Israele accusa Assad di usare armi chimiche, le stesse che gli Usa rubarono in Libia. E la Clinton..

Di Mauro Bottarelli , il - 3 commenti

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Tu guarda a volte gli scherzi che fa il destino. Con il partito falcidiato dagli avvisi di garanzia, l’economia che non riparte e la variabile Marchini-Berlusconi che potrebbe tagliar fuori il suo candidato Roberto Giachetti dalla corsa a sindaco di Roma, ieri Matteo Renzi ha annunciato che Salvatore Girone, il marò ancora trattenuto in India, potrà seguire lo svolgimento dell’arbitrato in Italia, visto che il Tribunale dell’Aja ha accettato il ricorso presentato dal governo italiano. Quindi, i due marò sono tornati a casa grazie al governo Renzi. E a poco più di un mese dalle amministrative. Che combinazione! Ma non è mica solo il nostro Paese a vivere di queste pantomime, tutto il mondo lo fa. E in più grande stile.
Renzi_furbetto

Ricorderete come pochi giorni fa fece il giro del mondo la notizia della morte, nel corso di un bombardamento, dell’ultimo pediatra di Aleppo, rimasto nella città martire siriana per curare le piccole vittime del conflitto. La responsabilità della sua morte, insieme a quella di un’altra ventina di persone, è stata immediatamente addossata alle forze governative fedeli a Bashar al-Assad, tornato nell’immaginario mediatico internazionale un macellaio che fa bombardare ospedali, mercati e moschee. Balle. E a dirlo non è il sottoscritto o il ministero dell’Interno di Damasco ma Ibrahim Alsabagh, frate francescano e parroco che oggi si trova proprio nella zona ovest di Aleppo, quella controllata dalla forze governative.
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Ecco le sue parole in un’intervista al sussidiario.net: “Ad Aleppo il governo siriano difende le zone della città dove è ancora forte e presente. Nella zona ovest in cui io mi trovo cadono tanti missili lanciati dai gruppi jihadisti. Piovono sulle strade, sugli edifici, sulle chiese, sulle moschee, sugli ospedali. Stamattina (venerdì 29 aprile, ndr) è caduto un missile su una moschea e ha ucciso 15 persone. Questo è avvenuto nella parte controllata dal governo e, quindi, non possiamo certo immaginare che l’esercito siriano stia lanciando missili contro se stesso. I missili provengono dalle zone controllate dai gruppi jihadisti”. E ancora: “I missili che hanno colpito gli ospedali provenivano dalla parte controllata dai ribelli. Nella zona controllata dal governo ci sono tanti morti, tanti feriti, tante case distrutte, tante strade bombardate. Le lezioni nelle scuole sono state sospese e io stesso ho chiesto a tanti miei parrocchiani di non venire più per le attività nella chiesa, se non per la messa quotidiana”.
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E se la parola di padre Ibrahim non bastasse, a confermare la bufala dell’attacco governativo ci ha pensato la rapidità con cui la notizia ha perso di interesse e volume. Stranamente, subito dopo che Mosca ha detto di essere in possesso di tracciati radar che dimostrano come, al momento dell’attacco contro gli ospedali, in volo ci fossero solo due caccia. Della coalizione occidentale anti-Isis.

Ma guarda un po’. Ieri, poi, altro tentativo di screditare Assad, proprio mentre il cessate il fuoco sta collassando in tutto il Paese e John Kerry è volato a Ginevra per cercare di salvarlo (immaginiamo già come). Poco più di una settimana fa, infatti, il regime di Bashar al-Assad ha impiegato armi chimiche contro l’Isis ad est di Damasco, nonostante l’accordo del 2013 sul loro smantellamento. A riferirlo il quotidiano israeliano Haaretz, aggiungendo che il regime ha usato probabilmente il gas sarin dopo che i militanti dello Stato Islamico hanno attaccato due basi dell’aviazione siriana considerate risorse militari vitali.
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Haaretz – che per la notizia, guarda caso, non cita nessuna fonte – ha ricordato che nel 2013 il regime di Assad usò armi chimiche contro i ribelli numerose volte. Un fatto specifico – l’uccisione, in un caso, di centinaia di civili – spinse però l’amministrazione Usa di Barack Obama a dichiarare che il presidente siriano, Bashar Assad, aveva varcato la “linea rossa” e a minacciare un attacco immediato. Minaccia rientrata solo dopo l’accordo raggiunto con la Russia di Vladimir Putin sullo smantellamento delle riserve di armi chimiche siriane, avvenuto a inizio del 2014, anche se i servizi occidentali ritengono che Assad abbia mantenuto una piccola quantità di armi chimiche da usare in caso di pericolo per la sopravvivenza del regime stesso. In alcuni casi – ha scritto Amos Harel, autore dell’articolo – Assad ha impiegato armi chimiche meno letali, come bombe alla clorina. Ma anche l’Isis – ha ricordato, bontà sua, il quotidiano israeliano – ha usato armi chimiche. Eh già e chi gliele ha fornite?
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Una risposta a questa domanda l’ha offerta il grande giornalista investigativo Seymour Hersh in due articoli pubblicati sulla London Review of Books, nei quali dice chiaramente che il governo americano ha falsamente accusato il regime di Bashar al-Assad per gli attacchi con il gas sarin per trovare un casus belli che giustificasse l’invasione della Siria.

Insomma, il vecchio schema alla Colin Powell con la fialetta di collirio spacciata per arma chimica. A confermare la tesi di Hersh c’è un report dei servizi segreti britannici che escluderebbe che il sarin utilizzato arrivasse dagli arsenali siriani ma, cosa più grave, alla base di tutto ci sarebbe un accordo segreto stipulato nel 2012 tra ammnistrazione Obama, Turchia, Arabia Saudita e Qatar per dare vita al false flag con l’agente chimico e gettare le responsabilità su Assad per rovesciarne il regime. Per Hersh, “stando ai termini dell’accordo, i finanziamenti sarebbero arrivati dalla Tuchia ma anche da Arabia Saudita e Qatar, mentre la CIA, con il supporto dell’MI6 inglese, era responsabile del furto del materiale chimico dagli arsenali di Gheddafi in Libia e del suo trasferimento in Siria”. E chi avrebbe giocato un ruolo logistico e di raccordo in questa operazione?
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Il consolato Usa a Bengasi, quello poi stranamente colpito da un attentato nel quale rimase ucciso il diplomatico Chris Stevens, il quale intratteneva stretti rapporti con il politico, ex capo del Consiglio militare di Tripoli ed ex-guerrigliero anti-Gheddafi, Abdelhakin Belhadi. E questo signore vanta un curriculum di tutto rispetto, perché dopo essersi unito ai talebani, nel 2004 viene arrestato con la moglie incinta in Malaysia e spedito a Bangkok, da dove tramite una rendition della CIA torna tranquillamente in Libia, dove passa sette anni in carcere, prima di essere liberato dal regime insieme ad altri 170 estremisti islamici con un atto di clemenza (mal riposta, come la storia ha insegnato).
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Stando a una ricerca del reporter investigativo Christoph Lehmann pubblicata il 7 ottobre del 2013, “alcune prove portano direttamente alla Casa Bianca, al capo del Joint Chiefs of Staff, Martin Dempsey, al direttore della CIA, Paul Brennan, al capo dell’intelligence saudita, principe Bandar e al ministro dell’Interno di Ryad”. Qual è il problema, direte voi, è roba vecchia? Certo, vecchissima. Peccato che sempre Hersh dica chiaramente che a sovrintendere all’operazione di furto del sarin dagli arsenali libici e al trasferimento dello stesso in Siria via Turchia c’era proprio l’ambasciatore a Bengasi, Chris Stevens.
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“Quell’ambasciatore che è stato ucciso era conosciuto come un tipo di persona, per quanto ho capito, che non si militava a prendere ordini dalla CIA. Nel giorno della missione stava incontrandosi con il capo zona della CIA e con la compagnia di spedizione. Era certamente coinvolto, ben a conoscenza del piano e al corrente di tutto quanto stava accadendo. E non esiste al mondo che qualcuno in una posizione così delicata non stesse parlando con il suo capo, attraverso qualche canale”. E chi era il suo capo? Ah, già, il segretario di Stato, essendo lui un ambasciatore. Quindi, Hillary Clinton.

Guarda caso, Chris Stevens non può parlare perché è morto nell’attentato al consolato Usa di Bengasi dell’11 settembre 2012, mentre la Clinton si avvia alla nomination per la Casa Bianca, anche perché i giudici statunitensi non paiono molto impazienti di portarla in tribunale per le mail secretate che spediva da un account di posta privato. La Clinton non ha consegnato agli archivi, come era tenuta a fare periodicamente, i suoi messaggi di posta elettronica, una mossa che è stata definita “estremamente insolita” e tutta da spiegare da Robert Gibbs, il primo portavoce del presidente Obama.
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Nel mezzo della bufera che coinvolse l’ex segretario di Stato, la commissione d’inchiesta sui fatti di Bengasi istituita dal Congresso chiese al Dipartimento di Stato l’intera documentazione su quanto accaduto ma, guarda caso, nel file furono però omesse, stando a quanto ricostruito dal New York Times, le mail della Clinton che erano state appunto gestite attraverso un account privato, anziché attraverso uno ufficiale. Anche qui, il festival delle coincidenze fortuite.

Il problema è che con un Donald Trump che arriva alle primarie di oggi in Indiana con questi sondaggi
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e che ha visto le possibilità di una sua nomination salire al massimo storico dell’85% questa settimana, dopo che l’ex candidato Marco Rubio ha dichiarato che “il Partito repubblicano non può ignorare la volontà della gente o questa si arrabbierà”, come ci mostrano i grafici,
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tutto può permettersi la Clinton tranne che l’esplosione di uno scandalo che arrivi dal passato e che contempli operazioni sotto copertura e ben poco nobili in Medio Oriente. Detto fatto, essendo la Clinton molto apprezzata dalla lobby ebraica statunitense, Hareetz spara la notizia, senza alcuna fonte, del sarin di Assad.
Tutte combinazioni. Come quella della rivolta sciita al Parlamento iracheno nel fine settimana, ad esempio. Il governo del premier Abadi, a un mese della presentazione della nuova squadra, è infatti sul punto di collassare a causa delle lotte intestine tra fazioni, corruzione e la minaccia dello Stato islamico. E, guarda caso, gli sciiti forzano la mano.
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Che il governo iracheno sia un proxy per metà iraniano e per metà Usa è cosa nota, il problema è che nel silenzio generale dei media, due settimane fa il leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, ha sferrato un attacco diretto agli Usa, accusandoli di boicottare il business iraniano e di minare l’accordo sull’allentamento delle sanzioni. “Sulla carta gli Stati Uniti permettono alle banche straniere di fare affari con l’Iran ma in pratica hanno creato una “iranofobia” tale che nessuno vuole operare business con noi”, ha tuonato. E. in effetti, alle banche Usa rimane proibito operare direttamente o indirettamente con Teheran, poiché gli Usa accusano ancora l’Iran di supporto al terrorismo e violazione dei diritti umani (l’Arabia Saudita, invece, va benissimo). Caso strano, questo grafico mette le cose in una prospettiva diversa.
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E, caso strano, proprio ora gli sciiti stanno alzando la voce – e non solo – contro il governo di Baghdad. Tutte coincidenze, una dopo l’altra. Come l’attentato che proprio ieri ha reclamato oltre venti vittime nella zona di Al Nahrahuan, periferia sudorientale di Baghdad, in Iraq. Obiettivo dell’attacco, rivendicato dal sedicente Stato islamico, i pellegrini che si stavano recando sulla tomba dell’imam Moussa al-Kazim, uno dei santuari sciiti più venerati del Paese. Insomma, come vi dicevo in un articolo della scorsa settimana, il fronte caldo si sta spostando in Iraq, dove le tensioni tra sciiti e sunniti sono il proxy delle grandi potenze e dei grandi interessi in gioco: Iran e Siria da un lato, Arabia, Paesi del Golfo e Turchia dall’altro. Spettatori, molto interessati, Usa, Israele e Russia. A breve potrebbe saltare fuori una qualche accusa contro Teheran, statene certi. Magari sfruttando la scusa di Hezbollah.

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