Da Pechino con furore distruttore


di David Stockman

I suzerain disperati dello Schema Rosso di Ponzi sono incorreggibili. Non lo ritengono un insulto alla razionalità economica cercare di perpetuare il loro potere e i loro privilegi.

Quindi ora arriva una mossa ancor più assurda. Vale a dire, un vero e proprio tsunami di dispense statali per favorire, ebbene sì, gli imprenditori capitalisti!

Proprio così. Come descritto da Bloomberg, il premier Li Keqiang ha dato la parola e, presto, quasi $340 miliardi finiranno in un esercito di fondi di venture capital gestiti dalla burocrazia dei vari governi locali.

La Cina si sta dedicando al venture capital in grande stile. Un modo davvero, davvero grande.

I fondi di venture capital sostenuti dai governi locali hanno raccolto circa ¥1,500 miliardi nel 2015, triplicando la quantità in gestione in un solo anno a ¥2,200 miliardi, secondo i dati compilati dalla società di consulenza Zero2IPO Group. Questa è la più grande somma di denaro per start-up in tutto il mondo e quasi cinque volte la somma raccolta da altre società di venture capital lo scorso anno a livello globale, in base alla consulenza della società Preqin Ltd. con sede a Londra.

Veramente? Queste sono le stesse persone che hanno tirato su un’industria siderurgica da 1.2 miliardi di tonnellate in meno di due decenni, la quale rappresenta il doppio di quanto possa utilizzare e una capacità di gran lunga più grande rispetto al resto del mondo messo insieme. Questa bizzarra eruzione industriale sta ormai cadendo in un buco nero di perdite, decadimenti, abbandoni e rifiuti, ma a quanto pare non importa. Ora i compagni di Pechino stanno per seminare venture capitalist al 5X del tasso di tutto il pianeta.

Questa storia ricorda vagamente il Grande Balzo in Avanti di Mao, il quale cercò di mettere una fornace nel cortile di ogni contadino cinese. Quando fuse i loro aratri e zappe per creare rottami d’acciaio, il salto risultante non fu esattamente in avanti.

L’unica differenza è che i leader cinesi di oggi indossano giacche e cravatte, parlano il gergo della finanza occidentale e si tingono i capelli. Ma l’idea stessa che Pechino possa agitare una bacchetta e lanciare 1,600 incubatori per start-up in un paio di un mesi e mobilitare ¥2,200 miliardi di venture capital, rappresenta una misura della follia incendiaria che ha attanagliato lo Schema Rosso di Ponzi:

Per quanto riguarda i soldi in quelli che sono conosciuti come fondi guida del governo, le agenzie locali e centrali giocano un certo ruolo. Con 780 fondi a livello nazionale e un sacco di sperimentazione, non c’è alcun modello per capire come siano gestiti o finanziati. La maggior parte del loro capitale proviene da entrate fiscali o prestiti garantiti dallo stato.

Quel denaro è parte dello sforzo del premier Li Keqiang per sostenere l’economia cinese in rallentamento attraverso l’innovazione e la riduzione della sua dipendenza dall’industria pesante. Nel 2014 il paese ha inaugurato una campagna per sostenere l’imprenditorialità e da allora ha aperto 1,600 incubatori high-tech per le start-up.

In qualche modo Bloomberg è riuscito a trovare un commentatore sano di mente in questa farsa colossale. Gary Rieschel, fondatore di Qiming Venture Partners, ha suggerito che questo enorme afflusso di denaro aumenta la possibilità di un ciclo boom/bust, come gli investimenti statali cinesi nei settori dell’energia solare ed eolica:

[…] “Hanno questa fantasia che se danno i soldi a tutti, ciò creerà uno stuolo d’ imprenditori”, ha detto. Ma i manager inesperti o corrotti sono propensi ad investire in decine di imitazioni regionali incapaci di diventare abbastanza grandi da essere redditizie. “Ciò si tradurrà in perdite catastrofiche per il governo.”

Il punto è che una stampante monetaria sgangherata e un rubinetto illimitato di fondi statali finiranno per creare sprechi, non ricchezza reale. Infatti la logica indicata nel suddetto articolo, è sufficiente ad esporre quest’ultima esplosione di follia. Stanno cercando di spingere il capitale di rischio dove gli investitori di rischio privati non andranno — vale a dire, nei posti sbagliati.

Il denaro è destinato a “superare il fallimento dell’allocazione del venture capital orientata dal mercato” grazie alla gestione statale degli investimenti nelle fasi iniziali, secondo Zero2IPO. Il governo vuole convogliare il denaro alle start-up più rischiose, evitate dagli investitori privati che inseguono i rendimenti più veloci e più sicuri in scommesse su entità già affermate, ha detto Wu Qing, ricercatore per lo State Council Development and Research Center.

Infatti, giorno dopo giorno, diventano evidenti le prove che lo Schema Rosso di Ponzi sia entrato in una fase di delirio finale. Questo articolo di Bloomberg ha osservato che in Cina sta esplodendo la moda del private equity. Attualmente ci sono circa 15,900 partnership limitate con quasi $1,000 miliardi in gestione. Questi eccessi speculativi sono veramente da capogiro.

Ma non ditelo ai giocatori d’azzardo ancora rimasti nel casinò di Wall Street. Persistono nel delirio assurdo che la Cina sia un miracolo economico da $10,000 miliardi con sfide di transizione che saranno abilmente superate, le quali porteranno la Cina ad essere un’economia basata sui consumi e sui servizi.

No, non andrà così. La Cina è una “trappola mortale” destinata ad un atterraggio di fortuna e quest’ultimo azzardo nel mondo del venture capital è solo un’ulteriore prova.

La verità è che non esiste affatto un vero capitalismo in Cina; si tratta di una nazione quasi-totalitaria impazzita a furia di abitazioni, indebitamenti, spese e speculazioni per una grandezza che non ha paralleli storici.

Così facendo, la Cina s’è buttata in un vulcano di debito impagabile e sovra-investimenti folli in tutto. Non è qualcosa che può essere rallentato o stabilizzato da editti e nuovi piani da parte dei compagni di Pechino. È il più grande incidente economico dello storia umana.

E questa proposizione fa tutta la differenza del mondo. Se la Cina crolla, l’economia globale non può evitare una lussazione finanziaria e macroeconomica. E non solo perché la Cina rappresenta il 17% del PIL mondiale da $80,000 miliardi, o perché è stata il motore della crescita del pianeta per la maggior parte di questo secolo.

In realtà, la Cina è l’epicentro marcio delle due decadi di frode monetaria ed esplosione del credito alimentate dal settore bancario centrale, periodo che ha deformato e destabilizzato la trama dell’economia globale.

Ma in Cina la follia finanziaria è andata molto oltre, perché nei primi anni ’90 un’oligarchia di despoti aveva scoperto un modo migliore per rimanere al potere. Cioè, la stampante monetaria nel seminterrato della PBOC — e proprio nel momento giusto (per loro).

E di fatto hanno stampato. Con l’acquisto di dollari, euro e altre valute per agganciarvi la propria e per lubrificare le fabbriche dell’export, la PBOC ha ampliato il suo bilancio da $40 miliardi a $4,000 miliardi nel corso di soli due decenni. Non vi è nulla di simile nella storia delle banche centrali — e nemmeno nell’immaginario più febbrile degli economisti.

La stampante rossa della PBOC, a sua volta, ha emesso enorme potenza di credito. A metà degli anni ’90 la Cina aveva circa $500 miliardi tra credito pubblico e privato — difficilmente l’1.0X del suo PIL. Oggi quel numero è arrivato a $30,000 miliardi o anche di più.

Eppure nulla in questo mondo economico, o nel prossimo, può crescere del 60X in soli 20 anni e vivere per raccontarlo. Soprattutto non in un sistema costruito su un tessuto top-down di editti, illusioni, menzogne ed impossibilità, e che non sfoggia nemmeno una parvenza di disciplina finanziaria, responsabilità politica o libertà di parola.

Vale a dire, la Cina è una pozione magica tra Keynes e Lenin. È la tempesta finanziaria che abbatterà le banche centrali che hanno favorito una falsa prosperità.

Quindi il giusto approccio a questo orribile pericolo non è quello di sezionare le dichiarazioni di Pechino alla maniera dei vecchi cremlinologi. Questi ultimi erano destinati a fallire nel lungo periodo, ma almeno sapevano quello che stavano facendo dal punto di vista tattico; valeva la pena analizzare le loro nuvole di parole e la disposizione dei posti nelle sfilate di stato.

Al contrario, i suzerain rossi di Pechino hanno costruito un Villaggio Potemkin. Ma in realtà ci credono veramente, perché non hanno la minima idea di quali siano i requisiti e le routine di una vera economia capitalista.

Da quando le vecchie oligarchie che gestivano la Cina sono state liberate dall’orrenda distopia di Mao mediante la scoperta della stampante monetaria da parte di Deng, non hanno fatto altro che vivere in una bolla in continua espansione, talmente irreale da far invidia al Truman Show. Anche un governante con un minimo di alfabetizzazione economica avrebbe capito da tempo che l’economia cinese è una trappola esplosiva fatta di sprechi, eccessi ed insostenibilità.

Cioè, lo Schema Rosso di Ponzi non presenta solo un boom vertiginoso; è la prova di un sistema che è impazzito per gli investimenti improduttivi finanziati mediante il credito illimitato. Il fatto che la Cina abbia consumato in tre anni più cemento rispetto agli Stati Uniti durante l’intero XX secolo, è solo uno dei tanti indicatori della sua follia.

Il punto è che il grande tsunami di abitazioni non ha riguardato solo il settore delle costruzioni. Tutto quel consumo di cemento ha richiesto la produzione di centinaia di migliaia di betoniere, per esempio, che a loro volta hanno richiesto la fabbricazione di camion.

Ma quando alla fine la frenesia immobiliare della Cina ha rallentato — per non dire fermata — ecco cosa s’è lasciata alle spalle. Cioè, fabbriche e fabbriche di betoniere non finite.

Gli economisti di libero mercato solevano chiamarli investimenti improduttivi. Ed è questo che sono.

Le fabbriche vuote come questa qui sopra — e in Cina ce ne sono a iosa — rappresentano un ingranaggio di una “trappola mortale”. Rivelano un simulacro intrinsecamente insostenibile e instabile del capitalismo, in cui lo scopo del credito è quello di finanziare quote obbligatorie di PIL e non investimenti efficienti con rischi e rendimenti calcolabili. La crescita inarrestabile della sua produzione d’alluminio è solo l’ennesimo esempio.

Ma la madre di tutti gli investimenti improduttivi è nel settore siderurgico della Cina. Da circa 70 milioni di tonnellate di produzione nei primi anni ’90, è esplosa a 825 milioni di tonnellate nel 2014. Oltre a ciò, è il grafico qui sotto che ci racconta tutta la storia.

Vale a dire, lo tsunami di credito a basso costo di Pechino ha consentito alle imprese siderurgiche statali della Cina d’accumulare nuova capacità ad un ritmo ancor più febbrile rispetto alla crescita vertiginosa della produzione annua. Di conseguenza la capacità annuale d’acciaio grezzo è attualmente pari a quasi 1.2 miliardi di tonnellate, e quasi tutta questa capacità — circa il 65% di quella mondiale totale — è stata accumulata negli ultimi dieci anni.

Inutile dire che è impossibile che in un quarto di secolo una crescita del 17X nel settore delle industrie pesanti possa rappresentare qualcosa di sostenibile.

Ciò significa che la massiccia espansione dell’industria siderurgica cinese ha creato un incremento significativo della domanda per i propri prodotti. Cioè, lastre, forme d’acciaio strutturali e altre forme che vanno in altiforni, laminatoi, impianti di fabbricazione e impianti di stoccaggio, così come altri prodotti siderurgici finiti in cantieri, nuove navi portarinfuse, apparecchiature e infrastrutture utilizzate nelle miniere di ferro e nei porti, ecc.

Vale a dire, l’industria siderurgica cinese s’è morsa la coda, ma ora è tutto finito. Per la prima volta in tre decenni, la produzione d’acciaio nel 2015 è scesa del 2-3% rispetto al picco del 2014 a 825 milioni di tonnellate, e si prevede che scenda a 750 milioni di tonnellate l’anno prossimo.

La Cina sarà fortunata ad avere 500 milioni di tonnellate di domanda — cioè, una domanda interna di lamiere d’acciaio per auto, elettrodomestici, armature in cemento armato e acciaio strutturale, una volta che l’attuale baldoria delle costruzioni avrà fine.

Per esempio, l’industria automobilistica della Cina utilizza solo 45 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, e gli apparecchi ne consumano molto meno. Quindi è difficile capire come la Cina avrà una domanda costante anche solo di 500 milioni di tonnellate l’anno, ma questo è solamente il 40% dei suoi investimenti in capacità.

Ed è anche evidente che non sarà in grado di scaricare il suo enorme surplus sul resto del mondo. Già Europa, Nord America, Giappone e quasi ovunque, sono state erette barriere commerciali contro i 110 milioni di tonnellate d’ esportazioni.

Questo non solo significa che la Cina ha mezzo miliardo di tonnellate di capacità in eccesso che schiacceranno i prezzi e i profitti, ma, cosa ancor più importante, che la domanda d’acciaio per le spese in conto capitale dell’industria dell’acciaio è finita. E questo vale anche per i cantieri navali e le attrezzature minerarie.

Questo fatto è già evidente nella fuga degli ordini dalla cantieristica cinese. Quest’ultima si concentra quasi esclusivamente sulle navi portarinfuse — l’elemento che ha trasportato nelle fauci industriali della Cina i massicci quantitativi di ferro, carbone e altre materie prime. Ma nel giro di un anno o due, la maggior parte dei cantieri navali della Cina verrà chiusa, mentre i suoi ordini svaniranno rapidamente sotto un surplus di capacità che non ha precedenti e che ha spinto il Baltic Dry Index ai minimi storici.

Di conseguenza le forme apparenti di capitalismo, vengono smentite dalla sostanza del controllo statalista e della pianificazione centrale. Ad esempio, non esiste un sistema bancario legittimo in Cina — solo giganteschi uffici statali che sono diretti da agenti di partito.

Il loro modus operandi prevede la parcellizzazione di quote di PIL e del credito, e la loro discesa a cascata mediante una vasta catena di comando su contee, comuni e villaggi. Non ci sono mai stati prezzi finanziari legittimi in Cina — tutti i tassi d’interesse e i tassi FX sono stati ancorati e manipolati al punto decimale; né vi è mai stata alcuna contabilità finanziaria onesta — i prestiti sono stati opzioni perpetue per mandare avanti questa farsa.

Così, ora abbiamo l’assurdità della società cinese di trasporto (Cosco) che ha ordinato 11 enormi portacontainer (le esportazioni annuali cinesi sono in calo del 20%) per permettere ai suoi cantieri navali, notevolmente sovradimensionati, d’accettare nuovi ordini. E questi nuovi inutili ordini, a loro volta, scaturiranno dalle elefantiche acciaierie cinesi:

Questi e altri cantieri statali vengono tenuti occupati dalla China Ocean Shipping Group, meglio conosciuta come Cosco, il più grande spedizioniere marittimo del paese per capacità che l’anno scorso ha ordinato 11 enormi navi portacontainer. Caixin, la rivista finanziaria, ha riferito che le tre navi ordinate da Waigaoqiao sarebbero in grado di trasportare 20,000 container da 20 piedi.

L’indebolimento dello yuan e l’appetito calante della Cina per le materie prime sta debilitando i costruttori navali del paese, aumentando le probabilità che presto saranno chiusi altri cantieri.

Gli analisti Sokje Lee e Minsung Lee di JPMorgan Chase & Co. hanno scritto una relazione il 6 gennaio scoro, in cui dicono che sin dal 2010 sono falliti circa 140 cantieri per quanto riguarda il secondo cotruttore di navi più grande della nazione, e si prevede che nei prossimi due anni ne falliranno ancora di più.

Gli ordini totali per i cantieri navali cinesi sono scesi del 59% nei primi 11 mesi del 2015, secondo i dati diffusi il 15 dicembre dal China Association of the National Shipbuilding Industry. I costruttori hanno cercato il sostegno del governo man mano che la capacità in eccesso ha spinto verso il basso i tassi di trasporto e i clienti hanno annullato i contratti. Lo scorso mese Zhoushan Wuzhou Ship Repairing & Building Co., azienda di proprietà dello stato operante nel settore delle costruzioni, è stata la prima ad andare in bancarotta in un decennio.

Non sorprende se l’industria cantieristica della Cina sia in difficoltà e stia tentando di esportare i propri problemi al resto del mondo. Ma sovvenzionare nuove costruzioni non fa altro che aggiungere maggiore pressione al ribasso sui tassi di trasporto a livello mondiale — tassi che sono già ai minimi storici. E, man mano che le compagnie di trasporto di tutto il mondo andranno in bancarotta, faranno colare a picco anche le banche europee che le hanno finanziate.

Il fatto che la Cina stia esportando l’ennesima spirale deflazionistica all’economia mondiale, non è affatto sorprendente. Dopo tutto, la produzione cantieristica cinese è aumentata dell’11X in 10 anni!

Gente, questo non accade in un mondo sano di mente dal punto di vista economico.

Ma il punto di vista più ampio è il seguente: non è solo un “incidente economico annunciato” che non conterà a livello mondiale.

La stoltezza del regime di Pechino è ormai diventata un pericolo per l’intera economia globale. Si tratta di una vera e propria fonte di onde deflazionistiche che sono state esportate al resto del mondo, e che stanno determinando una depressione nelle spese in conto capitale a livello globale e un crollo tonante dei profitti in tutta la produzione industriale globale.

Man mano che Donald Trump si avvicina alla Casa Bianca, i media racconteranno sempre più storie di come la politica americana sia diventata distaccata.

Non devono far altro che guardare ai suzerain rossi di Pechino. È stata la loro stoltezza monumentale che ha permesso a Trump di tornare alla ribalta.

Saluti,

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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