export petrolifero di Teheran, è la seguente: chi monetizzerà il deficit Usa, se Ryad decidesse di scaricare le sue detenzioni e decidesse di diversificare gli assets da dollari ad altra valuta? Ed eccoci arrivati al presente, prima ancora del meeting di Doha dove, non a caso, Ryad ha detto no a qualsiasi taglio delle produzione se anche l’Iran post-sanzioni non sarà delle partita.
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Bene, due settimane fa il programma televisivo 60 Minutes della CBS ha sparato, dal nulla, un servizio sulle famose 28 pagine classificate e segrete relative all’inchiesta del Congresso sull’11 settembre, proprio i fogli che conterrebbero le prove della connection saudita dietro agli attacchi contro le Torri Gemelle. Ovviamente, negli anni seguenti all’attentato, il Regno saudita ha sempre decisamente negato ogni possibile coinvolgimento diretto e la stessa Commissione d’inchiesta Usa “non ha trovato prove riguardo al fatto che il governo saudita come istituzione o funzionari sauditi individualmente abbia finanziato l’organizzazione” ma sono molti i critici, soprattutto negli Stati Uniti, a detta dei quali non è affatto da escludere che funzionari governativi non di primo livello abbiano giocato un ruolo. Tanto più che la Commissione del 2002 citava alcune prove relative a funzionari sauditi residenti negli Usa e al loro coinvolgimento nel piano.
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Il tutto è contenuto appunto in quelle 28 pagine mai rese note al pubblico, nonostante il Freedom of Information Act: insomma, qualcosa puzza al riguardo. E la conferma è arrivata sabato, il giorno prima del meeting di Doha, attraverso un reportage shock del New York Times, in base al quale l’Arabia Saudita avrebbe detto chiaro e tondo all’amministrazione Obama e ad alcuni membri del Congresso che venderanno centinaia di miliardi di dollari di assets statunitensi detenuti dal Regno nelle sue riserve, se il Congresso darà via libera a una legge che permetterà che il governo saudita possa essere ritenuto responsabile di qualsiasi ruolo nell’11 settembre da parte di tribunali statunitensi. Insomma, rendete note quelle 28 pagine e noi scarichiamo i vostri bond: non a caso, sia il Dipartimento di Stato che il Pentagono da settimane stanno mettendo in guardia i politici delle conseguenze economiche e diplomatiche che potrebbero emergere da una decisione di trasparenza nei confronti di quelle informazioni secretate. E, in effetti, la legge in discussione al Senato, presentata dall’ex senatore democratico della Florida, Bob Graham, renderebbe chiaro il fatto che non si può concedere l’immunità a nazioni che si siano rese responsabili di attacchi terroristici che abbiano ucciso cittadini americani su suolo statunitense.
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Se per caso la legge passasse in entrambi i rami del Congresso e venisse firmata dal presidente, Barack Obama, sarebbe chiaro al mondo il coinvolgimento del governo saudita, attraverso proprio funzionari, nel più grande e clamoroso attentato terroristico della storia americana. Ed ecco la reazione immediata di Ryad: fate passare quella legge e noi scaricheremo 750 miliardi di dollari in Treasuries, almeno questo è l’ammontare che stima il New York Times nel suo articolo. E la minaccia non sarebbe stata velata ma bensì diretta e portata come ambasciata ufficiale dal ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir, durante una visita a Washington il mese scorso.

E l’America, come reagisce? L’America che si è nascosta dietro il profilo eroico dei pompieri di New York e che ha scatenato guerra in Afghanistan come rappresaglia all’attentato, come risponde a questo ricatto belle e buono? La notizia è sempre di sabato – strana coincidenza – e a renderla nota è il Miami Herald, in base al quale nove detenuti yemeniti – ma nati in Arabia e con cittadinanza saudita – detenuti a Guantanamo sono stati liberati e rispediti a Ryad, portando a 80 il numero di persone ancora imprigionate a Cuba, di cui 26 già pronte a essere scarcerate.
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Tra i graziati compare Tariq Ba Odah, da settimane in sciopero della fame e per questo richiedente di un ordine di scarcerazione presso una Corte federale Usa: non solo sono stati liberati ma tutti e nove sono stati riportati in Arabia Saudita da un volo dalla US Air Force. A Ryad entreranno a far parte di un “programma di riabilitazione” designato apposta per jihadisti pentiti, affinché possano reinserirsi nella società: ridete pure, l’ho fatto anch’io leggendo l’artcolo dell’Herald. I nove erano detenuti a Guantanamo dal 2002 e nessuno di loro si è mai visto muovere un’imputazione specifica: casualmente, la prossima settimana Barack Obama sarà proprio in Arabia Saudita per incontrarsi con i leader dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo.
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Insomma, un bel regalo per garantirsi nervi meno tesi al suo arrivo. In totale, erano 34 gli yemeniti detenuti nel campo di detenzione cubano, ora tutti rientrati in patria: 20 in Oman, 5 negli Emirati Arabi Uniti e 9 in Arabia Saudita. Erano tutti innocenti? Oppure era gente che è meglio che non parli e torni in Arabia Saudita o altrove, dove subirà un bel trattamento riabilitativo, magari stile “cura Ludovico” di Arancia Meccanica?

E Ryad punta ancora molto sull’asse con Washington, sia perché è il principale acquirente di armamenti Usa, sia perché ha dato vita nei mesi seguenti all’attentato dell’11 settembre a una campagna di lobbying e PR enorme per evitare che i link sauditi del commando che colpì le Torri Gemelle potessero incrinare l’asse. Questa grafica ci mostra come opera Qorvis,
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la mega-centrale di informazione e pubbliche relazioni dell’Arabia Saudita negli Usa, attraverso siti internet, portali a tema con informazione mono-direzionale sulla guerra in Yemen ma anche eventi in prestigiose sedi cui sono presenti politici e amministratori delegati di grandi aziende. Nello scorso mese di settembre, il Regno saudita ha aiutato a sponsorizzare eleganti galà per l’elite del business di Washington presso il Ritz Carlton Hotel e l’Andrew Mellon Auditorium: alla presenza di Re Salman, in sala si trovavano i principali dirigenti della General Electrics e della Lockheed Martin, il presidente della catena Marriott International e tutto il fior fiore dei funzionari dei principali think tank. Inoltre, alla faccia dell’austerity in patria, l’ambasciata saudita a Washington ha ingaggiato il fratello del capo della propaganda elettorale di Hillary Clinton, il leader di uno dei più grandi gruppi di pressione del Partito Repubblicano e anche uno studio legale con stretti legami con l’amministrazione Obama.
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Inoltre, per non farci mancare nulla, Ignacio Sanchez, uno dei principali raccoglitori di fondi per Jeb Bush, è un lobbysta per la causa saudita. Ma visto che l’operazione è capillare e in grande stile, Qorvis ha anche ingaggiato altre aziende per porre in essere il suo lavaggio del cervello presso l’opinione pubblica americana, tra cui Tuluna Usa, un’azienda che si occupa di sondaggi online e l’American Directions Group, una compagnia di sondaggi telefonici fondata da un sondaggista che in passato ha lavorato per Bill Clinton. Complimenti agli Usa, il cui unico modo per onorare le vittime dell’11 settembre pare essere sfoggiare la bandierina a stelle e strisce sulla giacca. Salvo poi coprire i possibili mandanti della strage, per mero interesse politico ed economico. Davvero complimenti, viva la verità.

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