Clint Eastwood attacca la “generazione fighetta” ma gli Usa muoiono per altro: l’abuso di welfare

Di Mauro Bottarelli , il - 140 commenti

gran-torino
“In segreto siamo tutti stanchi della correttezza politica. Oggi siamo nel pieno della generazione dei leccaculo, la generazione “pussy”. Le timorose fighette del questo non si può dire, questo non si può fare, tutto è proibito. Altrimenti piovono accuse di razzismo”. Parole e musica di Clint Eastwood in un’intervista che uscirà sul numero di settembre di Esquire. Poi, il botto: “Trump è uno che dice quello che gli passa in testa e spesso non si tratta di concetti così buoni ma almeno dice quello che pensa. Non sono sempre d’accordo con lui ma è uno tosto. La Clinton, invece, ha dichiarato che intende seguire le orme di Obama e ha fatto fatto troppi compromessi per la politica. Io ho rinunciato a farne e sono sicuro che Ronald Reagan non si sarebbe comportato così”.
Donald_Trump1
E se Eastwood mette le mani avanti – “Il mio non è un endorsement, non appoggio nessun candidato, né ho mai parlato con Trump” -, si tratta comunque di un’indicazione di voto forte e chiara. Già immagino certa stampa e certi intellettuali che avevano incensato Million Dollar Baby e Gran Torino, cambiare idea e ricatalogare Eastwood solo come il guerrafondaio Gunny o il fascista Callaghan.
Callaghan

Ma se quello del politically correct è uno dei mali dell’America di oggi, c’è qualcos’altro che l’ha cambiata radicalmente, tramutandola in uno Paese di apatici e non più intraprendenti: l’abuso del welfare. Il quale, come ci mostra il grafico,
US_welfare
negli Usa sta letteralmente andando fuori controllo. E per darvi l’idea della realtà che si vive, vi racconto un paio di fatti recentemente accaduti. Il primo riguardo l’annuncio da parte della autorità federali della possibilità di utilizzare i food stamps per la consegna a domicilio della spesa. Il motivo? Troppa fatica andare al market per uno che vive grazie ai sussidi. Il secondo, invece, di senso opposto, arriva dal Maine, dove il governatore Paul LaPage ha vietato a chi ha diritto ai food stamps di utilizzarli per comprare junk food, come barrette di cioccolata o bevande gassate. Questo perché lo Stato ha un serio problema con l’obesità, “quindi implementerò riforme in tal senso unilateralmente oppure la mia amministrazione abbandonerà del tutto il programma di sussidio alimentare”.
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Ovviamente, l’amministrazione Obama ha protestato contro questa decisone e alcuni gruppi di attivisti hanno definito l’iniziativa una violazione delle libertà civili: la gente deve poter comprare una confezione di gelato con i soldi dei contribuenti, questa è libertà. In alcun circoli conservatori, si comincia a parlare di “welfare state of mind” come male principale dell’America di oggi. Il costo dello stato sociale ha ormai superato il trilione di dollari l’anno e i food stamps sono così diffusi che funzionano come moneta parallela al dollaro in molte grandi città americane. Il problema, fanno notare alcuni, è che stride vedere carrelli con al loro interno aragoste o vino che verranno pagati con sussidi alimentari. D’altronde, è un’eredità che Obama ha soltanto portato al parossismo, visto che alcuni anni fa Nancy Pelosi disse che “l’aumento delle persone che godono di food stamps e di disoccupati che possono contare su un’assicurazione è il modo migliore per stimolare l’economia”. Da manicomio.
Welfare-leeches

Oggi come oggi, l’America è al settimo anno della cosiddetta ripresa post-crisi finanziaria ma ci sono ancora 45 milioni di americani che dipendono dal welfare per mettere qualcosa nel piatto, 5 milioni in più di quando Obama si insediò alla Casa Bianca. Inoltre, stanno esplodendo a oltre 10 milioni le iscrizioni al programma Madicaid e anche le richieste di sussidio di invalidità continuano a crescere.
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Ora, capite che in un contesto simile si spiega il continuo calo della partecipazione alla forza lavoro: se sopravvivo con il welfare senza dover lavorare, chi me lo fa fare? Alla base di tutto, la riforma della legge sul welfare del 1996, la quale cancellò una legislazione che aveva permesso di abbassare i costi e riportare la gente nella forza lavoro e aprì la strada al sussidio di massa e strutturale. Il problema non è tanto il salario basso, quanto il numero sempre minore di poveri che ha un lavoro: se non c’è stipendio, è impossibile uscire dalla trappola della povertà.
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E la questione è davvero seria, perché nel 2012 il Congresso ha dato il via libera a una legge che vieta l’uso di cash benefits per pagare lap dance, alcolici o slot machine, restrizioni che i vari Stati furono chiamati non solo a recepire ma anche a implementare. Un caso eclatante è quello dell’Indiana, il quale nel 2014 ha annunciato di aver tagliato del 50% l’uso illegale di denaro proveniente da sussidi, anche grazie a una legge che impone di bloccare elettronicamente la possibilità di pagamento e prelievo in determinati luoghi a chi risulta percettore di benefits.
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La Indiana Family and Social Services Administration (FSSA) ha speso 45mila dollari per sviluppare una tecnologia che incroci i dati delle transazioni EBT (Electronic Benefits Transfer) con i dati della Alcohol and Tobacco Commission, tracciando gli utilizzatori che hanno già ricevuto una nota di richiamo per uso illegale del denaro pubblico che ricevono. Oggi, la continuazione di quel tipo di monitoraggio degli abusi costa meno di 400 dollari al mese all’amministrazione: chi viene beccato, infatti, riceve una prima lettera di richiamo, se reitera una seconda missiva molto più dura che attiva un’investigazione interna e in caso di terza violazione, il suo caso finisce dritto in tribunale con il fondato rischio di veder ritirato il contributo e di dover scontare fino a 60 giorni di carcere e una multa di 500 dollari.
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Un giro di vite necessario dopo che nel 2012 un team investigativo di WISH-TV a Indianapolis scoprì che i percettori di ETB nell’Indiana avevano ritirato cash per 120mila dollari in negozi di alcolici, strip club, negozi dove si vendono sigarette e sigari, casinò, resort di vacanza, golf club e parchi divertimenti. Di quel controvalore, 68mila dollari erano stati ottenuti attraverso bancomat posti in luoghi vietati per legge. Oggi, stando a dati di National Review Online, ci sono meno di 15 prime violazioni al mese, meno di 5 seconde violazioni e 2 terze violazioni e questo a fronte di 24mila riceventi benefits. Insomma, il sistema punitivo funziona in Indiana ma quello del welfare statunitense, nel suo complesso, no.
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E parliamo di un Paese in queste condizioni,
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ovvero con un debito pubblico e privato passato da 1,6 trilioni di dollari nel 1971 a 64 trilioni di dollari, un bel 40x a fonte invece di una crescita del Pil nominale solo di 16x. Di chi è la colpa? Mi limito a dare un dato: quando Alan Greenspan scoprì il potere della stamperia chiamata Fed, il debito totale era di 11 trilioni di dollari, mentre nel frattempo è salito di qualcosa come 53 trilioni di dollari. Ma debito a parte, è l’economia Usa nella sua interezza a a mandare segnali preoccupanti. Questo grafico
US_factory
ci mostra come su base annua gli ordinativi industriali Usa siano calati del 5,6% a luglio, un dato che estende la stringa temporale di contrazione a 20 mesi consecutivi, qualcosa di mai accaduto al di fuori di una recessione. Mentre questo altro grafico
US_factory2
mette in prospettiva la cosa. E un’altra cosa non era mai accaduta se non in periodo recessivo, ovvero questo:
C&I_loans
l’irrigidimento degli standard da parte delle banche per l’erogazione di prestiti commerciali, sia nella categoria commercial and industrial (C&I) che in quella commercial real estate (CRE).

Eppure questo grafico
Net_worth
sembra dirci che gli americani stanno bene. Peccato che un’esplosione del net worth simile gli Usa l’abbiano già vissuta due volte, sul finire degli anni Novanta e all’Inizio dei 2000, nel primo caso per l’aumento del prezzi dei titoli azionari e nel secondo per quello dei valori immobiliari. In nessuno dei due casi, il ciclo è finito bene e dopo l’esplosione della bolla, è arrivata la recessione. E come nei due casi precedenti, anche oggi l’espansione del benessere è data dal combinato di aumento di prezzo degli assets – sia titoli che immobili – e non dal miglioramento dei fondamentali economici. E parlando di azioni, questo grafico
Fund Flows
ci mostra come la scorsa settimana i clienti di Bank of America-Merrill Lynch abbiano venduto titoli azionari Usa per un controvalore di 1,9 miliardi di dollari, l’outflow maggiore da inizio giugno. Ma come, proprio nella settimana in cui lo Standard&Poor’s 500 ha toccato i nuovi massimi record? E chi ha comprato, allora? Ad esempio la Banca centrale svizzera, come ci mostra questo grafico,
SNB
la quale nel secondo trimestre di quest’anno ha comprato equities statunitensi per 7,3 miliardi di dollari, portando ora il suo portafoglio azionario Usa a un totale di 61,8 miliardi. Nel dicembre 2015, la SNB aveva detenzioni per 41,3 miliardi di dollari, quindi nei primi sei mesi di quest’anno l’aumento è stato del 50%. Quanto questa follia possa andare avanti non si sa ma, presto, anche la Bce potrebbe cominciare a comprare equities, visto che iniziano a scarseggiare i bond eligibili per l’acquisto a causa del crollo in negativo dei rendimenti su tutta la curva. Infine, un ultimo grafico
debt_ebitda
tanto per capire che il problema di Wall Street va oltre la dipendenza dalle Banche centrali: la ratio media di debito/EBITDA per la aziende non finanziarie quotate sull’S&P’s 500 ha raggiunto 2.3x, una misura che non si raggiungeva dal 2000, primo anno in cui si registrò il dato. Quindi, di fatto, siamo ai massimi storici. Da qui in poi si potrà aggiungere altra leva, a vostro avviso? Certo, visto che ieri anche la Bank of England si è unita al treno di chi monetizza debito corporate, dopo Bank of Japan e Bce. L’America sta ignorando qualche segnale di allarme? Temo di sì. E la questione non pare risolvibile da “una generazione di fighette”.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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