Trump presidente e Nato nel Baltico? La Russia prepara “risposte asimmetriche”. E Pechino…

Di Mauro Bottarelli , il - 31 commenti

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C’è poco da fare, salvo magheggi alla convention o uno scandalo ad hoc in stile Strauss-Kahn, Donald Trump sarà il candidato repubblicano alla Casa Bianca. Eliminati anche gli ultimi due competitor in corsa, la strada pare spianata, nonostante il Partito ancora mal digerisca l’accaduto e due suoi eminenti rappresentanti, ovvero gli ex presidenti Bush padre e figlio, abbiano già detto che non lo sosterranno, né voteranno. A mio modo di vedere, Trump non potrà che beneficiarne, visto la legacy politica di entrambi. E questo grafico
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ci mostra due cose. Primo, che proprio George W. Bush rischia di perdere il record di voti ottenuti dalla upper-class ricca e ben educata che nel 2000 gli garantì 10,8 milioni di preferenze proprio a favore di Donald Trump, il quale ha ancora due mesi di tempo e un test come la California per diventare il numero uno. Secondo, i papaveri del GOP dovranno scendere a patti con il fatto che il tycoon newyorchese non è sostenuto solo da bovari ignoranti o colletti bianchi arrabbiati con Wall Street ma anche dalla cosiddetta classe dirigente del Paese. Un bel problema ulteriore.
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Ma davvero il mondo è pronto all’ipotesi di Trump alla Casa Bianca? Una cosa è certa, il Deep State ha apprezzato quando, prima del voto in Indiana, il miliardario ha così risposto a chi gli chiedeva cosa si sarebbe dovuto fare se la diplomazia non fosse servita a risolvere la questione dei “contatti ravvicinati” tra mezzi militari Usa e russi: “Se non funziona, non lo so… ad un certo punto è necessario sparare. Questa è una vergogna, una vergogna. E’ una completa mancanza di rispetto per il nostro Paese e il presidente Obama”. Nell’ultimo periodo, infatti, gli Stati Uniti accusano la Russia di avvicinamenti pericolosi dei loro caccia verso aerei e navi militari degli Stati Uniti: in particolare, lo scorso 13 aprile a Washington hanno espresso preoccupazione dopo che un caccia russo Su-24 ha sorvolato il cacciatorpediniere “Donald Cook” nel Mar Baltico. Al Pentagono hanno definito l’episodio “un’imitazione di una manovra d’attacco.” Immediata la risposta russa, affidata al rappresentante ufficiale del ministero della Difesa, il generale Igor Konashenkov: “I piloti russi rispettano tutti i requisiti internazionali di sicurezza durante i loro voli. Inoltre, la nave da guerra americana si era portata ad una distanza di 70 chilometri dal confine russo”. War games in vista? Parrebbero proprio di sì.
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Perché in attesa del passaggio di consegna alla Casa Bianca, un altro è già avvenuto almeno in maniera informale: quello tra il vecchio e il nuovo comandante delle forze Nato in Europa. Il generale Philip Breedlove passerà infatti il comando dei suoi 60mila uomini al generale statunitense Curtis M. Scaparrotti e per suggellare l’atto ha voluto lanciare parole di distensione, dopo aver confermato il dispiegamento di altri 4mila uomini ai confini russi in Polonia e altri tre Stati del Baltico: “Dobbiamo essere pronti per una situazione nella quale la Russia non è un nostro partner e dobbiamo tornare alla pianificazione della guerra, un’abilità che abbiamo perso nell’era post-Guerra fredda e di cui abbiamo bisogno per affrontare una Russia risorgente”.
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E con il budget 2017 che vede per il Pentagono 3,4 miliardi di spesa in più, il riposizionamento Nato nel Baltico appare tutto tranne che una minaccia senza conseguenze. E il vice-segretario alla Difesa, Robert Work, lo ha confermato: “I russi hanno compiuto molte esercitazioni lungo i confini, con moltissimi uomini impiegati. Dal nostro punto di vista, potremmo contestare il fatto che questo è un atteggiamento straordinariamente provocatorio”.
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E, ovviamente, la Russia non ha perso tempo nel rispondere alla decisione Nato di dislocare nuove truppe nel Baltico. Il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, ha annunciato entro la fine di quest’anno il dispiegamento di due nuove divisioni a ovest e una a sud (circa 10mila uomini) come “contro-bilanciamento dell’aumento della presenza Nato”. Ancora più dure, forse, le parole di Aleksandr Grushko, l’inviato russo presso la Nato, a detta del quale la Russia “non sarà certo uno spettatore passivo. Stiamo prendendo tutte le misure militari che consideriamo necessarie per controbilanciare questa presenza rinforzata, la quale non è giustificata da nulla. Certamente, risponderemo in maniera totalmente asimmetrica”.
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Per finire, il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov: “Le infrastrutture militari della Nato si avvicinano sempre di più ai confini russi. Ma quando la Russia intraprende delle azioni per rafforzare la sua sicurezza, ci dicono la stiamo dando vita a manovre pericolose sui confini Nato. Infatti, i confini Nato si stanno avvicinando alla Russia, non il contrario”. Casualmente, domenica scorsa in Moldavia ha avuto inizio un’esercitazione congiunta della Nato, accolta dalle proteste del Partito socialista, il cui leader, Igor Dodon, ha descritto in questo modo la situazione: “Dar vita a una parata di veicoli militari Nato in Moldavia può essere descritto unicamente come l’occupazione militare di una nazione. Un brutale schiaffo alla Costituzione e al Parlamento, il quale ha adottato una dichiarazione di sovranità permanente e neutralità del nostro Paese”. Insomma, basta solo un incidente e la scintilla potrebbe dar vita a un incendio davvero pericoloso.
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Tanto più che l’ipotesi di Trump alla Casa Bianca comincia a inquietare anche un altro nemico degli Usa, ovvero quella Cina verso cui il miliardario non ha utilizzato parole dolci, visto che parlando del suo dumping ha accusato la seconda economia mondiale di “stuprare” gli Stati Uniti con la sua politica commerciale. “Pechino è responsabile del più grande furto della storia del mondo. La Cina manipola la sua moneta per rendere le esportazioni più competitive a danno degli Stati Uniti e dei lavoratori americani: non possiamo continuare a permettere alla Cina di stuprare il nostro Paese e questo è quello che stiamo facendo”, ha tuonato lunedì scorso dall’Indiana.
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E l’altro ieri, dopo che i risultati delle primarie e l’abbandono di Cruz e Kasich avevano reso quasi automatica la nomination di Trump, il governo cinese ha parlato, come al solito senza metterci la faccia e utilizzando il Global Times. E cosa ha detto? “Se Trump davvero arriverà alla Casa Bianca, cosa significherà? Questo scenario sta diventando sempre più serio. Aumentare la forza è il modo più affidabile di rispondere alla incertezze degli Usa. Non importa se sarà Trump o Clinton, vedranno comunque una Cina con più forza da prospettive differenti”. Insomma, che sia lo status quo dell’ex segretario di Stato o la risposta isolazionista di Trump, Pechino ha un’unica risposta pronta: la forza.

Forza non solo militare ma anche commerciale. Come ci mostra questo grafico,
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infatti, gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale per 56 nazioni, prevalentemente con Canada, Sud America ed Europa occidentale, mentre la Cina è primario partner di 124 nazioni, soprattutto in Asia, Europa dell’Est, Africa e Australia. E se questa mappa
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ci mostra la percentuale di commercio condotto con la Cina da ognuno di questi Paesi del sud-est asiatico, quest’altra
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ci svela la portata del nuovo sistema infrastrutturale multi-modale che la Cina intende completare entro il 2025, definito “Nuova via della seta” e capace di ridurre a 2 giorni dagli attuali 15 il tempo necessario per arrivare da Pechino a Londra via terra. Un progetto destinato ad abbattere moltissimo i tempi del trasporto merci verso l’Europa e di sviluppare il potenziale economico di molte città dell’Eurasia, da Almaty a Teheran. Il sistema include una linea ferroviaria ad alta velocità dove si raggiungeranno i 320 chilometri orari e il network generale collegherà circa il 70% delle popolazione mondiale in 40 nazioni. Quest’ultima mappa
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ci spiega invece il potenziale della Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), lanciata ufficialmente sul finire dello scorso anno e che oggi vanta oltre 100 miliardi di dollari di capitalizzazione e 57 membri finanziatori. L’AIIB sarà di fatto il veicolo finanziario del mega-network di cui abbiamo appena parlato e questo perché Pechino controlla il 26,06% dei voti in seno alla banca, di fatto potendo esercitare il veto su ogni decisione, visto che per statuto occorre il 75% di consensi perché una proposta venga accettate e deliberata. Insomma, forza.

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