Guerra Fredda 2.0: Siria e Iraq sono gli avamposti ma attenti al fronte baltico. E al prossimo autunno

Di Mauro Bottarelli , il - 24 commenti

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Mamma, mi si è ristretto il Pil. E nemmeno di poco, a dire il vero. Già, perché mentre qui Beppe Grillo dispensa la comunione ai suoi, Salvini ingaggia l’ennesimo attacco contro il Quirinale (il viaggio in Israele ha ringalluzzito il leader leghista) e il governo annega nei suoi scandali quotidiani, negli Usa è successo questo.
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Ovvero, l’ultimo aggiornamento del GDPNow della Fed di Atlanta per la previsione della crescita del primo trimestre. Il quale, l’8 aprile scorso è sceso da un già poco confortante +0,4% del 4 aprile a +0,1%. Tanto per mettere le cose in prospettiva, esattamente due mesi fa il dato era al 2,7%. Boom! Vediamo un paio di dati al riguardo. Il primo è questo
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è ci mostra come a marzo le vendite negli Usa, nazione che vede i consumi pesare per un irrilevante 70% sul Pil, siano schiantate ancora. E questo grafico dice di più, perché compara il dato ufficiale con quello interno BAC di Bank of America, ovvero la tracciatura di carte di debito e credito. Insomma, non benissimo. E questo pare ancora peggio,
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visto che in 60 anni, l’economia americana non aveva mai patito 16 mesi continuativi di calo su base annua degli ordinativi industriali al di fuori di un ciclo recessivo ufficiale. Ed invece, l’ultimo dato del Department of Commerce parla proprio di questo, ovvero di un bel -1,7% anno su anno nel mese di marzo, 16mo calo di fila e lettura più debole dall’estate del 2011 con un controvalore di 454 miliardi di dollari.

Il problema è che la politica langue. Ci sono le primarie, Obama è un’anatra zoppa, il Deep State ad altro a cui pensare. E cosa si fa per dare una svegliata all’economia? A fornirci una risposta e a dirci chiaro e tondo che siamo dei gufi, perché gli americani non dimenticano mai la patria e le sue necessità, è stata la scorsa settimana la rivista di intelligence militare britannica “Janes”, la quale nell’ultimo numero ci fa sapere che una risposta alla crisi è partita addirittura a dicembre: per l’esattezza, 3mila tonnellate di armi e munizioni in direzione Siria. E gli inglesi le informazioni le hanno di prima mano, ovvero da un’entità federale come l’FBO, il quale negli ultimi mesi ha emesso due ordini nei confronti di altrettante aziende di spedizioni per trasportare materiale esplosivo dall’Europa dell’Est al porto giordano di Aqaba a nome del Military Sealift Command della Marina Usa.
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Interessante il carico dei due cargo: fucili d’assalto AK-47, PKM, armamento pesante DShK, lanciarazzi RPG-7 e sistemi anti-carro guidati 9K111M Faktoria. Una prima nave con circa 1000 tonnellate di armi e munizioni ha lasciato il posto romeno di Constanta lo scorso 5 dicembre, contenenti armi da Bulgaria, Croazia e Romania: ha navigato verso il porto militare di Agalar in Turchia e poi verso Aqaba in Giordania. Un’altra nave, invece, con più di 2mila tonnellate di carico sarebbe salpata a fine marzo, seguendo la stessa rotta ed è stata tracciata l’ultima volta il 4 aprile lungo la traiettoria per Aqaba. Ma non è in vigore il cessate-il-fuoco in Siria? Forse sono armi per i mitologici “ribelli”, i quali ovviamente combatteranno soltanto contro Isis e al-Nusra, soggetti contro cui la caccia non è mai stata sospesa e non contro esercito e milizie filo-Assad?
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Sarà, però appare una strana coincidenza che due giorni fa, il primo ministro siriano, Wael Nader al-Halqi, durante un incontro con i deputati russi a Damasco, abbia annunciato che l’aviazione russa sosterrà l’esercito governativo nella prossima operazione per liberare Aleppo dai gruppi terroristici islamici. In precedenza, il rappresentante ufficiale del ministero della Difesa russo, il generale Igor Konashenkov, aveva detto che nei pressi di Aleppo è concentrato un gran numero di islamisti: circa 1.200: situazione che indicherebbe come i terroristi si stiano preparando ad un’offensiva contro le posizioni delle truppe governative, avrebbe aggiunto. Certo, dal 15 marzo la parte principale del contingente russo è stata ritirata dalla Siria, tuttavia non solo le unità rimaste dell’aviazione continuano ad effettuare raid a sostegno dell’esercito siriano ma occorre ricordare le parole di Serghei Lavrov: “Possiamo tornare in 24-48 ore”. Ma è altro a inquietare: ovvero che gli armamenti per i ribelli siriani arrivino dall’Europa dell’Est, seppur su commessa CIA.
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Uso quel verbo perché mi viene immediatamente da collegare questo con quanto detto il 1 aprile scorso, durante un briefing della Nato a Riga, dal generale dell’Alleanza, Philip Breedlove, a detta del quale ora “Nato e Stati Uniti stanno cambiando la loro dottrina difensiva da assicurativa a di deterrenza” proprio nell’Europa dell’Est, a causa “di una Russia risorgente e aggressiva”. Casualmente, il commento arrivò il giorno seguente all’annuncio del Pentagono riguardo l’intenzione di continuare la rotazione di una brigata corazzata supplementare di circa 4200 uomini nelle aree europee di ex influenza sovietica a partire dall’inizio dell’anno prossimo.
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“Siamo preparati a combattere e a vincere se dovremo… Il nostro focus si espanderà dalla mera sicurezza alla deterrenza, includendo misure che miglioreranno di molto la nostra prontezza di reazione generale”, ha dichiarato Breedlove, parlando di fronte ai comandanti Nato delle regioni Baltiche.
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E ancora: “Da Est a Nord noi affrontiamo una risorgente e aggressiva Russia e come abbiamo continuano a osservare per gli ultimi due anni, Mosca continua a cercare di estendere la sua influenza sulla periferia e oltre”. Alla domanda se si attendesse che altri membri Nato si uniscano allo sforzo di spiegamento Usa per la prossima primavera, il generale ha risposto: “Spereremmo di sì”. Eravamo forse troppo impegnati a seguire le carte da bollo panamensi, talmente interessanti che la Suddeutsce Zeitung, il giornale che le ricevette all’inizio del 2015, decise subito di condividerle da buoni fratelli con un consorzio di giornalisti finanziato da George Soros, da non accorgerci che una nuova cortina di ferro è all’orizzonte? Forse sì ed è questa,
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ovvero il dispositivo delle forze in campo tra Nato e Russia.

Gli americani hanno forse in mente il bersaglio grosso per evitare che la recessione già in atti diventi qualcosa in grado di trasformare il 2008 in una camminata nel parco, come ci mostrano questi due grafici?
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Difficile dirlo. Tre solo sono le certezze. Primo, sabato scorso per la prima volta dopo 25 anni, gli Stati Uniti hanno dislocato bombardieri B-52 in Qatar nel quadro della lotta contro l’Isis non solo in Siria ma anche in Iraq. Secondo, per la prossima primavera, quando la Nato intende mostrare i muscoli nel Baltico, alla Casa Bianca ci sarà un nuovo presidente con pieni poteri.
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Terzo, prima di quel potenziale showdown, ovvero il prossimo autunno, in Russia si terranno le elezioni parlamentari. E cosa ha deciso pochi giorni fa Putin, in vista dell’appuntamento? La costituzione di un nuovo corpo, la Guardia nazionale che verrà a sostituire una serie di forze sottoposte al ministero degli Interni: in particolare, i temuti Omon (la polizia antisommossa) e i Sobr (unità di reazione rapida) che ora saranno raccolte sotto un unico comando, presenti in tutto il Paese. E quale compito avrà questa nuova Natsgvardija, oltre ai soliti? Soppressione di “azioni non autorizzate”. Se a Washington hanno in mente autunni colorati dalle parti del Cremlino, meglio ripensare strategia.

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