Venerdì 24 giugno, il Brexit ha vinto il referendum. Cosa succede in Gran Bretagna? E nell’Unione?

Di Mauro Bottarelli , il - 28 commenti

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Ma cosa succederà se davvero il 24 giugno l’Europa si sveglierà con la Gran Bretagna che ha scelto il Brexit? In modo pratico, come si svolgeranno gli eventi, al netto del panico del mercato e delle swap lines della Bce che lo inonderanno di liquidità? Per scelta, l’Ue non ha una road map che affronti questa ipotesi, proprio per non inviare messaggi allarmistici: quindi, nulla di pronto su carta. Anche perché, parlandoci molto chiaro, l’onda d’urto politica e finanziaria di un evento tale spazzerebbe via qualsiasi mossa preordinata. Certo, le Borse stanno scontando tensioni al riguardo già da parecchi giorni, ancorché gonfiate e si sprecano le narrazioni apocalittiche come quella del presidente dell’Ue, Donald Tusk, a detta del quale il Brexit “potrebbe sancire la fine della stessa civiltà politica europea”.
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Follie di burocrati disperati che temono tutt’altro, ovvero il contagio del Brexit ad altri Paesi e l’impatto immediato sulle elezioni spagnole che si terranno solo tre giorni dopo il referendum, domenica 26 giugno. Stando all’ultima rilevazione demoscopica dell’istituto di ricerca statale CIS, infatti, dopo essersi uniti un mese fa, gli anti-Ue di Podemos e Izquierda Unida, la sinistra radicale spagnola, sotto la sigla di Unidos Podemos hanno superato il Psoe nei sondaggi, diventando secondo partito del Paese con il 25,6% (88-92 seggi) contro il 29,2% del Pp (118-121). Ai socialisti viene accreditato un 21,2%, in calo dello 0,8% alle elezioni dello scorso dicembre, mentre Ciudadanos resta quarto partito ma aumenta i consensi, passando da 13,9% al 14,6%.
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Ben più ampio l’aumento di Unidos Podemos, visto che al voto di dicembre e prima della fusione con la sinistra, il solo Podemos prese il 20,7% dei consensi. Ecco di cosa ha paura gente come Tusk, del contagio e della volontà popolare. Anche perché di fatto l’addio di un Paese all’Ue è qualcosa di inaccettabile per i manovratori, visto che il meccanismo di uscita è stato scritto soltanto nel 2009 e non era presente fin dall’inizio dell’Europa moderna post-CEE. Vediamo di simulare cosa potrebbe accadere. Se il 24 sarà Brexit, la prima cosa che saranno chiamati a fare governi nazionali e autorità europee sarà il cosiddetto “demage control”, il controllo del danno e la prima mossa potrebbe essere una riunione d’urgenza dei ministri delle Finanze la sera stessa del venerdì, esattamente come accadde per la crisi del debito greco.
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La sterlina subirà scostamenti violenti nel cross con le altre valute e la Banca centrale più attiva sarà certamente quella svizzera, avendo un ex peg franco-euro da cercare di tutelare, al netto di detenzioni obbligazionarie da hedge fund che in caso di correzioni e tonfi dei mercati diventerebbero liabilities a bilancio. Per Lothar Mentel, amministratore delegato alla Tatton Investment Management di Londra, “i mercati valutari non hanno prezzato in pieno un’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, così se questo accadesse un crash è molto probabile. Sarà meglio che tutti quanti ci prepariamo a un risveglio molto duro quel venerdì mattina”.

Ma sarà il fallout politico a essere enorme. Ovviamente, i contrappesi storici dell’Ue, ovvero Francia e Germania, potrebbero cercare di prendere in qualche modo l’iniziativa, dopo che pochi giorni fa proprio il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schauble, ha minacciato Londra di non poter negoziare trattati commerciali come quello della Svizzera o status come la Norvegia in caso scegliesse di andarsene: “Se è fuori, è fuori”. Minacce tipiche di chi ha paura o intransigenza reale? In questo caso temo la seconda ipotesi e più avanti proverò a spiegarvi il perché? Quasi certamente, però, l’Ue chiederà a Merkel e Hollande un supporto immediato che potrebbe sostanziarsi, già nel weekend seguente al voto britannico e che farà da cornice a quello spagnolo, in una dichiarazione d’intenti dei Paesi membri verso un impegno maggiore per un’integrazione ancora più profonda e la conferma che il sogno europeo rimane vivo e vegeto.
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Per Guntram Wolff del think-tank Bruegel Group con base a Bruxelles, “l’Unione dovrà avere una strategia credibile, perché per evitare la graduale disintegrazione dell’Ue, i leader politici dovranno rafforzare l’attrattività del progetto europeo e, soprattutto, l’alleanza franco-tedesca, il cosiddetto asse renano”. Con Hollande al 19% di consensi tra i suoi connazionali e i buchi dell’intelligence francese tra terrorismo e hooligans, tanti auguri a frau Angela. Insomma, se sarà Brexit, c’è da attendersi 72 ore di fuoco e un’immediata controffensiva europeista. Ma se il weekend porterà agli inglesi, insieme al pranzo al pub per il sunday roast, anche la consapevolezza di aver compiuto davvero una scelta storica, sarà il resto d’Europa ad affrontare lo shock maggiore e ad avere il maggior numero di domande a cui dare risposta. E proprio perché questo incubo si è tramutato in realtà, i leader europei potrebbero essere tentati di dare vita a un summit di emergenza già sabato 25 giugno, senza rappresentanza britannica al tavolo.
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Doppio il messaggio implicito: mandare un segnale chiaro agli elettori spagnoli a 24 ore dal voto riguardo al fatto che l’Europa resta forte e, soprattutto, decidere cosa offrire o non offrire alla Gran Bretagna in aree di interesse come la libera circolazione dei cittadini e l’accesso al mercato comune. E questo potrebbe essere lo scoglio più duro, perché senza dubbio ci saranno divisioni da superare anche in assenza dei britannici. In Francia, dove l’euroscetticismo del Front National continua a prendere piede e potrebbe portare all’Eliseo la sua leader, Marine Le Pen, alle presidenziali dell’anno prossimo, Francois Hollande avrà necessità di dipingere un quadro cupo della situazione per fare capire ai suoi cittadini che abbandonare l’Ue porta con sè solo conseguenze negative. Altri leader, come ad esempio quelli di Olanda e Danimarca, Paesi dove il sentimento anti-europeista sta crescendo, potrebbero invece trovare più saggio a livello politico offrire il loro supporto al Regno Unito, sposando una linea meno dura verso quello che è stato un tradizionale alleato.
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Ci sono poi le nazioni al di fuori dell’area euro, ad esempio quelle come Ungheria, Polonia e Svezia, dove l’anti-europeismo è montante (anche per la crisi dei migranti), le quali potrebbero puntare a formare un gruppo di Stati intenzionati a resistere a qualsiasi tentativo franco-tedesco di puntare a una maggiore integrazione in tempi record per compattare l’Ue: se la Gran Bretagna uscisse, infatti, le altre nazioni non nell’euro perderebbero un partner cruciale e rappresenterebbero solo il 14% del Pil europeo. Formiche, insomma, senza più Londra a fare da contraltare contro Francia e Germania. David Cameron ha già in programma di incontrare gli altri 27 leader europei al meeting atteso a Bruxelles per la settimana dopo il referendum, una riunione che potrebbe tramutarsi nel momento in cui il premier britannico dovrebbe attivare l’Articolo 50, quello senza precedenti che prevede l’uscita di un Paese membro dal club.
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Ma sarà una cosa immediata? Ovviamente no, dall’atto simbolico si attiverà una deadline di due anni, fino al giugno 2018, durante la quale la Gran Bretagna potrebbe negoziare le condizioni della sua uscita: su cosa punterà David Cameron, al netto della minaccia di Schauble? Su un status come quello di Norvegia e Islanda, ovvero mantenere un stretta collaborazione operativa con il blocco comunitario come parte dell’area economica europea? Oppure opterà – o magari sarà costretto a optare dal nein tedesco – per un diverso set-up, ovvero una relazione in base alla quale il commercio tra Gran Bretagna e Ue dovrà avvenire sotto il framework del WTO, come accade per Cina e Giappone?
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E nel medio termine? Nel 2017 si vota in Germania, Francia e Olanda e visto il timore che alberga nei leader europei rispetto a un effetto domino innescato dal referendum britannico, Hollande e Merkel saranno tentati di usare il pugno di ferro con il Regno Unito, indebolendone il potere contrattuale nei negoziati per mandare un chiaro segnale ai propri cittadini: fuori dall’Ue si conta meno e si è meno sicuri. Inoltre, stando a valutazioni di Michael Leigh, senior fellow al Marshall Fund, il Brexit “potrebbe inoltre spostare l’attenzione dell’Ue da altri temi altrettanto importanti, come il caso greco e divenire dinamo di ulteriore instabilità in Ucraina, visto che Mosca potrebbe approfittare dell’occhio distratto dell’Ue verso Kiev”.
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C’è poi da mettere in conto anche un’altra variabile, ovvero il fatto che nei primi 100 giorni dal Brexit, quando la nebbia politica avrà cominciato a diradarsi, i leader europei potrebbero avere a che fare con un altro primo ministro britannico, visto che i bookmakers danno per certa la caduta di Cameron in caso di vittoria del Brexit e puntano tutto sull’ex sindaco di Londra, quel Boris Johnson che sta guidando il fronte del Brexit e mira anche alla guida del Partito conservatore. Come si tratterà con un cliente del genere?
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Il quale, oltretutto, quasi certamente si troverà a breve termine a dover affrontare un nuovo referendum, quello per l’indipendenza della Scozia che i secessionisti dello Scottish National Party hanno già annunciato in caso di Brexit, utilizzando la scusa di non voler perdere il legame con Bruxelles. La quale dovrà stare molto attenta, perché perorare la causa di Edimburgo potrebbe significare, in caso di vittoria degli indipendentisti, dover fronteggiare la richiesta scozzese di ingresso nell’Ue e l’effetto domino che si scatenerà nei Paesi Baschi e in Catalogna (ma anche nelle Fiandre e in Sud Tirolo), avendo creato un precedente in tal senso.
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Ma a quel punto, ovvero nel prossimo inverno, la Gran Bretagna dovrebbe cominciare anche a rinegoziare i trattati europei su temi diversi come le quote per la pesca, la legislazione dei servizi finanziari (ovvero lo status della City) e gli standard di sicurezza e salute, il tutto in simultanea con la negoziazione dei propri accordi commerciali con il resto del mondo in quanto Paese sovrano. Di più, in contemporanea bisognerà anche rendere operativa la riallocazione di entità europee su suolo britannico, come la European Banking Authority. Ma attenzione, perché come ha detto lo stesso Donald Tusk al quotidiano tedesco Bild, “ogni passo dovrà essere convenuto e accettato dagli altri Stati membri e dal Parlamento europeo, un processo che durerà almeno sette anni e con nessuna garanzia di successo”. Certo ma la voglia di rovesciare il tavolo degli elettori europei non attenderà così tanto a sostanziarsi, a meno che non vengano sospese sine die le libere elezioni come manovra per consolidare lo spirito europeo. Comunque, con buona probabilità tutto quanto avete letto si tradurrà in un mero esercizio di stile, visto che ieri uno dei più grossi hedge fund di Londra ha ricevuto l’ultimo aggiornamento del sondaggio privato che ha commissionato dal marzo scorso: al netto di un margine di errore del 5%, i favorevoli a restare nell’Ue sarebbero il 52% contro il 48% del Brexit.

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