Berlino pronta a reintrodurre la leva obbligatoria. Ma Juncker vuole abolire i confini (paga Soros?)

Di Mauro Bottarelli , il - 59 commenti

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O siamo di fronte a una precisa strategia della tensione a uso e consumo interno (a settembre si vota per le amministrative in due Land e l’anno prossimo per le politiche) oppure al governo tedesco sanno qualcosa che noi non sappiamo. Appena spenta l’eco per il nuovo piano di emergenza nazionale che impone scorte di cibo e acqua per dieci giorni, ecco che l’agenzia di stampa DPA rende nota una seconda parte del documento secretato e preparato dall’esecutivo, in base alla quale il governo starebbe considerando “di ripristinare la leva obbligatoria a livello nazionale in caso di crisi o emergenze”, ovvero “nel caso di situazioni che vedano la nazione nella necessità di difendere i confini esterni della Nato”.
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Il documento parla chiaro: “Un attacco sul territorio tedesco che richieda difesa convenzionale è abbastanza improbabile ma misure di difesa civile sono necessarie, perché una minaccia alla sicurezza di grande entità non si può escludere in futuro”. Il governo tedesco ha abolito la leva obbligatoria nel 2011 e la decisione fu presa proprio perché non si rilevavano più necessità geopolitiche ma già da prima si poteva optare, come in Italia, per il servizio civile alternativo. La possibilità di reintroduzione della leva obbligatoria è parte del piano di difesa civile che verrà discusso oggi dal gabinetto ma la cosa strana è che un’ipotesi di questa rilevanza sia sepolta in una sottosezione dal titolo “Supporto civile per le forze armate”.
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Stando a DPA, che ha potuto prendere visione dell’intero documento, la Germania starebbe considerando nuove strategie di sicurezza dopo gli attacchi terroristici e in vista di un peggioramento dei rapporti tra Nato e Russia. Inoltre, nel documento si sottolinea che “la consegna rapida e sicura di corrispondenza particolarmente importante per l’esercito (ad esempio, cartoline precetto e notifiche di operatività in caso di reintroduzione della leva) è garantita da una legge a parte, denominata Legislazione sulla sicurezza di poste e telecomunicazioni”.
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Ma non basta, perché all’inizio del mese il ministro della Difesa, Ursula von der Leyen, ha reso noto che l’esercito terrà sessioni di addestramento congiunto con la polizia federale in preparazione al dispiegamento di forze per operazioni interne anti-terrorismo. Stando a Die Zeit, la reintroduzione della leva obbligatoria potrebbe essere una misura facilmente ottenibile in caso di necessità, poiché basterebbe una semplice legge da votare in Parlamento, dove l’esecutivo ha i numeri necessari per blindarla. Insomma, siamo alle soglie dello stato di emergenza come in Francia ma con un livello di militarizzazione della società molto più alto.
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Ma oltre alla leva obbligatoria, il documento del ministero dell’Interno menziona altri obblighi della popolazione e della organizzazioni civili nei confronti dell’esercito, come ad esempio “l’aiuto verso gruppi per il reclutamento e infrastrutture per l’accoglienza”. Inoltre, si fa notare che alcune delle funzioni militari di supporto possono essere appaltate ad aziende civili, “ad esempio come la fornitura di catering per le truppe durante la operazioni”. Insomma, in caso di emergenza ne beneficerebbe anche il Pil. Ma c’è di più, perché il documento non si limita a pianificare moderne tattiche di gestione, bensì cita anche vecchie misure belliche: in tempo di crisi, infatti, è previsto che il governo federale “possa assicurare uno stato di preparazione a emergenze alimentari imponendo tasse su coltivazione, lavorazione, distribuzione e vendita del cibo”, oltre a prevedere la possibilità di razionare alimenti e acqua in caso di crisi.
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Insomma, più passano i giorni ed emergono dettagli, più la Germania pare pronta a un’emergenza ben più grave di un attentato terroristico. Uno scenario inquietante, in cui va a incastrarsi un qualcosa di ancora più inquietante, almeno a mio avviso. Parlando ieri allo European Forum ad Alpbach in Tirolo, il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha infatti offerto al popolo britannico, se ne avesse bisogno, la conferma che aver votato a favore del Brexit sia stata la miglior decisione mai presa. Questo è il video dell’intervento

Jean Claude Juncker Borders are the worst inventions full speech | Alpbach Media Academy

ma la parte interessante comincia al minuto 10.15, quando il nostro alcolizzato preferito spara la sua idiozia: “I confini sono la peggior invezione mai fatta dai politici… occorre offrire solidarietà ai rifugiati e ai loro figli”. Per Juncker, che ha sfidato Francia e Germania rispetto alla loro volontà di bloccare il Trattato di Schenghen, l’Ue “deve bloccare il nazionalismo popolare come risposta al Brexit”, di fatto garantendo uno spot ulteriore alla pagliacciata andata in scena 24 ore prima a Ventotene. Immediata è giunta la risposta del primo ministro britannico, Theresa May: “Il popolo del Regno Unito pensa che i confini siano importanti, che sia importante aver maggiore controllo e questo è un argomento a cui dobbiamo dare risposta”.
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Ancora più dura la replica del portavoce degli anti-europeisti dell’UKIP, Peter Whittle: “Le parole di Juncker sono un’ulteriore ragione per abbandonare l’Ue il più velocemente possibile, altrimenti la nostra sicurezza sarà vittima della politica anti-confini di Juncker. Sono felice di predire come la Gran Bretagna non sarà l’unico Paese a lasciare l’Ue per diventare di nuovo una nazione libera e sovrana. Confini sicuri aiutano a definire e difendere una nazione, basta vedere cosa sta succedendo in Germania per capire cosa accade quando li si rifiuta come baluardo”. E da quanto emerge in questi giorni, forse lo hanno capito anche i politici tedeschi. La questione principale, però, resta: quale sarà il prossimo passo che George Soros chiederà al suo burattino messo a capo della Commissione Ue? Attenzione, perché qualcosa sta muovendosi sottotraccia. E qui siamo totalmente impreparati ad affrontarla. Anzi, siamo pieni di quinte colonne e traditori.

P.S. Il dramma del terremoto che ha devastato in Centro Italia è qualcosa che fa male, vite spezzate e interi paesi distrutti. Non è la prima volta, non sarà l’ultima in un Paese sismico come l’Italia ma ogni volta è uno strazio immane. E visto che nell’articolo si è parlato di Ue e di Nato, sapete quale è stato l’unico Paese ad aver immediatamente offerto non solo solidarietà ma uomini e aiuto concreto all’Italia? La Russia, con due telegrammi. Nella prima comunicazione, Vladimir Putin ha porto le proprie condoglianze al presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi: “La Russia condivide il dolore della popolazione italiana, ed è pronta ad assicurare la necessaria assistenza per affrontare l’emergenza successiva al terremoto”.
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La seconda comunicazione arriva dalla task-force russa leader nelle operazioni in caso di calamità naturale. Il ministro delle Situazioni di Emergenza russo, Vladimir Puchkov, ha inviato un telegramma al capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio, offrendo “assistenza pratica” all’Italia nelle operazioni di rimozione delle macerie e di ricerca dei dispersi. La Federazione Russa sarebbe disposta ad inviare gli uomini dell’unità “Tsentrospas” e il complesso diagnostico mobile “Struna” – dotato di attrezzature all’avanguardia e tecnologia avanzata – per effettuare la stima della profondità dei danni riportati da edifici ed infrastrutture. Ma loro sono i nemici. Gli alleati non si sono proprio fatti vivi. Mi raccomando, rinnoviamogli le sanzioni.

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