Il problema islamico in Svezia è arrivato al punto di non ritorno. E in Baviera è boom per le pistole

Di Mauro Bottarelli , il - 263 commenti

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L’ultima volta in cui in Svezia si è tenuto un censimento che chiedeva ai cittadini quale fosse il loro culto religioso di riferimento, nel 1930, solo 15 persone risposero Islam. Oggi, circa un milione di persone è di religione islamica e le moschee sono ovunque nel Paese e continuano a sorgerne. E se in Francia il 93% dei musulmani ha votato per Francois Hollande nel 2012, in Svezia il 75% ha scelto i Socialdemocratici alle elezioni del 2006 e alcuni studi indicano che il blocco rosso-verde raccoglie tra l’80 e il 90% del voto islamico. Attenzione, è il vecchio gioco del cavallo di Troia: la democrazia è lo strumento migliore per abolire la democrazia stessa. Ma in Svezia questo non si può dire: politici, autorità e persino la stampa negano che esista un problema di convivenza, negano di sapere che l’islam è anche ideologia politica con un proprio sistema giudiziario – la sharia – e regole specifiche per la vita di ognuno, dal modo di vestire e chi puoi frequentare e chi no. Questa è la più chiara definizione di un’ideologia totalitaria, senza scomodare Hannah Arendt.
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Ma come vi dicevo, in Svezia il potere nega l’esistenza stessa del problema e la sconnessione tra quanto provato dalla cittadinanza, un misto di paura e rabbia e quanto ammesso dalla politica diviene più grande ogni giorno, come ci dimostra questa frase del primo ministro, Stefan Löfven, al Financial Times: “La cosa più surreale è che tutti i numeri stanno andando nella giusta direzione ma l’immagine che l’opinione pubblica è quella di un Paese che invece va nella direzione sbagliata. Non è una questione legata solo al fatto di capire se la gente è spaventata dalla crisi dei rifugiati ma al fatto che sembra che tutto stia andando male”.
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Insomma, gli svedesi sono degli ingrati che non vedono in quale paradiso stanno vivendo. Sarà ma lo svedese medio, soprattutto quelli di una certa età, vede altro. Ad esempio che il costo dell’immigrazione sul welfare state del Paese ha potato a qualcosa come 250mila pensionati che vivono sotto la soglia di povertà indicata dai parametri Ue, il tutto mentre il governo ha appena aumentato di altri 30 miliardi di corone (circa 3,6 miliardi di dollari) al budget per l’immigrazione. Quest’anno la Svezia spenderà per i richiedenti asilo 70 miliardi di corone (8,4 miliardi di dollari), più di quanto costino assieme le forze di polizia e il sistema giudiziario, più dell’intero budget per la difesa nazionale e il doppio di quanto stanziato in benefit per l’infanzia. La Svezia ha 9,5 milioni di abitanti e spende 70 miliardi di corone per i richiedenti asilo, mentre gli Usa, dove ci sono 320 milioni di abitanti, nel 2015 hanno speso 1,56 miliardi per i rifugiati.
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E non sono cifre sparate a caso, le ha confermato l’editorialista PM Nilsson sul quotidiano economico Dagens Industri: “Per capire il volume dell’aumento della spesa, basta dare un’occhiata al trend storico. Quando andò al potere nel 2006, il governo stanziò per l’immigrazione 8 miliardi di corone. Bene, nel 2014 eravamo a 24 miliardi e quell’estate il ministro delle Finanze, Anders Borg, parlò dell’aumento di spesa maggiore all’interno di un budget che avesse mai visto. Nel 2015, i costi salirono a 35 miliardi e quest’anno la prospettiva è quella dell’arrivo a 70 miliardi di corone”.

Ovviamente, in Svezia come in Italia, il potere vende alla gente la favoletta dell’immigrazione come un beneficio futuro, a fronte di un costo iniziale. Non è così, i richiedenti asilo raramente trovano un lavoro. Il quotidiano Sydsvenskan lo scorso febbraio fece un’inchiesta dalla quale risultò che il 64% degli immigrati residenti a Malmoe erano ancora disoccupati dopo aver vissuto 10 anni in Svezia. Lo stesso governo nei calcoli relativi al budget ha dovuto ammettere che da qui a quattro anni, 980mila persone vivranno in base a sussidi, pensioni di invalidità, indennità di disoccupazione o cosiddetti “introduction benefits”. Non scordando poi una cosa, ovvero il triste primato della Svezia, terzo Paese al mondo per numero di stupri dopo Sud Africa e Lesotho e primo in Europa, tanto che la polizia della provincia di Östersund ha emanato un dispaccio nel quale invita ragazze e donne a non uscire da sole dopo il tramonto. In Europa, nell’anno del Signore2016. Solo nei primi tre mesi di quest’anno si sono inoltre registrati 40 omicidi e 57 tentati omicidi, stando a ricerche della giornalista Elisabeth Höglund. Sono le cifre a parlare per la gente, mentre la politica vive di ideologia.
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Nel 2012 il quotidiano svedese Dispatch International calcolò il numero di musulmani registrati come residenti in Svezia e arrivò alla cifra di 574mila, con un’approssimazione per eccesso o difetto di 20mila unità. Ovviamente, né clandestini, né richiedenti asilo erano contemplati in quel numero. Da allora, quasi 300mila persone ha cercato rifugio in Svezia e nonostante non tutti abbiano visto accettata la propria richiesta, nessuno ha lasciato il Paese nell’attesa. Stando a dati del Gatestone Institute basati su cifre del Servizio per l’immigrazione, solo 9700 persone sono state espulse lo scorso anno. Insomma, i musulmani in Svezia stanno avvicinandosi al milione di unità, il 10% della popolazione.
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Una percentuale critica, almeno stando agli studi del professor Peter Hammond, il quale nel 2005 ha pubblicato il libro “Slavery, Terrorism and Islam: The Historical Roots and Contemporary Threat” nel quale mostra cosa accade a una società quando aumenta percentualmente il numero di cittadini di fede islamica. Fino all’1%, gli islamici vengono considerati una minoranza pacifica, dal 2-3% comincia una sorta di proselitismo verso altre minoranze o gruppi disagiati, come carcerati e bande di strada. Al 5% della popolazione, i musulmani hanno un’irragionevole influenza rispetto al loro peso nella società. Molti cominciano a rivendicare diritti come la macellazione rituale e spingono la società a rispondere a queste loro esigenze, tanto da arrivare a chiedere un qualche riconoscimento anche per la sharia e a rivendicare istanze presso le istituzioni.
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Quando gli islamici raggiungono il 10% della popolazione, come il caso svedese, aumenta l’assenza di legalità e cominciano le rivendicazioni violente, gli scontri di strada e le minacce verso i non musulmani. Al 20% si arriva alla creazione di milizie confessionali, all’omicidio e agli attacchi diretti contro chiese e sinagoghe. Al 40% si arriva agli attacchi terroristici e al warfare vero e proprio tramite milizie. Mi fermo qui, oltre il 50% siamo all’inferno in terra per una società come quella europea. Tanto più che lo stesso Hammond fa notare come già oggi in Francia, Belgio, Gran Bretagna e Svezia, i cittadini musulmani vivano di fatto in enclave islamiche, rifiutando l’assimilazione con la società e i costumi occidentali.
Riots in Stockholm, Sweden - 22 May 2013
E la descrizione che lo stesso Hammond fa dello scenario al 10% è già oggi confacente con la situazione svedese, visto che nella cosiddette “exclusion areas” incidenti di strada con il ricorso all’incendio di automobili sono tutt’altro che un’eccezione, basti pensare alla rivolta di Malmoe nel 2008, quella di Goteborg nel 2009, quella di Stoccolma nel 2013 e quella di Norrköping e Växjö lo scorso anno. Quasi sempre, le violenze seguono all’arresto o al ferimento di un esponente della comunità islamica da parte della polizia: durante la rivolta di Husby del 2013, Rami Al-Khamisi dell’associazione giovanile Megafonen scrisse che “possiamo vedere chiaramente i motivi per cui la gente reagisce in questo modo”. E proprio in Svezia, l’artista Lars Vilks, il quale disegnò una vignetta in cui raffigurava Maometto come un cane randagio, è stato bersaglio di numerosi tentativi di omicidio e vive sotto scorta di polizia 24 ore al giorno.
Nationalist

Ma attenzione, perché se la Svezia è su una china rischiosissima dalla quale rischia di non avere ritorno, anche in Germania la gente comincia ad avere paura e a ribellarsi. Se infatti questo grafico
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ci mostra l’impennata in quel Paese delle ricerche su Google alla voce “spray al peperoncino”, con le vendite che aumentarono del 600% lo scorso anno, ora si è passati allo step successivo. Ovvero, la richiesta di porto per piccole armi da fuoco, specialmente quelle a gas. “La gente non si sente più sicura, altrimenti non verrebbero così in tanti a comprare da me” ha dichiarato alla Deutsche Welle il proprietario di un’armeria nel Nord-Reno Westfalia, il quale ha anche dichiarato che “da dopo i fatti di Colonia a Capodanno, la richiesta di pistole a gas o segnalatrici è aumentata mediamente di tre volte tanto”. Nei primi tre mesi di quest’anno, solo in Baviera la richiesta di licenza per questo genere di armi ha già doppiato il totale dell’intero 2015: solo in febbraio parliamo di 7435, mentre a marzo altre 4677. Lo scorso anno le richieste totali furono di 5748.
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“L’esplosivo aumento delle richieste di licenze per armi è spaventoso. Non abbiamo bisogno che i bavaresi si armino, visto che possedere armi e praticare la giustizia privata non è un esempio che vogliamo offrire. Il pericolo è che sempre maggiori conflitti emergeranno se la gente si arma, dobbiamo agire contro questo”, ha dichiarato la portavoce per gli Affari interni dei Verdi bavaresi, Katharina Schulze. Guarda caso, i Verdi. Come in Austria, dove hanno vinto le presidenziali con i brogli. Che siano forse la quinta colonna di un progetto più ampio per l’Europa del futuro, al netto dell’ambientalismo d’accatto?
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Nel frattempo, Alternative fur Deutschland continua a crescere nei sondaggi politici in Germania. Se il potere non capisce che la gente è stanca e la smette di tacciare di razzismo e ignoranza chiunque faccia notare che la situazione sociale e della sicurezza è allo sbando, potrebbe pagare un costo molto più alto che una sconfitta elettorale. Potrebbe dover fronteggiare una guerra civile in piena regola. E non manca molto in alcuni Paesi.

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