Il 31 maggio è nata la polizia del pensiero, attenti a cosa scrivete. Ue e social vanno a caccia di odio

Di Mauro Bottarelli , il - 106 commenti

1984
Il mondo ha pianto la morte di Mohammed Alì e lo ha ricordato, oltre che come campione sul ring, anche come paladino dei diritti civili degli afro-americani, soprattutto dopo la conversione all’Islam sulla scorta del consenso delle masse nere per Malcolm X e le sue Black Panthers. Ecco cosa disse in un’intervista alla Bbc nel 1971 lo stesso Alì, parlando di razza e meticciato: “Sarei triste se mio figlio non assomigliasse a me, ogni uomo intelligente vuole che il proprio figlio gli somigli, sarei triste se perdessi la mia meravigliosa identità. I cinesi amano i tratti orientali, ebrei e pakistani la loro cultura, chi vorrebbe uccidere la propria razza? La natura dice che bisogna stare con i propri simili, chi non vuole stare con la propria gente è chi la odia”. Ora, se qualcuno oggi in Italia pronunciasse parole simili sul concetto di razza, come minimo finirebbe sotto processo per violazione della legge Mancino ma poco importa: i riti collettivi, soprattutto quando riguardano i miti, non tengono conto della realtà e della coerenza. Si nutrono di politicamente corretto e digeriscono conformismo melenso.
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Ora, permettetemi un salto logico che potrebbe sembrarvi assurdo ma che capirete tra poche righe. Nel giorno in cui moriva Mohammed Alì, dal congresso della CDU del Meclemburgo-Pomerania, la cancelliera tedesca Angela Merkel proferiva le seguenti parole, relative alla tentazione austriaca di blindare i confini in caso di un aumento degli arrivi di migranti dalla Libia e dalle sponde nordafricane in Italia: “Dire che si può semplicemente chiudere il Brennero, non è così semplice: l’Europa sarebbe distrutta”. La Merkel ha poi invocato una “ragionevole solidarietà” tra Stati membri dell’Ue e ha parlato della necessità di “migliorare la cooperazione con i Paesi di provenienza dei profughi, in modo da creare condizioni in cui non hanno più incentivi a venire. Con aiuti sul posto vengono meno i motivi di venire in Europa, mettendosi nelle mani degli scafisti. Non possiamo fare finta di niente e dire che gli scafisti possono fare di tutto e noi semplicemente chiudiamo i confini”. Direte voi: dov’è il nesso? Semplice, silenziare il dissenso. Alì era solo un grande pacifista e difensore dei diritti civili e chi vuole proteggersi da una potenziale invasione soltanto un razzista. La narrativa è dettata dal Grande Fratello, il dissenso ormai è un crimine.
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E attenzione, perché dal 31 maggio scorso l’Eurocrazia è passata dalle parole ai fatti su questo argomento, visto che l’Ue in collaborazione con Facebook, Twitter. YouTube e Microsoft ha svelato un nuovo “codice di condotta per combattere il dilagare on-line di discorsi di odio illegali in Europa”. Ovviamente, il tutto è stato mascherato con la scusa buona per tutte le stagioni della lotta al terrorismo, visto che per i proponenti del codice “dopo le stragi di Parigi e Bruxelles è necessario un giro di vite sui discorsi che incitano all’odio per contrastare la propaganda jihadista”.
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Esattamente come la legge di emergenza nazionale proclamata in Francia, servita pochissimo a contrastare l’islamismo violento ma moltissimo a mettere il bavaglio agli scioperi e alle manifestazioni contro la nuova legge sul lavoro. Ma cosa contiene questo codice di condotta, presentato ufficialmente dalla Commissione Ue martedì scorso? “Siglando questo codice di condotta, le aziende IT si impegnano a proseguire i loro sforzi nel contrasto del linguaggio d’odio on-line. Questo includerà il continuo sviluppo di procedure interne e l’addestramento dello staff per garantire che controllino la maggior parte dei post e delle notifiche per giungere alla rimozione di quelle contenenti concetti d’odio in meno di 24 ore e di rimuovere o disabilitare l’accesso a questi contenuti, se necessario”.
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E ancora: “Le aziende IT rafforzeranno inoltre le partnership già in essere con organizzazioni della società civile che aiutano a segnalare chi promuove incitamento alla violenza e a condotte ispirate dall’odio. Le aziende IT e la Commissione Europea si ripromettono di continuare il loro lavoro di identificazione e promozione di contro-narrativa, nuove idee e iniziative, oltre al supporto di programmi educativi per incoraggiare il pensiero critico”. Tradotto, incoraggiamo il pensiero critico ma solo se rientra nei nostri schemi valoriali: altrimenti, cancellazioni, sospensioni, bandi e magari, in un futuro non troppo lontano, qualcosa di peggio che fa la spola tra un’aula di tribunale e una galera.
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Per fortuna, dopo la presentazione della nuova polizia del pensiero in stile orwelliano, qualcuno ha avuto da ridire, come il responsabile della comunicazione della National Secular Society britannica, Benjamin Jones, a detta del quale “lungi dal contrastare il cyber-jihad, questo accordo rischia di ottenere l’effetto opposto, etichettando ogni discussione critica sulla religione come vago “linguaggio dell’odio”. Come opereranno gli staff poco addestrati di Facebook o Twitter di fronte a critiche dell’Islam, magari in pagine che sono bersaglio proprio degli islamisti radicali?”. Dello stesso avviso anche Jodie Ginsburg, amministratore delegato di Index on Censorship, a detta del quale “le leggi relative al linguaggio che incita l’odio sono già troppo vaste e ambigue in Europa. Questo accordo non definisce in maniera chiara cosa significhi linguaggio dell’odio e non offre sufficienti salvaguardie per la libertà di espressione. Ancora una volta si devolve potere a corporations non elette per determinare cosa sia odio oppure no e nel caso di punirlo, come una forza di polizia. Così facendo si spalancano le porte della clandestinità alle opinioni non allineate, di fatto dove è più difficile controllarle”.
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Un gruppo di organizzazioni per la libertà di espressione, European Digital Rights e Access Now, ha già dichiarato di non voler prendere parte a future discussioni con la Commissione Europea dopo il varo del codice di condotta, perché “in breve, questo accordo degrada la legge a uno status di seconda classe rispetto al ruolo preminente che si garantisce ad aziende private, a cui è stato chiesto di implementare arbitrariamente i termini dei loro servizi. Questo processo, nato al di fuori di un contesto democraticamente accertato, crea seri rischi per la libertà di espressione, visto che contenuti legali potrebbero essere cancellati come risultato di un volontario e non controllabile maccanismo di eliminazione e contrasto. Si tratta di una violazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue”. Per l’europarlamentare indipendente britannica, Janice Atkinson”, si tratta di “un qualcosa di orwelliano. Chiunque abbia letto 1984, ora lo vede messo in atto dal vivo”.
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D’altronde, la logica era nell’aria da tempo e nel settembre 2015 se ne ebbe conferma quando Angela Merkel fu scoperta, grazie a un microfono lasciato acceso, mentre chiedeva al numero uno di Facebook, Mark Zuckerberg, cosa stesse facendo per prevenire critiche sul social alla sua politica di porte aperte verso gli immigrati. Detto fatto, a gennaio di quest’anno, Facebook ha lanciato una “Online Civil Courage Initiative” indirizzata agli utenti in Germania per “combattere il linguaggio dell’odio e l’estremismo su Internet”. In un articolo per il Gatestone Institute, il commentatore britannico Douglas Murray ha notato che l’offensiva di Facebook contro il linguaggio razzista include anche qualsiasi tipo di critica all’attuale politica europea sull’immigrazione: “Decidendo che ogni commento relativo alla crisi in atto sia razzista, Facebook ha tramutato la visione della maggioranza dei cittadini europei in xenofobia e in tal modo condanna le loro visioni. Questa politica avrà un suo ruolo nello spingere l’Europa verso un futuro disastroso”.
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E proprio due giorni fa, Facebook ha sospeso l’account di Ingrid Carlqvist, esperta di Svezia proprio per il Gatestone Institute, dopo che aveva postato sul social network un filmato di 9 minuti intitolato “Sweden’s Migrant Rape Epidemic” e dedicato all’aumento esponenziale di stupri nel Paese scandinavo in concomitanza con l’arrivo in massa di immigrati, come dimostra anche questo grafico.
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In un editoriale, il Gatestone Institute ha scritto quanto segue: “Dopo una fortissima pressione dei nostri lettori, i media svedesi hanno cominciato a parlare della censura pesantissima posta in essere da Facebook. Il quale è andato in modalità controllo del danno, mandando in back-up l’account di Ingrid, senza offrire spiegazioni o porre delle scuse. Ironicamente, la censura ha solo aumentato l’attenzione della rete per il video. Facebook e l’Ue si sono arrese, per ora. Ma sono mortalmente serie nel loro intento di fermare idee che non piacciono loro. E ci riproveranno”.

Certo che ci riproveranno e non si limiteranno al razzismo e all’odio, ma alzeranno il tiro anche contro i critici e i gufi, per dirla alla Renzi, perché non possono permettersi che circolino in rete grafici come questo,
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frutto di un sondaggio IPSOS nel quale si chiedeva ai cittadini francesi quale fosse il futuro della Republique a loro modo di vedere, esprimendo il giudizio in una sola parola. Delle prime cinque utilizzate, quattro erano “esplosione sociale, declino, immobilismo e decadenza”. Per ora, non mi resta che lasciarvi con le ultime, immortali e quantomai preveggenti pagine di “1984” di George Orwell: “Guardò su, alla faccia enorme. Gli ci erano voluti quaranta anni per imparare che specie di sorriso era nascosto sotto quei baffi neri. Oh, che equivoco crudele! Oh, quale indocile esilio volontario da quell’affettuoso seno! Due lacrime puzzolenti di gin gli sgocciolavano ai lati del naso. Ma ogni cosa era a posto, ora, tutto era definitivamente sistemato, la lotta era finita. Egli era riuscito vincitore su se medesimo. Amava il Gran Fratello”. Meditate. Prima che sia davvero troppo tardi.

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