Mentre la Polonia invoca la Nato contro Mosca, Budapest emette debito in yuan e cerca Putin

Di Mauro Bottarelli , il - 12 commenti

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Era l’11 aprile scorso, quando il Comitato europeo dei diritti sociali, un organismo del Consiglio d’Europa, rendeva nota una nuova pronuncia sull’applicazione della Legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Il Comitato ha stabilito che l’Italia “viola il diritto alla salute delle donne” che vogliono abortire, poiché esse incontrano “notevoli difficoltà” nell’accesso ai servizi, anche per l’alto numero di medici obiettori di coscienza: i quali, stando ai calcoli, sono sette su 10. Ora, lungi da me entrare in un tema scottante e altamente personale come quello dell’aborto ma una domanda mi sorge spontanea: come mai l’Europa ha sentito il dovere di bastonare l’Italia su questo tema e non sta aprendo bocca sulla volontà del governo polacco di voler bandire del tutto la possibilità di interrompere la gravidanza?
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Eh sì, perché nel silenzio generale è a questo che sta pensando il partito di governo “Legge e giustizia”, i cui legami con la potente Chiesa cattolica polacca sono noti da tempo. Già oggi la Polonia ha una delle legislazioni più stringenti in assoluto in materia di aborto, il quale è legale solamente in casi di stupro, incesto e o malformazioni gravi del feto che porterebbero alla nascita di un bambino malato. Ora, invece, il presidente del partito di governo, Jaroslaw Kaczynski, ha detto chiaramente che “sul tema dell’aborto sono soggetto all’insegnamento dei vescovi”. Di più, la nuova legge, che cancellerebbe anche le fattispecie sopra elencate per le quali l’aborto resta legale, è stata redatta dal gruppo ultra-conservatore Ordo Iuris, contrario anche ai matrimoni omosessuali ed ha immediatamente ottenuto il sostegno ufficiale della Conferenza episcopale polacca. Lo stesso primo ministro, Beata Szydlo, ha detto di supportare interamente la proposta di bando, così come la gran parte dei membri del suo partito.
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Immediata è partita la protesta di vari gruppi femministi, per i diritti civili e di semplici cittadine spaventate dall’ipotesi di un ritorno totale all’aborto clandestino, pratica purtroppo già oggi molto diffusa in Polonia, tanto che nelle loro manifestazioni brandiscono come simbolo delle grucce per abiti, terribile e atroce strumento utilizzato proprio nelle pratiche abortive al di fuori delle legge e delle strutture sanitarie. Ma come, l’Italia viene ripresa ufficialmente per la non totale applicazione delle legge a causa degli obiettori e nessuno in sede Ue dice nulla rispetto a una proposta di bando totale dell’aborto in Polonia? Oltretutto, lo stesso Paese che è già stato duramente attaccato da istituzioni e politici europei per la riforma della Corte costituzionali e dei vertici dei media pubblici. Come mai?
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Forse per questo: “Qual è la più grande e pericolosa minaccia per il mondo libero? Non il Califfato, bensì la Russia”. Parola del ministro degli Esteri polacco, Witold Waszczykowski, citato da molti siti europei, tra cui quello della Die Welt. Il capo della diplomazia del governo al potere nel più grande Paese orientale della Nato dopo le elezioni del 25 ottobre scorso, ha reso tali dichiarazioni in pubblico durante un dibattito sul futuro dell’Alleanza atlantica svoltosi nella capitale slovacca, Bratislava. Stando al giudizio di Waszczykowski, le attività della Russia “sono una minaccia esistenziale, perché possono distruggere paesi”.
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Anche le attività dell’Isis, ha continuato, “sono un grandissimo pericolo ma il Califfato jihadista però non minaccia l’Europa nella sua esistenza. Per questo, la Nato dovrebbe rafforzare la sua presenza militare nei suoi Paesi membri orientali, al fine di dimostrare determinazione a fronte di Mosca”. Si sa, la Polonia riceve aiuti sia militari Nato, sia economici della Ue (vengono da Bruxelles fondi di coesione pari a un terzo della crescita annua del prodotto interno lordo polacco) e quindi deve cercare di non urtare la suscettibilità di nessuno dei due soggetti ma questa volta l’appello pare qualcosa di più: definire la Russia un pericolo maggiore dell’Isis, ancorché provenendo da un background storicamente russofobo, significa altro. Ovvero, aprire un nuovo fronte di tensione a Est.
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Un fronte già caldo, d’altronde. Dopo i centri di comando in Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania, aperti ufficialmente il 3 settembre scorso e pienamente operativi entro il prossimo luglio, i ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica hanno approvato, infatti, la creazione dei nuovi centri in Ungheria e in Slovacchia. I centri di comando avranno lo scopo di facilitare il dispiegamento rapido di truppe Nato e di coordinare le esercitazioni. L’Ungheria, però, non è un membro facile da gestire.
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Entrata nella Nato nel 1999 attraverso un referendum molto partecipato, ora vede però al governo quel Viktor Orban che, ad esempio sulla questione migranti, ha le idee molto chiare. Celebrando la rivoluzione del 1848 contro gli Asburgo, Orban ha così parlato di Bruxelles e delle sue strategie: “E’ arrivato il tempo di suonare la campana d’allarme, se vogliamo fermare l’immigrazione di massa, allora dobbiamo mettere il freno a Bruxelles. Non è concesso di dire la verità, è vietato dire che l’immigrazione porta crimine e paura nelle nostre nazioni. E’ vietato dire che gli arrivi di massa di altre culture sono una minaccia al nostro stile di vita, alla nostra cultura, alle nostre abitudini e tradizioni cristiane. L’immigrazione di massa a un’acqua lenta e cheta che erode la costa con il suo flusso persistente. Si maschera da argomento umanitario ma la sua vera natura è quella di occupare spazio”.
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Insomma, un brutto cliente per chi vuole placidi servi. E un cliente che dall’altro giorno sembra aver preso una direzione decisamente opposta rispetto all’altro membro Nato dell’Est, ovvero la Polonia. L’Ungheria, infatti, ha emesso un debito a 3 anni con rendimento del 6,25% su un bond denominato in yuan, per l’esattezza un 1 miliardi di yuan (154 milioni di dollari). Un ammontare piccolo e che, oltretutto, se avesse visto Budapest emettere il debito in dollari e poi operare uno swap di quanto ottenuto in yuan, avrebbe visto il costo sull’interesse annuo scendere dell’1%. Quindi, solo una scelta politica. Oltretutto, le emissioni di bond in yuan offshore sono calate molto dopo la decisione della PBOC dello scorso agosto di svalutare la moneta ma quanto compiuto dall’Ungheria le conferisce lo status di “yuan hub”, fissando un benchmark per le aziende ungheresi che vogliano emettere debito corporate in valuta cinese.
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D’altronde, la Bank of China lo scorso ottobre ha aperto un clearing center a Budapest, cerimonia che vide fianco a fianco proprio Viktor Orbam e il capo dell’istituto cinese, Tian Guoli e a gennaio l’Ungheria ha offerta mandato esclusivo alla Bank of China per i suoi bond offshore in yuan. Inoltre, nel giugno del 2015 l’Ungheria è stato il primo Paese europeo ha firmare un accordo di cooperazione con l’iniziativa infrastrutturale cinese “One Belt, One Road”, un progetto da 40 miliardi di dollari. Utilizzando lo yuan, l’Ungheria potrà quindi pagare le aziende costruttrici cinesi e ridurre il rischio sul cambio.

Inoltre, la Borsa ungherese – controllata a maggioranza dalla Banca centrale – ha appena approvato una nuova strategia per aumentare i nuovi collocamenti e attrarre nuovi investitori, il tutto per affiancare gli sforzi del governo di migliorare l’economia. Come? Applicando la garanzia statale, attraverso la Banca centrale, sugli assets a rischio. La nuova strategia avrà un arco temporale di quattro anni, fino al 2020 e punterà ad aumentare i collocamenti per bloccare la dinamica di calo delle partecipazioni agli scambi registrata negli ultimi anni, proprio in contemporanea con l’inizio del ritiro delle misure espansive da parte della Banca centrale.
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In cambio, quest’ultima ora baserà tutta la sua attenzione sulle equities: il mercato azionario ungherese, infatti, lo scorso hanno è cresciuto del 44% e attualmente trada al massimo da 6 anni ma ha una capitalizzazione molto più bassa di alcune altre piazze azionarie dell’Est Europa, ha scarsi nuovi collocamenti e i volumi di scambio rimangono sotto i livelli pre-crisi. La riforma si ripromette inoltre di portare cinque nuovi collocamenti all’anno e, soprattutto, di aumentare la capitalizzazione di mercato dal 20% attuale del Pil a circa il 30%. Insomma, si vuole migliorare la performance economica pompando artificialmente il mercato azionario.
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Anche perché il debito sovrano ungherese è di categoria junk dal 2011 a causa proprio delle politiche economiche di Orban e dell’alto indebitamento statale e proprio quest’anno ci si attende che riconquisti l’investment grade grazie ai miglioramenti dei fondamentali.

Arriverà quell’upgrade o, a differenza della fedele Polonia, l’Ungheria fuori dagli schemi di Orban pagherà un prezzo molto alto al nuovo ordine atlantico che si vuole imporre ad Est? Tanto più che, al netto della dipendenza energetica ungherese dalla Russia,
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nella sua visita a Mosca del 17 febbraio scorso, Viktor Orban ha dichiarato che “siamo tutti interessati a una normalizzazione delle relazioni tra Europa e Russia, questo corrisponde al preciso interesse ungherese”, tanto che il premier magiaro si sarebbe spinto a dire che “l’Ue non rinnoverà automaticamente le sanzioni contro Mosca quando queste andranno a scadenza il prossimo luglio”. Confinando con l’Ucraina, l’Ungheria è avamposto Nato privilegiato: Orban potrà ancora per molto tenere il piede in due scarpe?

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