La ripresa “a L” dell’economia cinese? Dal commercio alla porkflation, ecco alcune criticità

Di Mauro Bottarelli , il - 6 commenti

China_crazy
Un paio di giorni fa, Funnyking ha pubblicato un articolo nel quale salutava con apprezzamento i crolli borsistici cinesi, ritenendoli la reazione sana del mercato agli annunci del governo riguardo il rallentamento economico e, soprattutto, la sottolineatura del fatto che la ripresa non sarà ad “U” o a “V” ma bensì a “L”. Sono d’accordo con lui nel ritenere giusto il tentativo di sgonfiare la bolla, anche dolorosamente, prima che questa divenga ingestibile ma mi permetto di avanzare alcune criticità che mi fanno pensare che il governo cinese, se davvero la smetterà con il denaro a pioggia, lo farà solo perché all’angolo, impossibilitato ad andare oltre.

Il problema sta in primo luogo in questo grafico,
Anonymous
il quale ci mostra come i tonfi sul mercato A shares cinesi siano sempre seguiti a dichiarazioni di “autorità anonime” citate da People’s Daily, la voce del Partito comunista cinese, esattamente come quelle riguardanti la ripresa a “L”. E’ di fatto una strategia? E se sì, quanto ci metteranno i partecipanti del mercato ad assumerla come pattern e operare front-load? Le conseguenze di uno sgonfiamento della bolla, se questo non avviene in maniera controllata, possono essere molto pesanti. Andiamo oltre. Quando ancora l’intervista non era stata pubblicata, ovvero venerdì scorso, la Borsa di Shanghai ha comunque chiuso a -2,82%, con un tonfo nell’ultima ora di contrattazioni. Come mai? A mercato chiuso si è saputo che la paura ha cominciato a correre di nuovo in Cina, dopo che Inner Mongolia Nailun Group Inc, un produttore di fertilizzanti, ha detto di non essere in grado di pagare le cedole dei suoi bond, né i primi riscatti. Insomma, il mercato teme un effetto domino. La situazione è seria? Parrebbe di sì. E ce lo conferma questo grafico,
China_issuances1
il quale ci mostra come da inizio anno 241 emissioni obbligazionarie non sovrane siano state cancellate o rimandate, 120 solo ad aprile contro le 315 totali di tutto il 2015. Certo, ad oggi non c’è tempesta, visto che sono stati emessi solo il mese scorso 709 bond per un controvalore di 1,04 trilioni di yuan, portando quindi la percentuale di emissioni terminate con successo all’85% del totale. Ma attenzione, perché questo altro grafico
China_issuances2
ci mostra come si stia avvicinando il picco di maturazione del debito su cui operare roll-over o da rifinanziare, soprattutto in settori in pesante bolla sui volumi come le commodities. E apriamo ora il capitolo della terza criticità, proprio legata alle materie prime e al trading folle sui futures. Questi due grafici
China_commo1
China_commo2
mettono le situazione in prospettiva: a fronte di un open interest rimasto pressoché invariato, non possiamo che leggere questo dato come pura speculazione a breve, ovvero traders quasi sempre retail che ammassano posizioni per poche ore e se ne vanno a fine giornata. Il problema sta nelle proporzioni, perché come vedete dal secondo grafico, al picco del boom di trading, il volume giornaliero aggregato tra i contratti era più di quattro volte l’open interest, quando solo il 4 maggio era a 1.4x.

Nella notte tra sabato e domenica, poi, le autorità cinesi hanno reso noto i dati su export e import nel mese di aprile, entrambi calati dal balzo record di marzo che fece gridare alla ripartenza cinese. Le esportazioni sono scese dell’1,8% su base annua dopo l’irrealistico +11,5% di marzo, stando a dati dell’Amministrazione generale delle dogane, un dato che supporta i timori del governo riguardo a un ambiente economico nel commercio estero che sarà duro nell’anno in corso. Le importazioni sono invece crollate del 10,9% sempre su base annua e in questo caso dopo il -7,6% del mese di marzo, risultato che porta la striscia di cali consecutivi a 18 mesi di fila.
China_trade
Inoltre, la crescita economica cinese ha rallentato al 6,7% sempre nei primi tre mesi di quest’anno ma il dato sull’attività è risalito a marzo, grazie alle costosissime politiche di stimolo del governo, compresi sei tagli dei tassi di interesse dalla fine del 2014 ad oggi. Il problema è che al netto del rallentamento, il governo cinese ha iniettato qualcosa come prestiti totali per 1 trilione di dollari nell’economia, bloccando sì il rapido rallentamento iniziato sul finire del 2015 e facendo perdere di forze ai timori per un hard landing ma la quasi totalità degli analisti sono certi che questo rimbalzo avrà vita breve e, quindi, effetto limitato.
China_gdp

E che il mercato debba prepararsi a un rischio ribassista per la Cina ce lo dicono altri due dati, i quali ci offrono un orizzonte molto in chiaroscuro: se da un lato, infatti, il dato PMI manifatturiero ufficiale relativo ad aprile ha segnalato un’espansione dell’attività delle fabbriche per il secondo mese di fila ma solo marginale, l’indice PMI Caixin della manifattura parla invece per il mese scorso di un livello sotto 50, ovvero il 14mo mese di fila di contrazione. Chi dice la verità? Certo, nonostante la domanda globale debole, la Cina nel 2015 è comunque riuscita ad ampliare la sua quota di mercato nell’export globale, salendo al 13,8% dal 12,3% del 2014, confermando che le esportazioni del Dragone sembrano restare competitive, nonostante i costi più alti.
Caixin_PMI
Per quanto, però? La domanda sorge spontanea, visto che solo poche ore fa il gigante della vendita al dettaglio di abbigliamento Usa, Macy’s, ha tagliato di netto il suo outlook, citando “l’incerta direzione delle spese dei consumatori”. Il titolo nel pre-market perdeva il 10% e questo perché i conti sono davvero impietosi: le vendite nel primo trimestre hanno totalizzato 5,771 miliardi di dollari, in calo del 7,4% rispetto al 6,232 dello stesso periodo di un anno fa, ovviamente anche alla luce della chiusura di 41 punti vendita. Il dato compo stores generale è sceso del 6,1%, più che raddoppiando in negativo le attese ma a fare paura deve essere questo:
Clothing_sales
le scorte relative all’abbigliamento negli Usa sono salite dello 0,2% in marzo, a fronte di un calo delle vendite del 5,9%, portando la ratio scorte/vendite del comparto al record storico di 2.32, stando a dati del Dipartimento del Commercio. Se continua a rallentare e di parecchio il più grande mercato per le merci cinesi, abbigliamento in testa, reggerà quel dato dell’export?

La domanda poi è anche un’altra: se la Cina ha dovuto spendere 1 trilione di dollari nei primi tre mesi di quest’anno in stimolo del debito solo per rallentare la traiettoria di crescita al ribasso, come ci mostra questo grafico,
China_debt2
cosa dovrà fare in futuro per cercare di non tamponare la falla ma crescere realmente? Al netto della favola della trasformazione rapida dell’economia cinese sull’architrave dei servizi,
China_service
come ci mostra questo altro grafico,
China_HK
la Cina ad aprile ha registrato un surplus commerciale di 45,56 miliardi di dollari contro le attese di 40 miliardi, peccato che quel extra-commercio altro non siano che fughe di capitali record attraverso Hong Kong. Nonostante l’aumento delle riserve valutarie di 6,4 miliardi di dollari (di fatto un mero effetto dell’apprezzamento forex), gli outflows di capitali sono accelerati ad aprile. L’import verso Hong Kong è salito su base annua del 203,5% lo scorso mese dal +116,5% di marzo, il tutto a fronte di un calo della crescita dell’import da altri mercati dell’11,9% dopo il -8,2% di marzo: si spacciano per importazioni ciò che in realtà sono solo fughe di capitali. Per carità, nulla che possa far ribaltare a breve il Paese ma sicuramente un trend che preoccupa.

Veniamo ora all’ultima criticità, quella che maggiormente mi fa pensare che se il governo cinese davvero intende cambiare rotta rispetto al credito è solo perché i rischi che la situazione vada fuori controllo cominciano a essere troppo alti. In inglese la si definisce “porkflation”, noi possiamo chiamarlo semplicemente aumento del prezzo della carne di maiale, l’alimento base dell’alimentazione cinese. E un aumento serio, come ci mostrano questi due grafici,
China_pork5
China_pork1
relativi al prezzo sia al dettaglio che all’ingrosso, mentre questo altro grafico
China_pork2
mette la situazione in prospettiva rispetto a quanto pesi la carne di maiale nel computo CPI cinese, ovvero il cosiddetto paniere che misura l’inflazione su base più ampia. La questione, qui, prima che economica è politica e di stabilità sociale. A fronte dei licenziamenti in continuo aumento per il rallentamento economico e dei salari di chi ancora ha un lavoro che languono stagnanti, l’aumento dell’alimento base potrebbe portare notevoli tensioni se le autorità non faranno qualcosa e questo grafico
China_strikes4
ci mostra come qualche turbolenza la Cina dell’ordine e del silenzio assoluto la stia già vivendo: anche i cinesi, nel loro piccolo, si incazzano a lavorare come bestie per una ciotola di riso. E che la situazione sia allarmante lo conferma il fatto che tra il 4 e il 5 maggio scorsi il governo ha ordinato di far arrivare sul mercato 3,05 milioni di chilogrammi di carne di maiale congelata per cercare di far scendere i prezzi ma questi due grafici
China_pork3
China_pork4
ci mostrano come l’effetto, ammesso che ci sia, rischia di essere di breve termine. Il primo compara il numero di scrofe a livello nazionale con l’aumento medio dei prezzi, mentre il secondo ci mostra che la dinamica di aumento del costo della carne si è sostanziata nonostante l’import di maiali in Cina sia oggi ai massimi dal 2008. Quindi, se il bene che pesa maggiormente sull’indice inflattivo vede il suo prezzo continuare a salire, tagliare ancora i requisiti di riserva per le banche o, peggio, lanciare un QE in piena regola appare abbastanza folle. Quindi, si comincia a parlare di ripresa a “L”. Ma le criticità, come vedete, sono davvero tante, a fronte di un’economia a livello globale che flirta già con una nuova recessione.

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