Un 18enne solo e depresso ha tenuto in scacco la Germania. Credeteci ma occhio alle conseguenze

Di Mauro Bottarelli , il - 85 commenti

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Dunque, non c’entra l’Isis, non c’entra l’estrema destra e non c’entra il tema dei profughi. A Monaco non ha agito un commando di tre persone ma un 18enne con doppio passaporto, tedesco e iraniano, di nome David Ali Sonboly, affetto da problemi psichici e con l’ossessione delle sparatorie di massa. Ha ucciso 9 persone e ne ha ferite 27, prima di togliersi esso stesso la vita a un chilometro dal centro commerciale in cui aveva seminato il panico. Non era un profugo, la famiglia si è trasferita in Germania da molti anni e il padre fa il taxista: ciò non toglie che, come confermato dal capo della polizia di Monaco, Hubertus Andrae, David avesse con sé una Glock 9 mm semi-automatica e 300 proiettili nel suo zainetto.
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Il tutto, in uno dei Paesi con la legislazione sulle armi più stringenti al mondo. Mercato nero? Certo ma una Glock 9mm e 300 proiettili, un diciottenne che si definiva vittima di bullismo non è che li trovi molto facilmente, non li compra dal droghiere o dal tabaccaio. Soprassediamo. Due delle sue vittime avevano 15 anni, altre tre 14 anni, poi 17, 18, 19, 20 e 45, quest’ultima l’unica donna. Tre vittime erano originarie del Kosovo, altre tre turche e una greca: tutti non tedeschi. La polizia di Monaco ha detto che ci vorrà tempo per capire se quando ha agito era sotto l’effetto di alcool o droga: forse ho visto troppi episodi di “Special Victims Unit” ma un tossicologico sul cadavere dovrebbe dare la risposta in tempi brevi.
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Soprassediamo. Durante la perquisizione notturna, compiuta dalla forze speciale nella casa che il killer divideva con i genitori a Maxyvorstadt, non è stato trovato nulla che lo legasse all’Isis o all’estremismo islamico ma moltissimo materiale dedicato alle stragi di massa, soprattutto quelle nelle scuole Usa e questo libro,
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“Perché i ragazzi uccidono”, nel quale si descrive cosa muove chi perpetra stragi scolastiche. Per il capo delle polizia di Monaco, “i documenti trovati dimostrano come l’assassino abbia compiuto ricerche intensive sull’argomento”. Sempre Hubertus Andrae ha confermato come sia “ovvio” il collegamento tra l’atto di Monaco con la strage compiuta in Norvegia da Anders Behring Brevik, di cui proprio ieri cadeva il quinto anniversario: “ovvio”. E perché mai?

Inoltre, la polizia ha confermato come l’attentatore abbia creato un falso account Facebook a nome di Selina Akim, con cui dava appuntamento al McDonald’s all’ora della strage, promettendo che si sarebbe mangiato gratis: “Posso prendervi qualcosa, se non è troppo costoso”. Per il procuratore generale della Baviera, Thomas Steinkraus-Koch, “il sospettato avrebbe potuto soffrire di un disordine depressivo. Per quanto ne sappiamo, non aveva precedenti penali ma nel 2010 e nel 2012 era stato vittime di aggressioni, una delle quali terminata con un pestaggio ai suoi danni da parte di tre ragazzi”.
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Insomma, da quanto è emerso finora si tratta di un adolescente depresso e vittima di bullismo che avrebbe deciso di vendicarsi. Lo si desume anche dal paradossale dialogo che ha avuto con un condomino del palazzo di fronte al centro commerciale, durante il quale avrebbe nell’ordine insultato gli stranieri, ammesso di essere stato in cura per disturbi psichiatrici, essere tedesco, essere stato vittima di bullismo per anni e ora di essere pronto a vendicarsi, visto che “adesso ho una pistola”. Il punto è uno solo: come se la è procurata? O, meglio, chi gliel’ha procurata? Peccato che, per l’ennesima volta, l’attentatore sia morto. E i morti non parlano. Certo, parlano le autopsie ma non per tutti: se si scoprisse, ad esempio, che non si è suicidato ma qualcuno lo ha suicidato, difficilmente ce lo direbbero.
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Perché ammazzarsi a un chilometro dal luogo della strage, poi? Se stai scappando, cerchi di restare vivo. Se vuoi ammazzarti, lo fai sul posto. E poi, un ragazzo solo, senza precedenti, depresso e instabile, riesce ad ammazzare 9 persone e a ferirne 27, senza aver mai sparato prima e su bersagli in gran parte in movimento? Inoltre, perché spargere la voce che in azione c’era un commando di tre persone, se si sapeva fin da subito che era un “lupo solitario” un po’ schizzato? Nella conferenza stampa di ieri, il ministro dell’Interno tedesco, Thomas De Maiziere, ha risposto che “un tempo la polizia non avrebbe permesso la diffusione di nessuna notizia”. Di fatto, alla polizia serviva che la gente pensasse che si stesse trattando dell’attacco di un commando: perché? C’è poi da chiedersi dell’altro: perché l’apparato di sicurezza di un Paese che non tantissimi anni fa è riuscito a sconfiggere nientemeno che la RAF, è stato tenuto in scacco per oltre 6 ore da un diciottenne che mai aveva sparato un colpo di pistola in vita sua e che non aveva complici o supporto logistico?
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Come mai le squadre speciali sono arrivate con tanto ritardo? Come mai un cecchino non gli ha sparato, magari mentre teneva il suo surreale dialogo con l’inquilino del palazzo di fronte? Poco fa, il governatore della Baviera, Horst Seehofer, ha rilasciato una dichiarazione sibillina: “Per la seconda volta in pochi giorni, siamo stati colpiti e scossi da un bagno di sangue incomprensibile. A incertezza e paura non deve essere permesso di prendere il sopravvento”. Come dire, non c’è bisogno di uno stato di emergenza come in Francia.

Già, perché ce lo ricordiamo tutti come è andata in Francia, il 13 novembre del 2015. Uno strano timing. Lo confermò l’alto funzionario del Ministero dell’Interno, Thomas Andrieu, in un’intervista all’agenzia AEF: “E’ stata la legge più veloce della Quinta Repubblica. Sono stato colpito della decisione del presidente di dichiarare lo stato di emergenza alle 22.30 del 13 novembre”. Ovvero, quando Hollande era stato appena evacuato dallo Stade de France e prima ancora che si sapesse della sparatoria al Bataclan e nei café.
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“La nostra prima decisione è stata di redigere i decreti, i quali sono stati adottati dal Consiglio dei ministri a mezzanotte”: il blitz delle teste di cuoio al Bataclan sarebbe terminato venti minuti dopo. E ancora Andrieu: “Fin dai primi minuti degli attentati, l’insieme dei prefetti e delle forze di sicurezza interna sono stati mobilitati. Il ministero degli Interni ha redatto le istruzioni per i prefetti già alle 7 del mattino del 14 novembre, firmate da Bernard Cazeneuve. In 48 ore anche il Parlamento aveva votato e promulgato la legge speciale”. E dopo Nizza, a tempo di record, la pluri-contestata legge sul lavoro è anch’essa passata, con i sindacati che hanno detto che la lotta continuerà. Ma a settembre, senza fretta. Potere dello stato di emergenza. Ma c’è di più.
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Nonostante l’estremismo di destra non c’entri nulla con quanto accaduto a Monaco, i media hanno veicolato per ore questa pista come probabile, instillando nell’opinione pubblica il dubbio: da ieri, la gente sa che in Germania non c’è solo il rischio Isis ma anche quello neonazista. Il quale, finora, si è sostanziato con qualche pestaggio e attacchi ai centri per profughi ma che, grazie alla falsa narrativa spesa dai media, ora è percepito come capace, prima o poi, di fare il salto di qualità.

E questo non lo dico a caso, perché sempre ieri, poco prima che cominciasse la mattanza nel centro commerciale, l’unica notizia giunta dalla Germania era questa: l’emittente pubblica ZDF ha bandito del tutto “L’ispettore Derrick” dalla sua programmazione. Motivo? Horst Tappert, l’attore che impersonava lo sbirro più famoso di Germania, nel 1943, a 19 anni, ha fatto parte delle Waffen SS. Un eccesso di isteria, visto che se c’è una serie dove non compare violenza o sangue è proprio quella, motivo per cui è ancora trasmessa in moltissimi Paesi, Italia compresa? Penso proprio di sì ma attenzione, perché i media sono in grado di anticipare le scelte dei governi.
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E, a volte, pilotarle. Non è un caso che, non più tardi del 23 giugno scorso, il capo dei servizi francesi, Patrick Calvar, abbia definito il suo Paese “sull’orlo della guerra civile”, sottolineando come “l’estremismo è in crescita in tutto il mondo e noi, i servizi interni, stiamo cercando di spostare le risorse per interessarci dell’ultra-destra, in attesa di uno scontro. Con l’aumento del rischio islamista, negli ultimi anni, abbiamo concentrato la nostra attenzione sui jihadisti. Dell’ultra-destra ci siamo interessati di meno”. Il problema è cosa significhi, per il potere chiamato a contrastarla, ultra-destra? Bande di nazi-skin o magari anche Front National, Pegida e, perché no, Alternative fur Deutschland e FPO?
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Attenzione, però, all’effetto collaterale di questa politica, ovvero la risposta dello Stato come si è sostanziata in Francia subito dopo gli attacchi del 13 novembre scorso. Gehrart Baum, ministro dell’Interno tedesco proprio durante gli anni di piombo della RAF ed eminente giurista, disse: “Il successo non è il metro per la fondatezza del diritto.. Colui che cerca sicurezza a scapito della libertà perde la sua sicurezza… solo lo stato di polizia è totalmente efficace”. E ottenerlo sull’ondata emotiva per un 18enne depresso e vittima di bullismo che fa strage di coetanei, sarebbe un vero capolavoro del potere. L’Isis non c’entra nulla. Ma David Ali Sonboly non può avere fatto tutto da solo. E di quel qualcuno nascosto nell’ombra dobbiamo avere paura.

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