L’economia Usa ormai si è arresa ma è l’Europa a regalare gioie. Tra Grecia e capolavoro CETA

Di Mauro Bottarelli , il - 22 commenti

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Devo dire che la pantomima elettorale austriaca mi ha dato delle grandi soddisfazioni ma, in attesa delle nostre amministrative e soprattutto del Brexit, è giunta l’ora di tornare a monitorare il livello della straordinaria ripresa globale in atto e garantita dalle scelte oculate della Banche centrali. Partiamo da tre numeri, freschi freschi di poche ore fa: 2200, 1850 e 350. No, non sono livello di supporto di indici azionari, bensì il numero di licenziamenti annunciati rispettivamente da Shell, Microsoft e Intel, quest’ultima tutti in Germania e a partire già da giugno. Strano, perché questi due grafici
PMI1
PMI2
ci mostrano che invece l’indice manifatturiero PMI negli Usa a maggio è andato molto bene, segnando un 50.5 che è ai minimi dal 2009, stesso anno a cui dobbiamo tornare per rivedere una lettura simile rispetto al livello della produzione, per l’esattezza al mese di settembre. Ma sicuramente la Fed avrà qualche spiegazione al riguardo, perché come ci mostra il grafico
HIKE
il mercato sta prezzando al rialzo la possibilità di un aumento dei tassi a giugno. Credeteci.

D’altronde, quale banchiere centrale con un minimo di sale in zucca non pensa ad alzare i tassi quando sta entrando in recessione. Eh già, perché come ci mostrano questi due grafici
TEMP1
TEMP2
anche l’indicatore molto sensibile dell’occupazione part-time sta rallentando e quando questo avviene, il rischio di scivolare in recessione è alle porte, almeno stando a quanto accaduto in passato. Certo, si può sempre vedere il bicchiere mezzo pieno e pensare che quel rallentamento sia il frutto del fatto che le aziende chiudono quei contratti per trasformarli in impieghi a tempo indeterminato ma il gioco degli unicorni è bello quando dura poco. E, a lungo andare, fa calare la vista. Soprattutto alla luce di questo,
Richmond
ovvero del fatto che dopo essere balzato al massimo da sei anni, il dato sul manifatturiero della Fed di Richmond a maggio si è schiantato ai minimi da sei anni, il tonfo più grande mai registrato, passando da da 14 a -1 contro le aspettative di 8. E se Wall Street festeggia il dato in calo dei rigs petroliferi, sperando quindi in un aumento delle quotazioni, questi grafici
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ci mostrano non solo che l’inflazione nel prezzo del carburante alla pompa non sta facendo troppo felici gli americani ma anche che i posti di lavoro nel comparto cominciano a seguire la dinamica delle istallazioni attive. E a confermare il fulgido cammino dell’economia Usa, ci pensa questo grafico
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il quale, su dati del Pew Research Center, ci dice che il 32,1% di tutti i millennials oggi vive con i propri genitori, una percentuale superiore a quella registrata durante la Grande depressione. Sicuramente la Fed dirà che è colpa del maltempo. O di Putin.

Ma l’America può ancora sperare, visto che il Continente di fatto morto è il nostro, la cara Europa a 28, la quale come ci mostra questa grafica
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vede ben il 48,1% dei suoi cittadini tra i 18 e i 35 vivere con mamma e papà! Ma tranquilli, l’Europa c’è, è viva e si sta svegliando. Ne è la riprova l’accordo raggiunto all’Eurogruppo, dopo 12 ore di negoziati (nessuno dei partecipanti aveva mai lavorato tanto in vita sua consecutivamente, si temevano malori), per il 1324mo salvataggio della Grecia, questa volta quello definitivo. Cos’ha infatti concepito il simposio di craniolesi riunito a Bruxelles? L’ex Troika garantirà al governo di Alexis Tsipras 10,3 miliardi di aiuti in due tranche, la prima a giugno di 7,8 miliardi con cui pagare pronta cassa la Bce, la seconda probabilmente dopo l’estate. L’ESM invece, il fondo europeo di stabilità, studierà un piano a breve, medio e lungo termine “da introdurre gradualmente” destinato a ridurre l’onere dell’esposizione (311 miliardi) di Atene ma dopo il 2018, come imposto dalla Germania.
Grexit_Brexit
Nessun taglio immediato, dunque e nessuna promessa di condono sui futuri pagamenti ma l’impegno a ridurre gli oneri per il servizio del debito a meno del 15% del Pil a medio termine e meno del 20% a lungo termine. Beh, qui il Nobel per l’economia salta fuori di sicuro. Della serie, ennesima partita di giro: caro pezzente, ti diamo i soldi per ripagare Bce e creditori vari, tu intanto massacri ancora un po’ l’economia così il Pil in positivo lo rivedi quando al Tg3 daranno una notizia vera e per l’alleggerimento sul carico debitorio se ne riparla tra due anni, quando magari non esisterà nemmeno più l’Ue come la conosciamo oggi.

Ma attenzione, perché quello greco non è il solo capolavoro che i cervelloni di Bruxelles hanno in animo di portare a termine. Tutti, infatti, parlano del TTIP, l’accordo commerciale tra Ue e Usa che Obama vorrebbe concludere a tutti i costi prima della fine del suo mandato ma che alcuni Stati avversano, Francia in testa. E sapete cosa sta facendo la Commissione Ue in questo periodo? Garantendo agli Usa di avere ciò che vogliono ma con altri mezzi. Gli americani, infatti, si sono già tutelati attraverso un altro trattato, il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), in discussione proprio nei giorni scorsi attraverso i ministri del Commercio europei e nella totale segretezza imposta dalla Presidenza Ue.
CETA1
Di cosa si tratta? Semplice, del cavallo di Troia Usa per garantirsi il medesimo risultato se per caso il TTIP incontrasse troppe resistenze tra gli Stati membri: è un accordo commerciale tra Ue e Canada, le cui trattative sono iniziate nel 2009 e concluse con una cerimonia a Ottawa nel settembre 2014. I colloqui sono stati esclusivamente tra Commissione Ue e governo canadese, escludendo sia gli europarlamentari che i parlamentari dei vari Stati membri e ora si sta decidendo se, bontà loro, i Parlamenti nazionali saranno autorizzati a ratificare il CETA prima della sua applicazione. Insomma, cosa fatta. E cosa introduce il CETA?
CETA3
Ciò che preme maggiormente alle multinazionali Usa. Ovvero non solo poter commercializzare in Europa polli al cloro o maiali alla criptonite ma l’introduzione dell’istituto dell’Investment-State Dispute Settlement (ISDS), ovvero la possibilità per le corporations straniere di citare in giudizio ogni Stato membro dell’Ue che emani una legge che potrebbe ledere i suoi profitti in futuro. Insomma, la fine della residua sovranità e l’inizio della dittatura totale delle multinazionali. E dove sta la furbata? Stando al CETA, questa clausola non si applica solo alle aziende canadesi ma anche a quelle Usa che abbiano uffici in Canada. Ovvero, l’85% del totale. E’ un bel mondo.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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