I mercati sembrano dire no al Brexit. Ma non confondiamo la palla di neve con la valanga

Di Mauro Bottarelli , il - 104 commenti

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Stando all’andamento delle Borse europee, il Brexit è spacciato. Milano addirittura flirtava con il +3% mentre scrivevo questo pezzo, un vero e proprio schiaffo in faccia alle paure di queste ultime settimane e al fatto che, uscita o meno della Gran Bretagna dall’Ue, il FTSE Mib sta in piedi solo per il Fondo Atlante (finché ci saranno soldi) e la Bce. Anche la sterlina segnala vittoria facile del Remain, visto che come ci mostra questa grafica
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è arrivata a toccare quello che Citi definiva “extreme print”, ovvero 1,48: un livello di cross che per la banca rappresenta la certezza della vittoria del fronte europeista al referendum. Ma c’è anche chi la pensa diversamente o che, comunque, preferisce cautelarsi. Ce lo mostra questo grafico,
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dal quale scopriamo che negli ultimi quattro giorni l’open interest sul opzioni put “out of the money” sullo Standard&Poor’s è salito del 1100%: queste opzioni pagano se venerdì l’indice newyorchese perderà il 20% o più e sono le più detenute a livello settimanale. Per Bloomberg si tratta “di un tipo di put che segnala il cigno nero, visto che è possibile che ci sarà un risultato estremo e la gente vuole avere un’assicurazione contro eventi con bassa probabilità ma con enorme impatto potenziale”. E costano anche poco, visto che tradano a 5 centesimi.
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I britannici stanno ancora votando e tutte le televisioni del Regno hanno già detto che non offriranno ai telespettatori exit poll, perché il margine di errore per un evento simile è troppo grande. Nella tarda serata di ieri, però, YouGov è uscita con un ultimo sondaggio che mostrava un lieve vantaggio del Remain, 51% contro 49% del Leave. E c’è di più, perché la stessa YouGov ha già annunciato che subito dopo la chiusura dei seggi (le 22 ora italiana) renderà noto un sondaggio basato sulle risposte di un gruppo di persone pre-selezionato e visto come rappresentativo dell’elettorato. Sarà SkyNews a diffonderlo e potrebbe diventare il barometro di molte scommesse, almeno sul forex, degli operatori. Di fatto, è un exit-poll.
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Le persone interpellate fanno parte di una selezione di cittadini che ha già espresso le proprie intenzioni di voto con YouGov in un sondaggio on-line e che ha accettato di ri-sottoporsi all’indagine demoscopica dopo aver votato realmente: peccato che YouGov non abbia diffuso né i criteri di scelta, né la composizione per genere, età e ripartizione geografica di quelle persone. Ma si sa, dopo il successone del 2014, quando azzeccò il no vincente al referendum scozzese sull’indipendenza, pronosticando un 53,3% contro il 54% reale, ormai YouGov vive di rendita sulla credibilità.
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Peccato che l’anno dopo, 2015, la stessa YouGov prese una cantonata clamorosa alle elezioni politiche, quando David Cameron vinse abbastanza agevolmente, nonostante mesi e mesi di sondaggi che davano Tories e Labour testa a testa. Il fiasco fu tale che fu aperta addirittura un’inchiesta da parte del British Polling Council: stasera sarà un altro 2014 o 2015 per YouGov?

Una sola cosa è certa: al netto del terrorismo posto in campo dallo schieramento europeista, scomodando FMI, Casa Bianca, BIS e quant’altro per spaventare l’elettorato britannico con la minaccia delle cavallette in arrivo, lo spauracchio del Brexit è stato finora uno straordinario alibi per mascherare il vero stato di salute di economia e mercati finanziari mondiali. E se domani sarà Brexit, preparatevi a un crucifige in piena regola della Gran Bretagna, la perfida Albione che con il suo nazionalismo fa crollare mercati sani e bilanciati.
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Balle, il Brexit – se ci sarà – sarà solo il canarino nella miniera per segnalare la fine – o, almeno, lo stop forzato e marcato, ancorché temporaneo – dell’intossicazione da debito e denaro a costo zero resa possibile dall’operato criminale delle Banche centrali. Ne è convinto Richard Nesbitt, amministratore delegato del Global Risk Institute, istituzione di analisi finanziaria canadese, a detta del quale “la combinazione di bassi tassi di interesse ed esplosione del debito è diventata il più grande rischio per le economie mondiali. C’è debito che si impila su altro debito che si impila su altro debito”. Come ci mostra questo grafico,
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dalla metà del 2015 i bilanci della Banche centrali sono andati in continua espansione, portando come conseguenza un crollo dei rendimenti dei bond sovrani e incoraggiando la crescita del debito corporate. Questi due grafici
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mettono in prospettiva la questione: mentre ci scendeva sempre più in negativo sui tassi, il debito globale è salito del 37% dalla crisi finanziaria del 2008 e proprio la possibilità di indebitarsi a costo nullo ha visto il debito corporate salire di 2,81 trilioni di dollari negli ultimi cinque anni, raggiungendo il record di 6,64 trilioni. Solo nel 2015, le liabilities sono salite di 850 miliardi, 50 volte l’incremento in cash conosciuto dallo Standard&Poor’s. E a cosa è servito quell’indebitamento? A questo,
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operare buybacks per tenere alte quotazioni, multipli di utile per azione, abbassare il flottante e pagare dividendi e bonus. Il tutto con i dati macro sottostanti che si schiantavano al suolo. Per Nesbitt, “questo è il mondo di Alice nel paese delle meraviglie e se vai in negativo con i tassi, non fai altro che infilarti nello specchio senza sapere cosa succederà davvero. Il fatto che i regolatori europei e giapponesi abbiano scelto i tassi negativi dovrebbe segnalare alla gente che le cose stanno andando molto male. Non vedo una via d’uscita per gli europei, la situazione è rotta”. Alziamo i tassi? E poi come ripaga il debito la gente? Per Nesbitt, “l’unico scenario possibile è quello che vede le Banche centrali cominciare ad alzare i tassi su base sistematica e lenta lungo un periodo di molti anni, in modo che l’economia possa assorbirlo”. Questo grafico
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ci mostra però che ci vorrà anche molta fortuna – o un’invasione di unicorni, magari al prossimo meeting di Jackson Hole – perché le previsioni di crescita economica stanno letteralmente collassando e se parte il re-coupling dell’azionario, penso che le opzioni put di cui vi ho parlato prima andranno a ruba. Ma tranquilli, se per caso vince il Brexit, sarà tutta colpa dei britannici nazionalisti e irresponsabili. Sarà colpa dello spillo che ha fatto scoppiare la bolla, non di chi l’ha fatta gonfiare a dismisura per anni.

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