Cyber-guerra Usa contro Mosca per le mail rubate. E il Pentagono prepara la versione 2.0 del 2001?

Di Mauro Bottarelli , il - 31 commenti

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Detto fatto, la Clinton torna in testa nei sondaggi. Nel mio articolo di ieri vi facevo notare come, a fronte del 40,2% di Donald Trump contro il 38,5% della candidata democratica, la Reuters avesse deciso di cambiare un po’ il criterio su cui basa i sondaggi, eliminando dal novero delle risposte accettate l’opzione “nessuno dei due”. Di più, tanto per non lasciare dubbi, fin da prima della ripetizione del sondaggio, rendeva noto che eliminando quella voce, la Clinton sarebbe stata in vantaggio con il 40% contro il 36%. Poi, la ripetizione ed ecco il risultato:
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Hillary al 40,5% e Trump al 34,6%. Visto, basta un cambio di metodologia e tutto torna come fa comodo all’establishment. In compenso ci sono dati che non si possono taroccare o modificare a proprio comodo e sono questi:
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ovvero, il contributo degli hedge funds alle campagne elettorali dei due candidati. Donald Trump ha ottenuto solo 19mila dollari, mentre Hillary Clinton quasi 48,5 milioni! Un risultato che ci riporta alle parole pronunciate nel corso delle primarie da Bernie Sanders: “Si può davvero riformare Wall Street, quando i suoi componenti stanno spendendo milioni e milioni di dollari in contributi alla campagna e quando ti pagano gettoni di presenza per i tuoi discorsi?”. Bei tempi, ora il buon senatore del Vermont ha garantito l’endorsement a Hillary e, di fatto, agli interessi di Wall Street.
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Ma c’è dell’altro. Hillary Clinton ha infatti accusato direttamente Mosca per il furto delle e-mail e dei dati all’interno dei server del Democratic National Commitee, il comitato che guida il partito democratico Usa: “Sappiamo che sono stati i servizi segreti russi e sappiamo che hanno organizzato anche la diffusione di quelle mail”. Oggetto del furto sono 19.250 email con ottomila allegati del Comitato – successivamente pubblicate da WikiLeaks – che hanno causato le dimissioni della direttrice del comitato. Insomma, una spy story a sfondo geopolitico.
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Gli hacker hanno usato complesse tecniche di attacco, la cui analisi ha rivelato l’uso di malware e pattern di comportamento riconducibili ad altre operazioni associate allo spionaggio russo, condotte in giorni compatibili con gli orari lavorativi di personale governativo russo. Elementi che convergono tutti verso uno stesso movente, almeno in casa democratica: l’interesse strategico per la Russia di conoscere programmi e constituency elettorale della candidata democratica Hillary Clinton e di favorire quella del suo rivale, Donald Trump, per cui Vladimir Putin non nasconde ammirazione.
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E infatti la Clinton, nell’accusare Mosca, ha anche attaccato il suo sfidante, accusandolo di dare supporto al presidente Vladimir Putin. Nei giorni scorsi, Trump aveva pubblicamente chiesto l’aiuto degli hacker russi per trovare le mail scomparse della Clinton, in quel caso riferendosi però al cosiddetto scandalo Mailgate, ovvero i messaggi che la Clinton avrebbe inviato quando era Segretario di Stato attraverso un server privato.

C’è però un problema: ovvero, il fatto che, facendo leva su questa accusa, gli Usa stanno già oggi spiando e hackerando target russi. Lo hanno confermato fonti ufficiali di intelligence alla ABC, confermando che pirati informatici della National Security Agency hanno preso di mira gli hacking teams legati al governo russo “per vedere una volta e per tutte se sono loro i responsabili delle infiltrazioni informatiche occorse al Democratic National Committee”.
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Di più, la ABC fa notare che “lo stesso capo della NSA ha confermato che questo tipo di lavoro è già stato compiuto altre volte in passato”.Robert Joyce, capo delle Tailored Access Operations della NSA, si è rifiutato di commentare il caso specifico dell’hackeraggio al DNC ma, in generale, ha confermato che la sua agenzia ha la capacità tecnologica e le autorità legali per operare il cosiddetto “hack back” verso gruppi di hacker sospettati di attività illegali, infiltrando i loro sistemi per ottenere informazioni di intelligence su operazioni precedenti a un attacco. Ecco le sue parole alla ABC: “In termini di missione di intelligence stranieri, una delle cose che dobbiamo fare è provare a capire chi ha compiuto la violazione. A tal fine, useremo le autorità della NSA per ricercare le intelligence straniere e capire chi ha fatto cosa e attribuirne la paternità”.
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Insomma, siamo alla cyberwar dichiarata tra Usa e Russia? Per Rajesh De, ex generale e consigliere della NSA, se l’agenzia sta operando in tal senso, lo sta facendo sotto le normali autorità di intelligence straniera, dato che “il governo russo è chiaramente un bersaglio di intelligence valido”. Altrimenti, l’altra strada è quella che vede lo special team della NSA fornire supporto tecnico all’FBI, la quale ieri ha dichiarato di aver aperto un’inchiesta sulle violazioni al Comitato democratico. Comunque sia, c’è aria di Guerra Fredda 2.0.
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E a confermarlo ulteriormente c’è anche un report della divisione studi e ricerche del Pentagono, Defense Technical Information Center (DTIC), dal titolo “The Joint Force in a Contested and Disordered World” pubblicato nel fine settimana e nel quale è contenuta la seguente previsione: “Entro i prossimi 20 anno, gli Usa e i loro alleati vivranno in un mondo dove mantenere un ordine globale come quello avuto fino alla fine della Guerra Fredda potrebbe essere sempre maggiormente difficile, se non impossibile.. L’ordine mondiale futuro vedrà un numero di Stati con volontà politica, capacità economica e militare tali da imporre cambiamenti alle spese degli altri. Potenze emergenti come Cina, Russia, India, Iran o Brasile hanno espresso in maniera sempre crescente la propria insoddisfazione per il loro ruolo, l’accesso e l’autorità di cui godono nell’attuale sistema internazionale”.
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E ancora: “La Russia modernizzerà le sue forze nucleari intercontinentali sia di terra che di aria che di mare e farà uso di operazioni di deterrenza come esercitazioni nucleari lampo, attività di cacciabombardieri e ricognizione strategica sul territorio statunitense… Russia, Cina e altri Paesi revisionisti potrebbero promuovere alleanze internazionali alternative, mentre le risorse in diminuzione dell’Occidente avranno un impatto ulteriore sul dominio di Washington sul globo”.
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Per finire: “Ad oggi non sono ancora emersi poteri o coalizioni di poteri che si oppongano apertamente all’influenza Usa nel mondo ma gli Stati Uniti opereranno in un mondo nel quale il potere economico e militare, sia Usa che dei suoi alleati, potrebbero non crescere rapidamente come quello dei potenziali competitori… La superiorità tecnologica degli Usa dovrà affrontare risposte asimmetriche, non convenzionali e ibride da parte degli avversari in un mondo di disordine persistente”. Qualcuno si prepara alla guerra? O una generazione di neo-con 2.0 vuole accaparrarsi in anticipo la golden share militare di una possibile amministrazione Clinton?
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Nel settembre 2000, il Project for the New American Century (PNAC), il centro studi di Washington che diede vita ai neo-con, pubblicò infatti un rapporto di 90 pagine intitolato Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze, e risorse per un nuovo secolo, e proseguendo “nella convinzione che l’America dovrebbe cercare di preservare ed estendere la sua posizione di leadership globale mantenendo la superiorità delle forze armate USA”. Il rapporto è stato argomento di molte discussioni e analisi: il gruppo era dell’idea che quando la diplomazia o le sanzioni falliscono, gli Stati Uniti dovrebbero essere preparati a intraprendere azioni militari.
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Il PNAC dibatteva sul fatto che lo spiegamento di forze da Guerra Fredda fosse obsoleto e che tale spiegamento doveva riflettere i compiti post-Guerra Fredda che le forze USA sono state chiamate a portare avanti. Compiti di polizia come il mantenimento della pace nei Balcani e l’imposizione di zone interdette al volo in Iraq hanno logorato e ridotto la prontezza delle forze USA. Il PNAC raccomanda l’invio di un nuovo dispiegamento di forze USA presso nuove e permanenti basi militari strategicamente collocate. Basi permanenti semplificano gli sforzi delle forze armate, consentendo di mantenersi pronti e di ridurre il movimento delle flotte. Esattamente un anno dopo, l’11 settembre garantiva l’alibi per mettere in pratica quanto “consigliato” dal PNAC. Corsi e ricorsi storici?

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