La crescita dei posti di lavoro non equivale ad un aumento della ricchezza


In un mondo del lavoro in cui i robot e gli algoritmi stanno iniziando ad avere un ruolo sempre più predominante, il libero mercato eliminerà le professioni obsolete. Nella classe media ce ne sono tante, soprattutto a causa delle continue interferenze dello stato. Sono posti di lavoro insostenibili, i quali vengono finanziati con la refurtiva fiscale. Le finanze statali, però, hanno la loro scritta sul muro: passività non finanziate. Sebbene i funzionari possano continuare a scappare e farla franca, non possono nascondersi. Alla fine affronteranno il giorno del giudizio dal punto di vista fiscale. Parecchi lavori che stanno passando al vaglio del libero mercato, sono legati alle materie umanistiche. Coloro che le studiano possono anche avere un’intelligenza di poco sopra la media, ma sono abbastanza in sintonia con le forze di mercato per capire se davvero c’è domanda per il loro lavoro? In un mondo permeato dallo stato, questo calcolo economico è intorbidito. Quindi, non potendo calcolare il futuro prossimo, perseguono a sprecare tempo ed energia per raggiungere un posto di lavoro che più che altro è una chimera. E lo è stata sin dagli anni ’60. Non riescono a vedere come dovrebbero re-indirizzare il loro percorso verso materie scientifiche, come la matematica o la fisica, ad esempio. Invece persistono a voler realizzare un percorso di studi che non li porterà da nessuna parte, soprattutto ora con un mercato saturo di domanda di professori e maestri a causa di un’offerta pompata all’inverosimile da uno stato scarsamente lungimirante. Coloro che hanno intrapreso un percorso umanistico sono rimasti abbagliati dal presunto posto fisso garantito dalle manipolazioni statali. Hanno abbandonato l’idea di analizzare le forze di mercato e hanno scelto la via più semplice. Pensavano davvero di battere il sistema. Pensavano davvero che ci fosse rimasto quel solo fatidico posto vacante e che loro l’avrebbero catturato. Invece scoprono di essere disoccupati o precari a vita. Al massimo diventare professori aggiunti: pessimo lavoro, pessima paga, poche sicurezze, niente speranza di un posto migliore. Gli individui imparano la lezione? No, se lo stato sovvenziona artificialmente un particolare settore. Ma il Grande Default cambierà questo paradigma e coloro non abbastanza lungimiranti da capire come un algoritmo sarà in grado di sostituire il proprio lavoro, rimarranno col proverbiale cerino in mano. Già adesso il settore scolastico è di fronte a tale cambiamento: homeschooling e video su internet. Il mondo del lavoro sta cambiando e con esso devono cambiare le previsioni degli imprenditori: fornire servizi che gl ialrgoritmi ancora non possono fornire.
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di Ryan McMaken

In risposta alle recenti affermazioni da parte dell’amministrazione Obama e altri, secondo cui sono stati creati “milioni di posti di lavoro”, ho esaminato i dati per vedere se tali affermazioni fossero vere. Si scopre che la crescita dei posti di lavoro sin dalla recessione del 2008 è stata abbastanza debole, e difficilmente rappresenta qualcosa di cui vantarsi.

Tuttavia le nostre conclusioni tendono a basarsi sull’idea che la crescita dei posti di lavoro sia sinonimo di guadagni in ricchezza e prosperità economica.

È davvero così?

In un mercato non ostacolato, la risposta sarebbe no e per diversi motivi.

Prima di tutto, all’aumentare della produttività dei lavoratori, questi ultimi dovrebbero lavorare meno ore per conservare il loro tenore di vita.

In secondo luogo, al diminuire dei costi dei beni (grazie alla crescente produttività) si dovrebbe lavorare meno ore per conservare lo stesso tenore di vita.

Ciò si tradurrebbe in settimane di lavoro più brevi e giornate lavorative più corte, ma potrebbe anche manifestarsi a livello familiare dove le famiglie potrebbero vivere non più con due, ma con un solo reddito. In alternativa, le persone potrebbero andare in pensione prima, lasciando così la forza lavoro.

In altre parole, nel corso del tempo in un’economia ben funzionante sarà necessario meno lavoro umano per sostenere il proprio tenore di vita, a parità di condizioni. (Se i consumatori desiderano aumentare costantemente il loro tenore di vita, decideranno di lavorare di più sacrificando il tempo libero.)

Le tendenze storiche nelle ore di lavoro

Anche nella nostra economia ricca di ostacoli e tutt’altro che libera, possiamo ancora vedere questa tendenza di base. Il numero di ore di lavoro necessarie per conservare il tenore di vita goduto dai nostri nonni, per esempio, è inferiore rispetto al 1950.

Se i consumatori della classe media fossero soddisfatti con una residenza modesta in un sobborgo, una macchina, una sola linea telefonica, niente aria condizionata e niente accesso ad internet, molti di loro lavorerebbero molte meno di quanto sia necessario per conservare uno standard di vita in linea con la classe media.

Negli anni ’50, per esempio, mia madre condivideva una camera con tre fratelli in una casa con due camere da letto nel centro di Los Angeles. Andava ad una scuola cattolica privata dove c’erano 50 studenti in una sola classe. Per la sua famiglia non esistevano vacanze o viaggi in Europa o in località balneari.

Eppure nessuno avrebbe descritto quello stile di vita come “impoverito” o “da classe inferiore.” Era uno stile di vita da classe media, ma poteva essere mantenuto solo lavorando più di 40 ore ogni settimana presso l’azienda di famiglia, dove entrambi i genitori lavoravano regolarmente.

Questa esperienza non era affatto atipica.

Nonostante l’aumento del tenore di vita sin da allora, le ore di lavoro sono diminuite. Infatti secondo Robert Fogel in, The Fourth Great Awakening and the Future of Egalitarianism, from 1880 to 1995, il numero delle ore giornaliere di un capofamiglia trascorse sul lavoro sono scese da 8.5 ore a 4.7 ore. Nel frattempo il tempo libero è aumentato da 1.8 ore a 5.8 ore.

In uno studio di Thomas Juster e Frank Stafford, si è constatato che dal 1965 al 1981 negli Stati Uniti le ore lavorative settimanali sono scese da 51.6 ore a 44 ore per gli uomini. Per le donne, il lavoro è salito da 18.9 ore a 23.9 ore. Quest’ultimo dato era prevedibile, poiché in suddetto periodo le donne hanno cominciato ad entrare nel mercato del lavoro ad un ritmo maggiore rispetto a prima. Stiamo parlando di lavoro salariato comunque, e se includiamo i “lavori di casa” scopriamo che il “lavoro totale” per le donne durante suddetto periodo è passato da 60.9 ore a 54.4 ore. Le donne sono passate da lavori domestici a lavori di mercato in suddetto periodo, ma nel complesso, le ore di lavoro sono diminuite. Anche per gli uomini il lavoro totale è diminuito, da 63.1 ore a 57.8 ore. (In suddetto periodo per gli uomini sono aumentati i lavori di casa.)

In un altro studio condotto da Mary Coleman e John Pencavel, la media delle ore settimanali lavorative è scesa per gli uomini bianchi da 44.1 ore nel 1940 a 42.9 ore nel 1988. È scesa per le donne bianche da 40.6 ore a 35.5 ore rispetto al periodo sopracitato.

Lo standard di vita è aumentato in entrambi i suddetti periodi: la metratura delle unità abitative è aumentata, le automobili sono diventate più comuni, e servizi come i telefoni, le lavatrici, i computer e la climatizzazione sono diventati più comuni. Il lavoro stesso è diventato meno pericoloso in suddetti periodi di tempo.

L’invenzione della “pensione”

Anche se le ore di lavoro sono diminuite, la produttività è sufficientemente aumentata per consentire ad un gran numero di lavoratori di lasciare la forza lavoro in anticipo, ovvero, di “andare in pensione”. Come spiegato da W. Andrew Achenbaum in The Wilson Quarterly, lavorare bene nei cosiddetti anni d’oro era pratica comune nel XIX secolo e anche prima. Gli agricoltori benestanti che possedevano terre, potevano permettersi di tagliare significativamente le ore di lavoro man mano che invecchiavano, ma generalmente gli operai comuni dovevano lavorare il più a lungo possibile o affrontare la miseria.

È stato solo durante la fine del XIX secolo, con l’accelerazione della produttività dei lavoratori, che questi ultimi si sono potuti ritirare dal mondo del lavoro ad un tasso crescente. C’è da dire però che molti dei loro lavori sono diventati obsoleti, che gli piacesse o meno. Scrive Achenbaum:

L’obsolescenza del lavoratore anziano è uno dei motivi per cui il 1890 segna l’inizio della tendenza a lungo termine verso il ritiro degli anziani dalla forza lavoro. In quell’anno circa i due terzi degli uomini d’età compresa tra i 65 e più anni, erano ancora nella forza lavoro — più o meno la stessa percentuale che troviamo oggi nei paesi in via di sviluppo, come il Brasile e il Messico. Nel 1920 quel numero era sceso al 56%, e nel 1940 era arrivato al 42%. Oggi è il 27%.

Ai tempi del salario di sussistenza, i lavoratori potevano lavorare per decenni senza molte opportunità per accumulare capitale e, quindi, “andare in pensione” era solo un’altra parola per descrivere la povertà. All’aumentare della produttività dei lavoratori e dell’accumulazione di capitale, le imprese private hanno potuto permettersi di creare una nuova cosa chiamata “fondi pensione”.

L’avvento delle pensioni statali ha accelerato la tendenza, con grandi trasferimenti di ricchezza dai lavoratori presenti ai lavoratori passati. Il fatto che questi trasferimenti di ricchezza non abbiano ridotto i lavoratori presenti ai livelli di sussistenza, è dovuto anche agli aumenti di produttività del nuovo lavoro industrializzato e meccanizzato. In sostanza, i lavoratori avrebbero sostenuto sia sé stessi sia i pensionati presenti, pur vivendo aumenti percettibili nel tenore di vita. Una situazione del genere non sarebbe mai stata politicamente fattibile in un’epoca precedente, in cui i lavoratori si sarebbero probabilmente ribellati contro una nuova tassa (per mantenere i lavoratori in pensione) che li avrebbe impoveriti. Questo nuovo mondo in cui i lavoratori potevano sostenere le loro famiglie, oltre ad alcuni sconosciuti, è stato un trionfo dei mercati che ironicamente ha permesso agli stati di farla franca con tasse più alte.

Quindi la crescita dei posti di lavoro equivale ad un progresso economico?

Una volta misuravamo il progresso economico prendendo in considerazione la capacità delle famiglie di nutrirsi e dormire in un letto caldo. Lo facciamo ancora per quanto riguarda il mondo in via di sviluppo, in cui la “povertà estrema” è un problema reale.

Nel mondo industrializzato, tuttavia, la “povertà estrema” non esiste e il 78% dei “poveri” ha aria condizionata e la maggior parte possiede telefoni cellulari. Oggi le agenzie federali avrebbero considerato “sotto lo standard”, lo stile di vita di cui godeva mia madre negli anni ’40. All’epoca quelle condizioni erano considerate da classe media. Ma come ha osservato Ludwig von Mises: “Il lusso di oggi è la necessità di domani.”

A quanto pare, se dovessimo misurare il numero di ore di lavoro necessarie per assicurarci prodotti alimentari e un tetto sulla testa, difficilmente necessiteremmo di un orario da lavoro a tempo pieno.

Questo è il motivo per cui nel corso del tempo, la quantità di lavoro svolto dagli esseri umani è diminuito. Ora sono le macchine a svolgere il lavoro che molte persone svolgevano una volta, e in modo più economico.

Questo è il motivo per cui gli Stati Uniti hanno una produzione più industriale oggi rispetto al passato, anche se un numero inferiore di persone è impiegato nel settore manifatturiero. Questo è il motivo per cui i nostri nonni lavoravano più ore rispetto ai nostri genitori, anche se gli standard di vita sono più alti oggi rispetto agli anni ’60.

Così, nel lungo termine, non possiamo dire che più posti di lavoro equivalgono ad una maggiore prosperità. Infatti potremmo sostenere che un minor numero di posti di lavoro, un minor numero di ore di lavoro e un minor numero di lavoratori, rappresentano un aumento della prosperità. Il lavoro minorile, ad esempio, non è più essenziale per sostenere uno standard di vita decente a livello familiare. Tutti quei lavori sono ormai inutili.

Quindi come dovremmo rispondere quando i politici affermano d’aver “creato milioni di posti di lavoro”? Dovremmo considerarla una misura di miglioramento economico?

Nel breve periodo questa può essere una metrica utile. Dobbiamo chiederci se l’economia sia cambiata a tal punto negli ultimi dieci anni, da permettere a meno persone di lavorare. Ancora più importante, dobbiamo considerare se il prezzo di beni e servizi sia diminuito in modo significativo. Più persone stanno scegliendo volontariamente di adottare un basso tenore di vita per permettersi più tempo libero o per svolgere lavori extra-mercato?

Queste sono tutte domande che dovrebbero essere prese in considerazione quando si parla di posti di lavoro e miglioramenti economici. In realtà, l’unica misura che conta è il salario reale delle famiglie e la loro ricchezza, e ciò che può essere acquisito con suddetti. Tutto il resto è rumore che illustra i limiti dei dati economici aggregati.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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