Oggi festeggiamo il Brexit e la democrazia. Ma da domani attenti alla criminalizzazione del dissenso

Di Mauro Bottarelli , il - 76 commenti

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Ammetto che ancora fatico a crederci ma è successo: il primo mattone del muro europeo è caduto, si vede la luce dall’altra parte e nonostante il terrorismo profuso a piene mani dai mezzi d’informazione, c’è vita oltre l’Ue. Da Londra non mi segnalano vagoni piombati in partenza da Victoria o St. Pancras per deportare pizzaioli italiani o idraulici polacchi, non ci sono scene di panico nelle strade, non ci sono file ai bancomat: ed è normale che sia così, perché si è soltanto scelto di tornare a decidere da soli del proprio destino. A Londra, il FTSE 100 è l’indice che perde di meno in Europa e quando lunedì anche il -10% di Milano verrà riassorbito, visto che le swap lines delle Banche centrali sono pronte da tempo, forse i divulgatori di disgrazie e apocalissi avranno qualche argomento in meno sui cui fare presa. Certo, la botta psicologica c’è ma il risultato di Piazza Affari è figlio di un sistema bancario che sta in piedi solo grazie al Fondo Atlante e alla Bce, non del Brexit o di Farage. New York crolla perché il settore energetico sullo Standard&Poors’ viaggia a multipli di utile per azione di 97x in questo momento, non per Boris Johnson e la zua zazzera bionda. Francoforte va a picco perché Deutsche Bank è ai minimi storici e sta seguendo la traiettoria di Lehman Brothers, non perché nello Staffordshire qualche villico ha votato per il Brexit.
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Deutsche-Bank
Tokyo crolla perché l’economia è in mano a due pazzi che stanno facendo comprare alla Banca centrale anche l’aria, disintegrando qualsiasi concetto di fair value e price discovery, non per il voto dei cittadini dello Yorkshire. Ma questo non si può dire, è colpa del Brexit. Anche se fa caldo o se ci fanno una multa per divieto di sosta. Subito Marine Le Pen ha detto che se sarà eletta presidente anche la Francia terrà il suo referendum sulla permanenza nell’Ue e, ovviamente, tutti hanno evocato il pericolo nazionalista alle porte, scomodando termini che nemmeno voglio ripetere.

Attenzione, però, perché ora inizia la battaglia vera e a farmelo pensare è una notizia che arriva proprio dalla Francia. Puntando il dito sull’ultra-destra transalpina, il capo dei servizi segreti di Francia, Patrick Calvar, parla infatti di “guerra civile” nel Paese, un’espressione che non era mai stata utilizzata fino ad oggi, riferisce la rivista l’Express. Parole che il direttore del Dgsi ha ripetuto davanti alla Commissione d’inchiesta parlamentare sugli attentati del 13 novembre a Parigi: “Siamo sull’orlo di una guerra civile”, ha tuonato, confermando di fatto un’idea già espressa il 10 maggio scorso, quando aveva evocato forti rischi di “uno scontro” tra differenti movimenti estremisti in Francia. A preoccupare, inoltre, sono anche le manifestazioni di protesta di queste settimane contro il progetto di riforma del lavoro.
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Ricordando le “violenze assolutamente inaccettabili” avvenute nel corso di molte delle manifestazioni, il ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, ha avvertito che non saranno tollerati altri episodi di violenza. “L’estremismo è in crescita in tutto il mondo e noi, i servizi interni, stiamo cercando di spostare le risorse per interessarci dell’ultra-destra in attesa di uno scontro – ha spiegato Calvar -. Penso che lo scontro avrà luogo. Ancora uno o due attentati e accadrà. Spetta a noi anticiparlo e bloccare tutti quei gruppi che, in un momento o in un altro, innescano scontri tra comunità”, ha insistito. D’altra parte, una fonte citata dall’Express ha confermato i rischi legati a possibili azioni dei gruppi di estrema destra: “Con l’aumento del rischio islamista, negli ultimi anni, abbiamo concentrato la nostra attenzione sui jihadisti. Dell’ultra-destra ci siamo interessati di meno”, ha commentato. Forse perché non ce n’era bisogno, visto che non esistono notizie di attentati, uccisioni o violenze figlie dell’estrema destra in Francia.
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Attenzione, la criminalizzazione del dissenso sta entrando in modalità emergenziale e in Francia, giova ricordarlo, lo stato di emergenza attualmente è in Costituzione e garantisce al presidente poteri illimitati. Dopo il Brexit, lo faranno ancora di più. Più duramente. Più velocemente. Se infatti c’è un rischio che la Francia non corre è quello dell’estremismo di destra, visto che il Front National convoglia quei sentimenti nell’ambito parlamentare e pubblico, drenando ogni possibile supporto a gruppuscoli extra-parlamentari. Di cosa parla, quindi, Calvar? Del fatto che per la vulgata del politicamente corretto e dell’europeismo alla Juncker, chi si oppone all’oligarchia di Bruxelles, all’invasione di clandestini, all’abolizione di ogni residuo di sovranità popolare e difesa di interessi legittimi e confini nazionali, è un estremista di destra.
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Nelle parole del capo dei servizi francesi è chiaro questo concetto, tanto che oramai il termine nazionalista è usato in maniera unicamente spregiativa, come nazista. Ed è questo concetto che vogliono far passare, oggi più che mai, visto che la maggioranza del popolo britannico ha dimostrato a tutti che un’altra strada c’è ed è paradossalmente contemplata proprio dall’Ue nel Trattato di Lisbona all’articolo 50. Prepariamoci quindi a una stretta molto netta sulla libertà di espressione, cosa che l’Ue sta già facendo con i suoi accordi di cooperazione con i principali social network per combattere i cosiddetti “discorsi d’odio”. Oggi c’è da festeggiare ed è giusto farlo ma da domani occorre vigilare al massimo, informarsi al massimo ed essere critici al massimo. Perché, altrimenti, il mattone fatto cadere dalla vittoria del Brexit verrà tappato per sempre con leggi speciali stile anni Settanta.

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