L’autolesionismo svedese cerca di nascondere la realtà ma alcune culture non possono convivere

Di Mauro Bottarelli , il - 82 commenti

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Altenfelden è un paese del distretto di Rohrbach nell’Alta Austria che al 1 gennaio di quest’anno contava 2148 abitanti, quindi non esattamente l’agglomerato urbano che patisce gli influssi negativi dell’immigrazione incontrollata, né la megalopoli che ospita suo malgrado quartieri ghetto. Bene, questa foto
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ci mostra cosa resta del centro di accoglienza per migranti, dato alle fiamme nella notte tra il 31 maggio e il 1 giugno: nulla. Il centro era vuoto quindi non si contano né vittime, né feriti ma il segnale del disagio è chiaro: la polizia, infatti, dopo i rilievi ha confermato che si tratta di un incendio doloso. In un paesino di 2148 anime. L’Austria in sè è un Paese piccolo con circa 8,7 milioni di abitanti ma proprio per questo patisce più di altri squilibri demografici e instabilità sociale, tanto più quando la crisi comincia a erodere i margini di certezze su cui si aveva costruito la propria vita. Ieri sono usciti i dati relativi al mercato del lavoro e a maggio di quest’anno i disoccupati erano 405.570, +2,5% su base annua, con il dato della disoccupazione di lungo termine in serio aumento e la sola Vienna che ha visto i senza lavoro aumentare del 2,7% rispetto al maggio 2015. Questa tabella ufficiale
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mostra la dinamica ma ci mostra anche altro, basta guardare le ultime due voci in basso: gli austriaci hanno visto un calo degli occupati di 1400 unità, -0,5%, mentre gli stranieri hanno registrato un +10,4%. Rubano il lavoro agli autoctoni? La questione è differente e ha parecchio a che fare con quanto vi dicevo due giorni fa relativamente alla Germania e alla legge sull’integrazione: le scelte del governo di coalizione austriaco, infatti, facilitano l’assunzione di stranieri quando questi sono richiedenti asilo. In un momento di vacche grasse, questo potrebbe anche essere accettato ma quando la crisi morde l’intera eurozona, allora certe dinamiche rischiano di andare fuori controllo. Non a caso, l’FPO oggi è il primo partito del Paese stando a rilevazioni demoscopiche effettuate dopo il voto presidenziale. Non sono razzisti, né tantomeno nazisti: sono normali cittadini esasperati.

Ma anche la un tempo Scandinavia felix comincia a fare i conti con la realtà e con la paura. Ieri la Danimarca e la Svezia hanno infatti esteso fino a novembre i controlli alla frontiere per limitare il numero di migranti che entrano nel loro territorio. La Danimarca ha ricevuto più di 21mila domande di asilo nel 2015, il 44% in più rispetto al 2014 ma significativamente meno del suo vicino settentrionale, quella Svezia che ha registrato 163mila richieste nello stesso anno. “Nella situazione attuale in cui ancora non c’è una soluzione sostenibile per la sicurezza delle frontiere esterne dell’Ue, sono soddisfatto che per ora abbiamo la possibilità di mantenere i controlli alle frontiere fino ad almeno il 12 novembre”, ha detto in un comunicato il ministro all’Integrazione danese, Inger Stojberg. Il collega svedese, Anders Ygeman, in un altro comunicato ha detto che il suo Paese farà altrettanto fino all’11 novembre: se Stoccolma ha introdotto i controlli alle frontiere nel sud del Paese lo scorso novembre, la Danimarca effettua invece controlli random ai suoi confini dal 4 gennaio.
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E la Scandinavia tutta sta ribollendo. Stando a dati ufficiali di Eurostat, nel triennio 2012-2015 la Svezia ha accolto 342.635 migranti, la Norvegia 63.370 , la Danimarca 41.290, la Finlandia 40.470 e l’Islanda 675. La Svezia, però, vanta anche altri record al riguardo, tra cui quello dell’autolesionismo, visto che le autorità preposte al controllo dell’immigrazione hanno dato disposizione che venga accettato e definito “minore” chiunque dimostri meno di 40 anni! Nel Paese sono arrivati in maggior parte siriani, 51.338 nel 2015, mentre l’Afghanistan è il Paese di provenienza che si piazza al secondo posto con 41.564 arrivi lo scorso anno, un bel +1239% rispetto al 2014. La maggior parte degli afghani sono “minori” e quindi hanno un binario privilegiato per la domanda di asilo, il quale viene concesso dopo 6 mesi da momento dell’inoltro. Ora, al netto che l’Afghanistan non è ufficialmente un Paese in guerra e che l’80% dei migranti che arriva in Svezia da quel Paese è maschio, con il passare del tempo emergono le pecche della politica di porte aperte della Svezia.
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Lo scorso agosto, infatti, nel corso di un festival musicale al Pildammsparken di Malmoe è accaduto quanto successo la notte di Capodanno a Colonia: decine di ragazze svedesi molestate sessualmente dai cosiddetti “migranti minori non accompagnati”, quelli a cui viene garantito l’asilo con procedure rapida, i quali stando a un report interno della polizia citato dal giornale Dagens Nyheter erano “un ampio gruppo di giovani, molti dei quali rifugiati afghani che erano presenti al concerto”. Questa foto
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è stata scattata dal fotografo Freddie Mardell, il quale l’ha poi offerta al quotidiano locale Kvällsposten che però si è rifiutato di pubblicarla per paura di essere accusato di discriminazione e mostra, seppur in maniera, sfuocata la scena: ragazze in lacrime e giovani non dall’aspetto vichingo fermati dalla polizia e prima intenti a molestare giovani donne. Sempre Kvällsposten ha poi denunciato il fatto che la notte di Capodanno scene simili a quelle di Colonia si sono vissute sempre a Malmoe, nella zona della stazione centrale e del Parco del Re. Il problema è che per i giovani islamici questa pratica ha un nome – Taharrush – e non solo è legale ma è parte della loro tradizione: le donne sono oggetti a disposizione dell’uomo e quindi le molestie di massa non sono stupri ma normali pratiche maschili. Ma come vi dicevo prima, la Svezia fa del masochismo sociale una delle sue prerogative e, infatti, Gudrun Schyman, ex militante comunista e oggi leader del Partito per l’iniziativa femminista ha così argomentato al riguardo nel corso di un podcast: “Gli assalti sessuali di massa non sono nulla di nuovo ma sono anzi pratica nota da tempo in tutte le nostre nazioni. Va così, gli uomini si prendono le loro libertà quando l’anonimato e la prossimità di una donna lo consentono. Non penso ci sia un’accelerazione in tal senso, soltanto c’è più propensione a parlarne”.
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Insomma, la numero uno delle femministe svedesi pare più propensa a difendere gli afghani che molestano piuttosto che le donne svedesi molestate. E la pensa così anche Viktor Banke, avvocato maschio ma che si definisce femminista, il quale in un’intervista alla free-press Metro ha dichiarato che “dovremmo essere in grado di parlare del background dei molestatori ma non possiamo permetterci che il dibattito sulla vulnerabilità delle donne sia dirottato da persone che si interessano dei diritti delle donne solo quando sentono odore del fatto che il molestatore abbia la pelle di un altro colore”. Non la pensano così i cugini norvegesi, visto che Eivind Borge, capo dell’intelligence del Servizio di investigazioni criminali (Kripos) ha le idee molto chiare al riguardo e le ha espresse con il quotidiano Aftenposten: “Molti richiedenti asilo che sono arrivati in Norvegia negli scorsi mesi provengono da nazioni dove la cultura è molto diversa dalla nostra e dove c’è un’accettazione maggiore delle molestie verso le donne in luoghi pubblici. Siamo pronti a ogni eventualità”.
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E il capo del Servizio di sicurezza della polizia norvegese, Benedicte Bjørnland, parlando a un convegno in Svezia è stata altrettanto chiara: “Non possiamo dare per scontato che i nuovi arrivati si adattino automaticamente ai valori e alle regole della società norvegese. Il rapido incremento dell’immigrazione può portare sfide sul lungo termine, perché quando un ampio numero di richiedenti asilo arriva in una comunità locale, questo può portare a conseguenze sgradevoli”. E a differenza della Svezia, dove la follia del politically correct non consente di compilare statistiche che riguardino il credo religioso (infatti il numero di musulmani che abitano nel Paese scandinavo non è certo e varia da 100mila a 500mila ma si sa che l’anno scorso sono entrati 160mila rifugiati, la stragrande maggioranza dei quali da Paesi islamici), in Danimarca i numeri ci sono: negli ultimi dieci anni, ci sono state 615 condanne per stupro e 212 hanno riguardato immigrati di prima e seconda generazione. E’ il 34,5% del totale ed è tre volte la percentuale di popolazione rappresentata da immigrati in Danimarca.
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E se anche non si possono fare statistiche per credo, qualcuno le idee chiare in Svezia le ha e si tratta del criminologo Jerzy Sarnecki dell’Università di Stoccolma, a detta del quale ben 25 studi compiuti nel Paese tra il 1974 e il 2005 dimostrano che gli immigrati in Svezia hanno subito condanne per tutti i tipi di crimini – ma soprattutto sessuali – in percentuale molto superiore al loro peso sulla totalità della popolazione del Paese. Il suo ultimo report, “Crimine tra le persone nate in Svezia e all’estero” parla chiaro: “Penso non serviranno altri studi al riguardo in futuro”. Parliamo di studi accademici, non di sondaggi al mercato fatti da qualche talk-show in cui si ama gettare in vacca gli argomenti. C’è poi un ultimo numero che parla da solo, riguardo la Svezia: 1472%, l’aumento annuale dei casi di stupro. Serve altro?

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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