Da Rho a Patrasso, il razzismo al contrario dell’Europa finirà il lavoro cominciato dal Brexit

Di Mauro Bottarelli , il - 180 commenti

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Sarà certamente a causa della strage di Dallas ma, dopo essere stata la notizia del giorno, l’omicidio del cittadino nigeriano a Fermo ha perso di interesse. Più che altro, ha perso la carica di interesse che faceva comodo alla gran parte dei media: i quali, infatti, hanno cominciato a dover ammettere che il nigeriano ha attaccato per primo (a livello di violenza fisica, non verbale) e che brandiva lui il palo divelto dal segnale stradale. Qualcuno, temerario, ha addirittura intervistato l’avvocato del cittadino fermano arrestato. Ora gli inquirenti faranno il loro lavoro e scopriremo davvero come sono andate le cose, quindi è inutile dilungarsi sulla vicenda, ancorché tragica e dolorosa. C’è però un qualcosa che rimane: la percezione mediatica dell’Italia come un Paese razzista e degli italiani come un popolo per la gran parte ontologicamente xenofobo.
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Vero? Falso? Dipende, come sempre accade, dai punti di vista. La prossima settimana nell’ex area Expo di Rho, vicino a Milano, arriveranno su ordine del governo (attraverso il ministero dell’Interno) e con il beneplacito della Prefettura meneghina che ne fa le veci, 150 immigrati, con la prospettiva nel medio termine di arrivare a 500. Sono le cosiddette ricollocazioni, ovvero gente sbarcata magari in Sicilia che viene divisa tra le varie regioni per evitare che Palermo e dintorni esplodano. E cosa troveranno ad attenderli i presunti migranti? Troveranno 576 moduli unici speculari, ovvero 576 monolocali dove prima e dopo Expo alloggiavano i lavoratori e, durante, le forze dell’ordine.
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All’interno di ogni modulo ci sono un letto, una scrivania, un armadio, aria condizionata, bagno con doccia e, cosa più importante, wi-fi ovunque. Nelle vicinanze del complesso che ospita i moduli abitativi, si trova una mensa con un nucleo centrale da 444 posti a sedere e un’altra con altri 144 posti. Accanto, un’area ricreativa con sala televisione e banco bar, oltre a macchinette del caffè e distributori di merendine, snack e gelati. Insomma, una soluzione più che dignitosa su un’area di 31mila metri quadrati. Perfettamente in ordine e per nulla smantellata, nonostante i lavoratori che hanno smontato Expo abbiano finito il loro lavoro da mesi: forse qualcuno già sapeva che sarebbe stata riutilizzata a breve? E chi gestirà quest’area? Al momento non si sa ma a Rho si parla o di una cooperativa o, come accaduto precedentemente quando si sostanziò un’emergenza simile, la Croce Rossa.
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A vostro modo di vedere e al netto che tra i 500 che arriveranno i profughi veri saranno forse una ventina, a Milano e hinterland non ci sono 576 cittadini italiani che dormono in macchina o in situazioni di fortuna che beneficerebbero volentieri di quei moduli abitativi e dell’aiuto delle istituzioni? Milano è la mia città e passo spesso davanti a una mensa della Caritas: credeteci o meno, il numero di italiani che la frequenta è spaventoso. E non sono solo i classici barbun milanesi ma ex ceto medio ridotto letteralmente per strada dalla crisi. Divorziati, disoccupati, gente che fino a 10 anni stava bene, aveva una casa, una macchina: ora, quella macchina è diventata casa. Sono gli italiani razzisti o le istituzioni che trattano come fantasmi cittadini i cui diritti valgono meno di quelli di chi scappa dal Mali o dalla Costa d’Avorio o dal Maghreb, dove di guerre non ce ne sono? Chi è il razzista primario e chi quello che lo diventa – se lo diventa – per reazione a un’ingiustizia palese. O, forse, a un piano predeterminato.
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Guardate questa immagine,
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è l’esito del voto tenutosi mercoledì a Strasburgo nel corso della Plenaria su una risoluzione – non vincolante – in base alla quale occorre “introdurre la possibilità per i rifugiati e i richiedenti asilo di lavorare nei loro Paesi d’accoglienza in modo da aiutarli, non solo a ritrovare una dignità, ma anche a ridurne, trasformandoli in contribuenti, l’onere sui bilanci pubblici”. Come vedete, i sì sono stati 486, i no 189 e le astensioni 28. Un successone, quindi. In base alla risoluzione, bontà loro, le politiche di inclusione dovrebbero comprendere anche l’apprendimento della lingua e attenzione particolare ai tassi di disoccupazione locale, soprattutto tra i giovani, evitando ogni dumping sociale o concorrenza sleale. Certo, come no: tra un migrante, ammesso che abbia voglia di lavorare, che puoi sfruttare a due euro l’ora senza che fiati e un disoccupato italiano che magari minaccia di rivolgersi ai sindacati, a vostro modo di vedere le varie coop chi prenderanno, sbandierando poi il carattere umanitario della loro scelta?
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Il relatore del provvedimento è un italiano, Brando Benifei del PD e così ha difeso la sua risoluzione con l’Ansa: “Integrare i rifugiati nelle nostre società e nel mercato del lavoro è un passo necessario per trasformare l’attuale emergenza in un’opportunità. Oltre a restituire loro dignità e senso di realizzazione personale, ciò permette anche di alleviare le finanze pubbliche, in quanto li renderebbe indipendenti e membri attivi delle nostre società”. Sì, lo so che basta fare un giro nei vari CARA sparsi per l’Italia per capire che se uno parla così, o è in malafede o crede agli unicorni ma sentite il resto: “E’ una sfida che comporta la necessità di investire maggiori risorse pubbliche, sia da parte degli Stati membri che dell’Unione. In particolare, chiediamo alla Commissione che il Fondo sociale europeo venga portato al 25% del bilancio della Politica di coesione. Non dobbiamo, infatti, correre il rischio che le risorse per l’integrazione vengano sottratte ad altre categorie vulnerabili quali giovani disoccupati, disoccupati di lungo periodo, disabili”.
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Malafede, quindi. Perché stai portando avanti un qualcosa che sai che andrà a impattare sui già scarsi servizi che si offrono a quelle categorie di cittadini e lavoratori autoctoni in difficoltà e quindi, in un momento in cui l’Ue sta andando in pezzi, chiedi un aumento del Fondo sociale europeo che sai non verrà autorizzato. O che, se sarà autorizzato, richiederà mesi prima di entrare in funzione per essere erogato, mesi durante i quali i presunti profughi arriveranno in Italia e finiranno nei moduli con aria condizionata di Expo e gli altri cittadini con problemi continueranno ad arrangiarsi o a sperare nella bontà d qualche associazione o privato che li aiuti. Chi è il razzista, io o il buon Benifei?
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E ora, per finire, vi spiego la foto che ho scelto come copertina del post. Scattata a Patrasso, nella Grecia “salvata” dall’Ue, dove una famiglia di 5 persone vive in una scatola di cartone. Ne offre notizia il sito KeepTalkingGreece, l’unico che documenta lo stato in cui Bce, Ue e FMI hanno ridotto la Grecia, salvandola. La famiglia è finita per strada dopo un incidente sul lavoro del padre, non ha reddito e negli ultimi otto mesi, padre, madre e i tre bambini vivono in un rifugio fatto di scatole di cartone che hanno collocato in un angolo di un edificio abbandonato. I genitori hanno bisogno di alimentare due bambini di età compresa tra 1 e 3 anni e un altro di età superiore ma non ricevono pensione di invalidità o altra indennità da parte dello Stato.
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Il padre è disoccupato da 3 anni e mezzo, è in grado di lavorare ma i parenti della famiglia non possono aiutarlo, trovandosi anche loro in una situazione economica disastrosa. Ai pasti provvede una chiesa locale e quello che chiamano “un vicino di casa” offre loro l’opportunità di utilizzare il bagno. Ma le condizioni sanitarie in cui vivono sono inesistenti e il l’odore nauseabondo del luogo dove vivono è indescrivibile. Il padre ha detto di desiderare soltanto un piccolo spazio per mettere su almeno una tenda per la sua famiglia e un paio di galline in modo da avere qualcosa per nutrire i suoi figli. E, magari, un lavoro: “Qualsiasi cosa mi aiuti a tornare in pista”. E qui, veramente, esplodo. Perché nel reportage di KeepTalkingGreece si dice quanto segue: “I genitori dicono ai loro figli che vivere nelle scatole è un gioco”.
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La loro dignità, quella di quell’uomo e quella donna costretti a vivere quasi come topi e mentire ai loro figli, strozzando le lacrime della disperazione in gola per non far spegnere il sorriso dei bambini, vi spazzerà via, cari eurodeputati che votate risoluzioni che trasudano ipocrisia. E spazzerà via anche i vostri partiti o comitati d’affari, come sarebbe meglio chiamarli: il Brexit è solo l’inizio. O cambia il registro o, prima o poi, la pazienza finisce. In Portogallo, in Spagna, in Austria. Magari, guarda un po’, anche qui, nell’Italia che SkyTg24 definisce razzista. E non scomodate concetti novecenteschi in base ai quali le masse popolari devono unirsi contro il nemico comune: chi arriva qui, scappando da nessuna guerra, se ne frega del fronte comune, del proletariato unito e dei diritti per tutti. Vuole il wi-fi e le sigarette per sé, gli esempi che arrivano dai vari centri di accoglienza o strutture alberghiere (che hanno scelto quella destinazione d’uso per fare dei bei soldi), lo confermano. Ogni giorno.
Immigrati
Sono tutti ragazzoni grossi e sani, come quelli che stamattina si sono scontrati con la polizia alle porte di Roma: si lamentano del cibo, del caldo, dell’assenza di Internet. Chi scappa davvero dalla guerra o dalla fame, mangia tutto e dice anche grazie. Come quel padre e quella madre di Patrasso. Vergognatevi. E godetevi gli ultimi rantoli della vostra Europa.

P.S. Un consiglio: magari, mettete la tv anche in tutti i 576 moduli dell’area Expo. Non vorrei che i migranti si lamentassero.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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