La Germania ormai è il burattino degli Usa in Europa. Ma Putin ha scompaginato le carte.

Di Mauro Bottarelli , il - 102 commenti

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C’è poco da fare, la Germania è diventata l’avamposto della destabilizzazione statunitense nel cuore dell’Europa. Fino a prima del tentato golpe in Turchia, ovvero poco più di un mese fa, Berlino ha sempre tenuto aperto le porte nei confronti di Ankara, sia per una questione interna (2,7 milioni di turchi vivono nel Paese), sia per la gestione dei flussi di profughi, tanto che è stata proprio la Merkel ha spingere maggiormente per l’accordo con Erdogan, costato 6 miliardi di euro. Poi, di colpo, Putin ha scompaginato tutti gli equilibri. Ha condannato il golpe in Turchia, ha avuto un ruolo attivo nel suo fallimento e ha di fatto perdonato Erdogan per l’abbattimento del caccia russo in Siria: un nuovo asse geopolitico estremamente destabilizzante, perché vede un membro della Nato fare accordi con il nemico pubblico numero uno dell’Alleanza.
Erdogan
Tanto più che poco fa, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha sganciato una vera e propria bomba in tal senso, attaccando la poca collaborazione degli altri Paesi Nato e aprendo a possibili legami con Mosca in tema di diesa. Ecco le sue parole: “Sembra che i membri della Nato si comportino in maniera evasiva su argomenti come lo scambio di tecnologia e gli investimenti comuni. La Turchia intende sviluppare la propria industria della difesa e rafforzare il sistema. In questo senso, se la Russia mostrerà interesse per questo, siamo pronti a considerare la possibilità di cooperare nel settore”. Boom.
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Ed ecco che, di colpo, salta fuori un documento riservato del ministero dell’Interno tedesco che scopre l’acqua calda: la Turchia ha supportato movimenti terroristici, tra cui anche Hamas. Si tratta di un memo interno di oltre un anno fa che, casualmente, è stato tirato fuori con timing perfetto in risposta a un interrogazione della Linke al Bundestag e ripreso con enfasi dalla tv ARD ieri sera. Insomma, fino al 15 luglio anche i sassi sapevano che Erdogan trafficava il petrolio dell’Isis e che i confini turchi con la Siria erano quantomeno permeabili ai miliziani del Califfato ma andava tutto bene. Adesso, invece, l’abbraccio con Putin richiede indignazione per quelle relazioni pericolose del recente passato.
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Stando al report, “numerose affermazione di solidarietà e supporto per i Fratelli musulmani in Egitto, per Hamas e per l’opposizione islamista armata in Siria da parte del partito AKP del presidente Erdogan mostrano la loro affinità ideologica con i Fratelli musulmani”. Accidenti che scoperta! Serviva proprio mobilitare le migliori menti del ministero dell’Interno tedesco per scoprire queste cose. Di più, stando allo Spiegel, il governo tedesco è certo che quello turco ha recentemente approfondito i contatti con questi gruppi (a mio avviso, a cominciare dal 16 luglio scorso): “Come risultato della islamizzazione passo dopo passo della sua politica estera e interna, la Turchia è diventata un piattaforma centrale per l’azione di gruppi islamisti in Medio Oriente”.
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Ma qualcuno nell’esecutivo tedesco ha fiutato il rischio che sottende una politica di attacco alla Turchia in chiave anti-russa: parlando da Rostock, il ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble poco fa ha infatti dichiarato che “non mi piace affatto quanto sta facendo il signor Erdogan ma sono contrario a porre fine alla politica di collaborazione tra Turchia e Ue sui rifugiati”. Chissà come mai.

E che ci sia qualcosa di scientifico nell’atteggiamento tedesco di applicazione dell’agenda di geopolitica Usa lo conferma il fatto che la scorsa settimana, sempre casualmente, il servizio segreto interno di Berlino ha rivelato nel suo report annuale che il governo iraniano ha perseguito un patto clandestino per ottenere tecnologia militare illecita ed equipaggiamento da aziende tedesche, “il tutto in quantitativi molto elevati, anche per gli standard internazionali”. E chi ha stretto da poco un rapporto di cooperazione militare molto forte con Mosca, tanto che i caccia russi ora partono da una sua base per raggiungere la Siria? L’Iran.
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Il quale, di colpo, viene accusato dai servizi interni tedeschi di violare di fatto i patti sanciti nell’accordo firmato il 14 luglio dell’anno scorso sul suo programma nucleare. Tu guarda, a volte, il tempismo. Il report, inoltre, sottolinea che “è saggio aspettarsi che l’Iran continuerà le sue attività intensive di conseguimento di materiale in Germania, utilizzando metodi clandestini per ottenere i propri obiettivi”. Guarda caso, parlando al Bundestag, la scorsa settimana, Angela Merkel in persona ha criticato l’Iraq e sottolineato l’importanza di quanto reso noto dal report.
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C’è da capirla: l’Occidente che disprezza Putin e demonizza l’Iran è lo stesso che fa affari d’oro, Germania e Regno Unito in testa, con i Paesi del Golfo, soprattutto quell’Arabia Saudita sponsor di ogni terrorismo salafita e che ora si sente in pericolo per l’alleanza a tre fra Mosca, Turchia e Iran sciita. Insomma, Ryad ha paura e allora noi corriamo in soccorso, dopo che la scorsa settimana gli Usa hanno venduto armi per 1,5 miliardi di dollari al regime saudita, il quale le utilizzerà per fare strage di civili in Yemen. Ma questo non importa, mica ci sono aerei russi da incolpare in quella zona.

E’ un momento di enorme cambiamento degli assetti politici e degli equilibri nelle alleanze, il fallito golpe turco è stata la classica pietra miliare. Non è un caso, poi, che il 4 agosto scorso la più alta autorità iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei abbia twittato, in lingua inglese, quanto segue: “L’obiettivo Usa nel formare e supportare Daesh è quello di seminare discordia nella Ummah islamica e promuovere l’islam wahabita, il quale è lontano dal vero islam”. Non parole dette a caso, né con timing a caso.
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E gli Usa? Obama non ha reagito all’attacco di Khamenei e alle notizie che giungevano dai servizi tedeschi? No. Per il semplice fatto che era troppo impegnato a sviare l’attenzione dei media dalla strana storia dei 400 milioni di dollari pagati in contanti proprio all’Iran in coincidenza con la liberazione di prigionieri americani. La Casa Bianca sostiene che si tratta di pura coincidenza, visto che quei soldi erano parte di un contenzioso internazionale vecchio di trentuno anni. Peccato che fossero in contanti, in euro, in casse arrivate su un aereo privato e con i prigionieri tenuti in un hangar ad aspettare la conta del denaro prima di essere consegnati. Accidenti, un’accusa grave quella di pagare per il rilascio di ostaggi, visto che gli Usa bacchettano sempre tutti al riguardo, Italia in testa.
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C’è poi la strana storia, sempre risalente a una settimana fa, dell’impiccagione di uno scienziato iraniano accusato di spionaggio nucleare a favore degli Stati Uniti, il cui nome – stando ai repubblicani – compariva esplicitamente in uno scambio di missive finito nel famoso server privato di Hillary Clinton, quindi a disposizione di chiunque. Circostanza che le autorità iraniane non smentiscono. Situazione pesantuccia, visto che il senatore Tom Cotton dell’Arkansas ha dichiarato chiaro e tondo di averle lette quelle mail: di fatto, se la Clinton avesse conversato disinvoltamente ed esplicitamente con un collaboratore dello scienziato finito sulla forca, con tanto di nome e cognome, sarebbe lei ad averlo fatto impiccare. Dopo Bengasi, un’altra rogna non da poco. E Obama non può permettersi che la Clinton venga screditata ulteriormente, visto che già grava la spada di Damocle di Wikileaks e della nuove mail intercettate.
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Insomma, Vladimir Putin, finora, si è comportato come uno scacchista: una mossa dopo l’altra, ha ribaltato la situazione a suo favore. E chi sperava di ammazzarlo politicamente facendo precipitare la Russia in recessione con il crollo del prezzo del petrolio, ha sbagliato strategia. Stando a un articolo di Bloomberg di tre giorni fa, infatti, quest’anno il rublo ha mostrato un rafforzamento radicale, nonostante il calo dei prezzi del petrolio. Se nel 2015 la moneta russa era il fanalino di coda tra quelle dei BRICS, quest’anno è al terzo posto: nel secondo trimestre, inoltre, l’economia russa si è contratta dello 0,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, mostrando così la minor flessione trimestrale dall’inizio del 2015.
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“La moneta russa rischia di avere un futuro luminoso perché i trader di opzioni sono ottimisti sulle prospettive di lungo termine del rublo a partire dalla metà del 2014”, scrive Bloomberg, non la Pravda. E mentre nei Paesi avanzati, dal Giappone all’Europa, i rendimenti rasentano lo zero, grazie al suo tasso di riferimento del 10,5%, la Russia è diventata una meta popolare per investire il denaro preso in prestito a basso costo altrove: “Il rublo sta diventando una delle migliori monete nei mercati emergenti”, ha dichiarato Saad Siddiqui, analista della JPMorgan Chase & Co. Quest’anno la moneta russa si è rafforzata del 14%, mostrando la migliore tendenza tra i mercati emergenti dopo le valute di Brasile e Sudafrica. Inoltre, se il prezzo del Brent a giugno è diminuito del 7%, il rublo si è invece rafforzato di quasi l’1%. E ricordate quando nel marzo del 2014, l’ex addetto stampa della Casa Bianca, Jay Carney, disse di vendere i titoli azionari russi? Bene, questo grafico
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ci mostra come da allora le equities di quel Paese abbiano guadagnato il 60%, tre volte tanto i guadagni dello Standard&Poor’s 500 (+19%) e il giorno di Ferragosto il MICEX abbia toccato il suo massimo storico. La Russia è il paradiso? Assolutamente no. Ma ci sono inferni peggiori. E governi più infidi.

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