Il caos è qui e comunque vada di certo non se ne andrà a breve

Di Lo Ierofante , il - 10 commenti

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Gerardo Gaita

 

 

 

 

 

 

 

La Federal Reserve lascia invariato il Federal Funds Rate, l’interesse di base americano (l’interesse che le banche si addebitano per i prestiti di 1 giorno). Il FOMC (Federal Open Market Committee), il braccio operativo della FED, ha deciso per la quarta volta consecutiva dopo dicembre 2015 di non apportare modifiche alla sua politica monetaria. E indicazioni fumose sono state date per le decisioni future: un rialzo dei Funds Rate avrà luogo quando e se il mercato del lavoro offrirà scenari soddisfacenti, se il contesto internazionale sarà stato sufficientemente stabilizzato, se i dati macroeconomici nel complesso saranno abbastanza forti, se ed ancora se.

La maggioranza dei policy-maker della banca centrale americana prospettano adesso un interesse di base allo 0,875 per cento entro la fine del 2016, un livello che implica probabilmente due rialzi dei tassi di interesse entro la fine dell’anno. Detto quanto, 6 alti funzionari della FED su 17 ipotizzano ad oggi che la banca centrale americana interverrà una sola volta entro dicembre 2016, il che equivale a dire che il livello dell’interesse di base con poca probabilità potrà raggiungere lo 0,875 per cento entro la fine di quest’anno, mentre soltanto 2 di essi si aspettano tre strette monetarie. Per la fine 2018 viene infine generalmente presunto che l’interesse di base sarà portato al 2,375 per cento. In aggiunta, e per quel poco che conta il PIL, la FED ha riconsiderato in negativo le stime di crescita del PIL americano per l’anno 2016 e per il 2017. In base alle nuove proiezioni mediane della banca centrale statunitense, la crescita a stelle e strisce dovrebbe attestarsi al 2 per cento nel 2016, ma anche nel 2017 e nel 2018. Lo scorso marzo, la Fed stimava invece un PIL al 2,2, per cento quest’anno, al 2,1 il prossimo e al 2 nel 2018.

La verità è che la FED, come qualsiasi altra banca centrale, brancola nel buio dei suoi modelli econometrici. Ad avviso di chi scrive, per quest’anno la FED almeno un rialzo contenuto sull’interesse di base lo dovrebbe attuare, ma ciò se sarà realizzato non lo sarà come diretta conseguenza di una nitida comprensione sul da farsi, bensì come diretta conseguenza del semplice fatto che la banca centrale americana non può rischiare di perdere totalmente di credibilità. Sul finire dello scorso anno, la FED aveva lasciato intendere che probabilmente, seppur di entità contenuta, si sarebbero effettuati quattro rialzi dei Funds Rate nel corso dell’anno successivo. Tirarsi poi del tutto indietro significherebbe esporsi ad una figura a dir poco barbina. Ok, non si può neanche escludere che alla fine scelgano di esporsi a questa figura.

Niente di nuovo sul fronte occidentale. Le banche centrali così come rimasero spiazzate davanti agli avvenimenti accaduti nel corso del 2007-2008, rimangono spiazzate oggi nel vedere che nonostante tutte le loro politiche monetarie ultra-accomodanti si è ancora impantanati in una situazione economica nell’insieme stagnante e si sono addirittura generate nuove situazioni di rischio sistemico.

Situazioni come quella dei cosiddetti Paesi emergenti che sfruttando la svalutazione del dollaro americano intercorsa tra il 2009 ed il 2014 a seguito dei tre piani di quantitative easing varati dalla FED, si sono fortemente indebitate in tale valuta ed ora forse più di tutti temono le conseguenze di una politica di rialzo dei tassi da parte della banca centrale americana.

Oppure la grottesca situazione in cui è caduta la BCE, la banca centrale europea, con la decisione di varare il suo quantitative easing. Nell’acquisto di titoli sui mercati allo scopo di immettere liquidità nel sistema e di svalutare l’Euro rispetto alle altre valute, la BCE deve rispettare: in primo, le quote di partecipazione al capitale della BCE stessa, il che vuol dire che la BCE deve comprare più titoli di Stato tedeschi che francesi, più francesi che italiani, più italiani che spagnoli e così discorrendo; in secondo, non può acquistare titoli il cui rendimento è peggiore del tasso del suo deposit facility rate, l’interesse che la BCE deve corrispondere alle banche ordinarie dell’eurozona per la liquidità che queste stesse sono chiamate a parcheggiare presso la banca centrale. “Il caso attualmente vuole” che questo tasso non sia positivo, bensì negativo, – 0,4 per cento, ma malgrado ciò ci sono alcuni rendimenti dei principali bond dei Paesi dell’eurozona che fanno ancora peggio, in particolare bond tedeschi, e questo complica di molto l’attività della BCE nel mantenere le giuste proporzioni di acquisto. Per tale motivo, più di qualcuno si aspetta che presto questo tasso scenderà ancora, ma una discesa ulteriore di questo tasso comprometterebbe ancor di più la posizione delle banche ordinarie dell’eurozona che già oggi dalla liquidità parcheggiata presso la BCE stanno ottenendo un interesse negativo e quindi a tutti gli effetti stanno già pagando un’imposta alla BCE. Un’imposta che pertanto salirebbe qualora la BCE decidesse di abbassare ulteriormente il livello del suo deposit facility rate.

Un deposit facility rate negativo viene pensato con lo scopo di persuadere le banche ordinarie a prestare denaro all’economia reale. Ma per quale motivo bisognerebbe prestare denaro a degli agenti economici impantanati in un contesto istituzionale oltremodo pieno di abusi ed incertezze che di certo non facilitano la restituzione dei crediti? E soprattutto forzare la spontaneità del mercato dei prestiti di denaro non aiuta certamente a muovere il sistema economico verso quel necessario equilibrio tendenziale fra investimento e risparmio, equilibrio necessario al fine di non produrre errori economici sistematici.

La quantità desiderabile di circolazione monetaria da precisare e fissare all’interno di un economia non è un qualcosa che si può stabilire a priori, ma un qualcosa che deve essere progressivamente scoperto leggendo attraverso l’attività degli agenti economici. Compito perciò delle banche centrali sarebbe sempre quello di scoprire il reale tasso tendenziale di equilibrio fra investimento e risparmio che sussiste nell’ambito di un’economia e dunque mantenere nell’ambito della stessa e nel corso del tempo un tendenziale equilibrio fra domanda ed offerta di mezzi di pagamento e mai quello di determinare aprioristicamente il livello dei tassi di interesse per tentare di raggiungere un ammontare di investimento pianificato con logiche economiche top-down, e cioè pianificato centralmente.

Uno squilibrio fra domanda ed offerta di mezzi di pagamento che non sia a tempo opportuno corretto da un meccanismo di compensazione interbancaria finisce inevitabilmente per causare un processo di aggiustamento che si compie mediante la variazione dei prezzi: quando la domanda di mezzi di pagamento è superiore alla sua offerta la variazione dei prezzi sarà al ribasso; quando la domanda di mezzi di pagamento è inferiore alla sua offerta la variazione dei prezzi sarà al rialzo.

Ciò nonostante, questi adeguamenti dei prezzi generano effetti deleteri, giacché nel primo caso alcuni prezzi tendono a resistere alla pressione verso il basso ritardando così i tempi di aggiustamento, nel secondo invece i prezzi muovendosi verso l’alto lo faranno comunque in maniera non uniforme e portando con sé strutture della produzione alla lunga insostenibili.

Entrambe queste variazioni sono allora perniciose, ma sicuramente la seconda lo è molto di più della prima, in quanto mentre nel primo caso qualora si pongano numerose resistenze al ribasso dei prezzi,  gli effetti deleteri appaiono da subito, effetti che si concretizzano in una certa disoccupazione involontaria di massa, nel secondo caso dapprima assistiamo ad una fase di espansione economia e poi in conclusione allo scoppio di una crisi economica in cui oltre ad certa disoccupazione involontaria di massa si è costretti ad assistere ad una dilapidazione di parte del capitale presente nella società.

Le banche centrali operando in regime di centralizzazione della riserva bancaria e di monopolio di emissione e di conseguenza essendo vincolate nella loro attività ai governi finiscono sistematicamente per allontanarsi dal tendenziale equilibrio nel tempo fra domanda ed offerta di mezzi di pagamento e si allontano molto più spesso nella direzione di un’offerta di mezzi di pagamento superiore alla sua domanda che nella direzione contraria. Si allontanano sistematicamente, perché agendo in regime di centralizzazione della riserva bancaria difficilmente riescono a cogliere i continui cambiamenti che intercorrono fra consumi e risparmi all’interno di un’economia nel suo complesso. Si allontanano maggiormente nella direzione di un’offerta di mezzi di pagamento superiore alla sua domanda perché i costi della liquidità, pur crescendo a mano a mano che si allarga il credito bancario, risultano essere molto meno significanti rispetto al potere di acquisto dei mezzi emessi e ciò avviene a causa del monopolio di emissione, ossia il corso legale per principio che viene imposto dai governi sull’unità monetaria emessa dalla banca centrale.

Il problema monetario consiste pertanto nel minimizzare la possibilità che possano accadere squilibri fra domanda ed offerta di mezzi di pagamento non corretti tempestivamente da compensazione interbancaria. Se la banca centrale risulta essere scarsamente adeguata ad affrontare questo problema, giacché la sua esistenza significa centralizzazione della riserva bancaria e monopolio di emissione, la soluzione migliore a questo riguardo non può essere che decentralizzazione della riserva bancaria e pluralità degli istituti di emissione con conseguente abolizione del corso legale imposto in linea di di principio dai governi e di ogni banca centrale.

Ora la FED ha davanti a sé tre possibilità.

Lasciare le cose sostanzialmente così come stanno e quindi con un interesse di base vicino allo zero ed un economia orientativamente stagnante a tempo indeterminato. Un interesse di base così basso (al momento attuale la FED ha un interesse di base impostato a 0,25-0,5 per cento, la BCE lo ha invece impostato allo zero) dovrebbe indicare che a disposizione vi è tanto risparmio reale da investire, ma se l’economia tendenzialmente vivacchia o si indebolisce è perché in realtà di questo risparmio ce n’è meno o molto meno di quanto l’interesse di base fissato dalla banca centrale americana vorrebbe che ci fosse e dunque il tasso di interesse reale è senz’altro situato ad un livello più alto di quello nominale stabilito dalla banca centrale.

Riportare il livello dei tasso di interesse nominale verso quello reale e di conseguenza proseguire, seppur gradualmente, nella politica di rialzo dell’interesse di base, ben sapendo che durante questo processo tutto quel capitale che è stato male allocato per via di tassi nominali inferiori a quelli reali andrà o a scomparire o ad essere sottoposto ad un costoso rimodellamento. Ad accompagnare tale processo, ovviamente, ci saranno anche quote più o meno rilevanti di disoccupazione involontaria. Tuttavia, se prima l’ordinamento economico non viene riassestato, non è possibile dare inizio ad una crescita economica sana e sostenuta, ammesso che in seguito si scelga la strada della crescita sana e sostenuta a quella di una nuova artificiosa crescita economica che prima o poi sfocerà comunque in crisi economica.

Accendere da subito un nuovo periodo di artificiosa crescita economica per mezzo di un nuovo corso di sufficiente pressione inflazionista: si spinge il livello dell’interesse di base ancora più giù allontanando così il tasso di interesse nominale da quello reale di più quanto non lo sia adesso ed in maniera bastante da accendere uno stimolo inflazionistico oppure, od assieme, si utilizzano nuove manovre di alleggerimento quantitativo. In tal senso, c’è da aggiungere che lo spazio per il successo di una manovra del genere è oggi molto ristretto, dato che ogni intervento inflazionista riduce lo spazio di successo del seguente intervento inflazionista ed a mano a mano che questo tipo di interventi vengono fatti spingendo il costo del denaro verso o addirittura oltre lo zero nominale il numero degli interventi possibili di successo tende a ridursi fino a scomparire.

La differenza è sottile ma fondamentale. Un conto è incrementare la circolazione monetaria per adattarla all’intensificarsi ed all’estendersi della domanda di mezzi di pagamento, un conto è appesantire la circolazione monetaria (ben) oltre la domanda di mezzi di pagamento. Nel primo caso, a conclusione del processo, si riesce ad ottenere un allungamento ed un allargamento della struttura dei beni di capitale sostenibile, nel secondo caso invece no. Nel primo caso, la circolazione monetaria cresce in maniera adeguata al risparmio reale volontario degli agenti economici, nel secondo caso invece no.

Tornando all’ultima (non) decisione del braccio operativo della FED, dato che (stando alle affermazioni del governatore della banca centrale americana Janet Yellen) ad incidere su questa sono state, oltre agli ultimi dati relativi al mercato del lavoro ed altri indicatori macroeconomici americani, le preoccupazioni collegate all’eventuale uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, è opportuno spendere qualche parola sul referendum ormai imminente che chiama i cittadini britannici ad esprimersi sul rimanere o meno dentro l’UE.

Il referendum che si terrà nel Regno Unito il 23 giugno prossimo trova il suo fondamento nell’articolo 50 comma 1 del trattato sull’Unione Europea: “Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione”. Tuttavia, occorre necessariamente precisare che la consultazione referendaria in questione è solo consultiva e dunque non ha alcun valore vincolante per il parlamento ed il governo britannico. Ovvio che una vittoria dei cosiddetti pro-leave (i sostenitori dell’uscita del Regno Unito dall’UE) al referendum non potrà rimanere inascoltata, e tanto più questa vittoria fosse di margine ampio quanto più potrebbe pesare nelle future decisioni politiche che riguardano i rapporti del Regno Unito con l’UE. A questo riguardo, se il Regno Unito, a seguito di una vittoria dei pro-leave, decidesse di presentare al Consiglio Europeo notifica della sua uscita dall’Unione, si tratterà, una volta decretato tale recesso, di stabilire nuove tariffe sui prodotti britannici e nuove regole che determinino la libertà di movimento di persone e beni tra le parti.  In ogni caso, per l’eventuale recesso del Regno Unito dall’UE dovrebbero probabilmente passare almeno due anni ed un altro numero indefinito di anni occorrerebbero per rinegoziare un nuovo sistema di relazioni tra l’UE e Londra.

Una vittoria del fronte pro-leave al referendum rappresenta un problema più per Londra o per l’Unione Europea? Con molta più probabilità per L’Unione.

Una vittoria del fronte pro-leave al referendum potrebbe provocare per il Regno Unito nel breve-medio termine un inaspettato rallentamento dell’arrivo di capitali esteri nel Paese e ritorsioni politiche varie, poiché gli accordi commerciali con l’UE verrebbero tutti sottoposti a clima di incertezza fino a nuova definizione, qualora sempre lo Stato britannico decidesse di adeguarsi al parere dei suoi cittadini di uscire dall’UE. Ma il Regno Unito rispetto a quel che accade al resto dell’UE preso nel suo insieme è avanti per quanto riguarda il rispetto dei diritti di proprietà privata dei singoli individui e se questa relazione nel tempo non muta sostanzialmente ciò alla lunga permetterà comunque al Paese di attirare a sé tra i fattori della produzione migliori che sono in giro. Senza scordare che il Regno Unito uscendo dall’UE andrebbe a risparmiare 8,5 miliardi di sterline l’anno, importo dato dalla differenza tra quanto al momento il Paese contribuisce all’Unione, cioè 13 miliardi di sterline, e quanto ottiene in cambio, cioè 4,5 miliardi di sterline, e senza scordare che il Regno Unito è uno di quei 53 Stati facenti parte di quell’associazione denominata Commonwealth, ossia un mercato di scambio preferenziale che  conta al suo interno circa 2,2 miliardi di persone e di cui fanno parte Stati come Canada, Australia, Nuova Zelanda, India, Malaysia e Singapore.

Per L’Unione Europea invece l’eventuale vittoria del fronte pro-leave al referendum potrebbe essere un disastro, soprattutto poi se lo Stato britannico decidesse di far sul serio e notificare al Consiglio Europeo la sua volontà di lasciare l’UE. Specifichiamo: potrebbe essere un disastro per quella visione di stampo socialista che ad oggi impera nell’ambito dell’UE. Ad essere messa in discussione sarebbe infatti quell’agenda che punta alla concessione di un potere sempre maggiore allo Stato centrale di Bruxelles, agenda condivisa dalla maggior parte della classe politica europea, dai forti gruppi di interesse privilegiati e da tutti i settori sovvenzionati. Come fermare l’eventuale effetto domino di richieste di uscita dall’Unione che potrebbe instaurarsi a seguito della vittoria dei pro-leave britannici? Come arginare la perdita di prestigio politico che deriverebbe dalla fuoriuscita di uno dei suoi membri più rilevanti?

Potrebbe essere un disastro, appunto potrebbe, l’uso del condizionale è d’obbligo, perché è risaputo che i politici, se possono, sono soliti non mollare finché non ottengono quello che vogliono e, sempre se possono, sono soliti rispettare il parere degli elettori fintanto che innanzitutto fa comodo a loro. Anche in caso di vittoria dei pro-leave si potrebbe infatti instaurare un meccanismo per cui far uscire il Regno Unito dalla porta dell’UE e farla rientrare dalla finestra dell’UE. D’altronde, il tempo per realizzare un simile giochino vi è tutto come anche le condizioni politiche visto che la maggior parte della classe politica sia dell’UE che del Regno Unito non desidera certo la fuoriuscita di quest’ultima dall’Unione: anche nella circostanza che lo Stato britannico, posto alle strette dal voto popolare, si trovasse a presentare notifica della propria uscita dall’UE al Consiglio Europeo, l’uscita e la fase di rinegoziazione delle relazioni durerebbero anni e si sa con il tempo si dimentica e ciò potrebbe aiutare le parti in causa a porre in essere solo una rinegoziazione più che altro di facciata. Magari al termine del processo di rinegoziazione il Regno Unito potrebbe pure trovarsi a sovvenzionare ancora l’UE in cambio di altre cortesie per qualcuno in particolare.

Che la classe politica europea possa attivare un meccanismo come quello sopra descritto non deve destare meraviglia per il semplice fatto che non sarebbe la prima volta che una cosa del genere accadrebbe: la bocciatura da parte di francesi ed olandesi della Costituzione Europea nel 2005 non ha impedito nel dicembre 2007 di introdurre il Trattato di Lisbona, vale a dire se non è presente l’approvazione popolare per l’agenda che conduce ad uno Super-Stato centrale europeo, noi politici andiamo comunque avanti a perseguire lo stesso obiettivo e senza il bisogno di alcun consenso popolare. Infine, non si deve trascurare che sempre l’articolo 50 del trattato sull’Unione Europea, questa volta al comma 5, consente allo Stato che uscisse dall’UE di chiedere successivamente di aderirvi nuovamente.

Qualora invece i cittadini britannici votassero a favore del rimanere nell’UE, sicuramente nel breve termine l’Unione Europea o meglio la visione socialista dell’Unione Europea ne uscirebbe rafforzata, pericolo evitato, ma ciò non andrebbe a cambiare la sostanza ultima delle cose. Tale visione si basa sul presupposto che si possano progettare gli sviluppi delle conoscenze future e centralizzare un’immensa quantità di conoscenze di specifiche circostanze di tempo e di luogo ma questo presupposto altro non è che un’illusione destinata a tradursi progressivamente in fallimento con tutti i risvolti perversi del caso. Che poi si prenda formalmente ed apertamente atto o meno di questo progressivo fallimento è altro argomento.

Buon caos a tutti.

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