La regola del sospetto vale per tutti. Ma per la Turchia, di più. Mentre la Francia balla da sola.

Di Mauro Bottarelli , il - 153 commenti

Sospetto
Vi dico solo che Erdogan comincia a starmi simpatico, quindi fate voi in quale immenso casino siamo precipitati. La cronaca vi è nota: il presidente turco ha dichiarato lo stato di emergenza per tre mesi (esattamente come ha fatto Hollande dopo Nizza) ma si è premurato di annunciare che questo non impone la legge marziale e che l’unico scopo è quello di ripulire esercito e società dalle infiltrazioni del movimento di Gulen (così come in Francia non c’è la legge marziale e l’emergenza è imposta dalla guerra al terrorismo). Inoltre, Erdogan ha invitato l’agenzia di rating Standard&Poor’s “a non impicciarsi delle questioni turche”, dopo che quest’ultima aveva operato un downgrade del rating di Ankara a BB. Di fatto, ciò che i tre quarti dei cittadini europei vorrebbero che i loro governanti facessero.
Erdogan
E sempre in ambito economico, il presidente ha negato il rischio di crisi di liquidità sul mercato e qualsiasi ripensamento rispetto alla disciplina fiscale del Paese. Strano che un golpista si preoccupi di rassicurare i mercati, invece che infiammare i cuori. Ma Erdogan ha avuto parole molto dure per la Ue, che da giorni gli ricorda l’incompatibilità tra pena capitale e procedura di adesione: “Per 53 anni abbiamo bussato alla porte dell’Unione europea e ci hanno lasciato fuori, mentre altri entravano. Se il popolo decide per la pena di morte, e il Parlamento la vota, io la approverò. Nessuno può darci lezioni”. E poi l’attacco frontale contro Jean-Marc Ayrault, ministro degli Esteri francese, il quale ha sottolineato come Erdogan non abbia “un assegno in bianco” per fare ciò che vuole dei golpisti: “Pensi agli affari suoi. Come può pensare di avere l’autorità di rilasciare queste dichiarazioni su di me? No, non può. Se vuole una lezione di democrazia, può facilmente riceverla da noi”. Ora, l’ultima affermazione appare decisamente lunare ma lo scontro Turchia-Francia è rivelatore e non va sottovalutato.
François Hollande

Proprio ieri, con tempismo perfetto, l’intelligence militare francese (DRM) ha infatti reso noto che, stando a dati in suo possesso, “ogni settimana circa 100 foreign fighters continuano ad attraversare il confine turco per unirsi all’Isis in Siria e Iraq”. La notizia è stata riportata da Reuters e Le Figaro. Come dire, Erdogan continua a fare il doppiogioco. Timing perfetto, visto che sempre ieri lo stesso Ayrault era a Washington per incontrare il numero uno del Pentagono, Ash Carter e ha detto chiaro e tondo che la coalizione anti-Isis deve chiedere conto ad Ankara per quanto sta accadendo. Solo ora, però, prima del golpe andava benissimo. Come mai la Francia ce l’ha così tanto con Erdogan? Chissà.
Refugees_Aleppo
Una cosa è certa, martedì l’aviazione francese ha dato seguito alla minaccia di Hollande e Valls di colpire più duramente l’Isis nei suoi covi, anche in risposta alla strage di Nizza e il risultato è stato plastico: nel bombardamento sui villaggi siriani di Tokhar e Hoshariyeh hanno perso la vita più di 140 civili. Decine di donne e bambini tra le vittime, si tratta di uno dei più gravi errori della coalizione occidentale in Siria e non è una novità per i Clouseau dell’aria, visto che di recente avevano bombardato una scuola a Ninive, in Iraq, massacrando 36 bambini. E non ci sono discussione da fare, perché sia i media ufficiali che l’Osservatorio siriano per i diritti umani, vicino alle posizioni dei ribelli, hanno confermato la strage e le vittime civili.
Paris_terror
Quindi, delle due l’una: o i francesi sono degli incapaci totali oppure qualcuno sta facendo il doppiogioco, magari sperando di fare il danno in Siria e poi far ricadere la colpa su Assad o sui miliziani dell’Isis che passano dalla Turchia. Come è possibile che l’intelligence francese si faccia bucare in continuazione: prima Charlie Hebdo, poi il Bataclan e lo Stade de France e infine Nizza. Una serie di distrazioni e manchevolezze inaccettabili per i servizi di sicurezza di una Paese evoluto, una catena di falle che comincia a diventare sempre meno giustificabile con l’errore umano e comincia a puzzare di qualcos’altro, a cui per ora non so dare un nome preciso ma che in questo Paese conosciamo bene con l’appellativo di “strategia della tensione”.

Erdogan è un despota sanguinario, fin qui non ci sono dubbi e soltanto la sua repressione dei curdi lo testimonia. Però appare strano come le tesi complottiste, quelle che spesso e volentieri mi si rinfacciano, ora siano state sdoganate e trovino accoglienza su giornali più che autorevoli. Ammetto che di stranezze che ne siano, nel presunto golpe turco. Ad esempio, perché i due F-16 che avevano nel radar l’aereo che stava riportando Erdogan a Istanbul e i due caccia di scorta, non hanno fatto fuoco, se l’idea era quella di ammazzare il tiranno? Se lo è chiesto anche un ex ufficiale dell’esercito interpellato dalla Reuters, agenzia serissima divenuta di colpo complottista.
Erdogan3
Ora, è addirittura il Financial Times a trasformarsi in cacciatore di scie chimiche, visto che ha fatto notare come stando alla narrativa ufficiale del governo turco, sabato mattina un commando di teste di cuoio fosse arrivato in elicottero a Marmaris per arrestare Erdogan nell’albergo in cui risiedeva. Peccato che il presunto blitz sarebbe stato posto in essere un’ora dopo che tutti i canali televisivi del mondo avevano mandato in onda il discorso di Erdogan alla nazione dall’aeroporto di Istanbul, a 750 chilometri di distanza. Per il Financial Times, “questo episodio è solo una delle inconsistenze e della stranezze occorse in questo golpe amatoriale, se non kamikaze, la cui natura era quella di un fallimento preordinato e che ora sta facendo fiorire molte teorie cospirative. E il fatto che la Turchia sia così polarizzata tra chi ama e chi odia Erdogan, non fa che aumentare la confusione”. Ma, in realtà, nessuno ha detto che il blitz fosse stato sabato mattina, bensì venerdì sera. Sabato è stata, casualmente, soltanto la data del ritrovamento del video che lo immortalava e della sua messa in onda. Che razza di complottisti! E questo grafico
Turkey_coup2
ci mostra come il quotidiano della City si sia preso anche il disturbo di commissionare un sondaggio all’agenzia demoscopica londinese Streetbees, la quale ha interpellato 2800 cittadini turchi, due terzi via app del cellulare e un terzo di persona. Bene, come vedete, per un terzo degli interpellati, Erdogan il golpe se lo è fatto da solo. Di più, la sua vita non sarebbe mai stata realmente in pericolo. La maggioranza degli interpellati, però, ritiene che dietro il fallito colpo di Stato ci sia Gulen. Certo, il fatto che sabato Erdogan abbia definito il golpe “un dono di Dio per ripulire del tutto l’esercito” fa propendere per il complottismo e per il coup fai da te, così come l’immediata catena di arresti e rimozioni, quasi le liste di proscrizione fossero già pronte da tempo e necessitassero solo di un alibi per essere usate.
Turkey_coup1

Attenzione, però. Perché a lanciare un messaggio in codice a chi di dovere ci ha pensato il portavoce di Erdogan, Ibrahim Kalin, il quale ha dichiarato quanto segue alla CNN turca: “E’ divertente che la gente parli ancora di questo. Chi accusa la Turchia di teorie cospirative sta presentando cose senza senso, spacciandole per analisi e commenti politici. Se questo non è stato un golpe, cos’è un golpe? Quanto sta accadendo è comparabile con le accuse di chi dice che l’11 settembre sia stato orchestrato dagli Usa stessi”. Boom, colpito e affondato: se dimostrate, con i metodi che preferite, che questo è stato un golpe auto-inflitto, allora preparatevi a dover rendere conto delle Torri.
11_settembre
E con Putin che continua a dire di avere prove schiaccianti su responsabilità interne, la cosa si fa sgradevole. Guarda caso, poche ore prima del golpe in Turchia, gli Usa hanno reso note le 28 pagine del report sull’11 settembre, quelle che svelano la collaborazione saudita con gli attentatori. Washington voleva forse scaricare due alleati scomodi lo stesso giorno? Per Sinan Ulgen, ex diplomatico turco e ora presidente del Centre for Economics and Foreign Policy Studies di Istanbul, “la gente non crede a questo colpo di Stato perché si ricorda di quelli precedenti. Hanno esperienza al riguardo e sanno come si sostanzia un golpe. E questo non gli somiglia”.

Sarà, resta il fatto che nel delirio di dichiarazioni di questi giorni, due attori di prima grandezza geopolitica tacciono: Russia e Israele. Che siano stati loro a far saltare il piano di Gulen e di parte dell’esercito? I quali avrebbero goduto anche della simpatica collaborazione degli Usa nel garantire decollo agli aerei dei golpisti, il che spiegherebbe la chiusura della base di Incirlik e l’arresto del suo comandante. In compenso, l’Europa parla, parla. Ma non agisce. Per due motivi.
Turkey_blackmail
Primo, l’accordo sui profughi che garantisce a Erdogan un’arma di ricatto imbattibile: ovvero, l’apertura delle frontiere con Grecia e Bulgaria e un nuovo collasso dei confini europei, esattamente ciò che la Commissione Ue non può permettersi, visto il montante malcontento e l’aumento dei consensi dei partiti euroscettici e anti-immigrazione. Secondo, l’energia, visto che se dal Bosforo passa giornalmente solo il 3% del petrolio trasportato a livello globale, quella percentuale per l’Europa si tramuta in oltre un quarto del totale di import. Inoltre, ci sono due pipeline e il porto di Ceyham, il più grosso terminal per l’export petrolifero. Tutte ragioni che valgono molto più dei diritti umani e civili con cui i vari Hollande di questo mondo si riempiono la bocca in questi giorni. Sicuri che il problema maggiore sia Erdogan e, invece, non sia già dentro l’Ue?

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