La tirannia dei dottorati in economia


di David Stockman

Triste a dirsi, ma non abbiamo visto ancora niente. Il mondo è alla deriva nell’entropia finanziaria, e andrà sempre peggio. Questo perché l’emergente crollo del mercato azionario non è solo l’ennesima correzione ciclica; è la fase d’apertura della fine dei giochi.

Cioè, la fine della tirannia dei dottorati in economia.

Nel corso degli ultimi due decenni le principali banche centrali del mondo sono state colonizzate da eccentrici keynesiani. Questi scribacchini accademici e burocrati affamati di potere hanno spinto la repressione dei tassi d’interesse, la massiccia monetizzazione (QE) e l’implacabile manipolazione dei mercati finanziari, ai limiti della sanità mentale. Una determinazione dei prezzi onesta guidata dal mercato, è morta stecchita.

Non c’è bisogno di altre prove per dimostrarlo, se non quella raffigurata di seguito. Ciò che dimostra la storia finanziaria, sopra ogni altra cosa, è che non ci si può fidare degli stati affinché onorino i loro debiti.

Infatti lo stato sociale moderno ha un vero e proprio desiderio di suicidarsi fiscalmente.

In quale altro modo si può definire l’annuncio del Giappone di rinviare ancora una volta l’aumento della tassa sui consumi? Il suo debito pubblico è già al 240% del PIL, e la sua popolazione sta rapidamente finendo negli ospizi.

Ad un rapporto debito/PIL del 135%, l’Italia non è da meno. La sua economia è ancora più piccola di quanto non fosse nel 2007, il suo sistema bancario ha più di $200 miliardi di crediti inesigibili, il suo settore pubblico sperpera più del 50% del PIL e il suo governo politico è corrotto e paralizzato.

Eppure questi sono solo i casi più disperati riguardo la condizione fiscale nel mondo. Con $80,000 miliardi di debito pubblico e passività non finanziate legate alle elargizioni sociali, il governo degli Stati Uniti non sta molto meglio rispetto ai casi disperati europei.

Una volta la tendenza dei politici a finire in bancarotta era tenuta in scacco, almeno parzialmente, dalla paura dei bond vigilantes e dalla prospettiva di un’impennata dei costi degli interessi sul debito pubblico. Mi è capitato d’assistere ad uno di questi episodi, quando il decennale statunitense pagava un coupon del 15%.

È stato sufficiente affinché anche i democratici rinunciassero ai deficit!

Almeno fino a quando il GOP non ha spinto per riforme riguardanti previdenza sociale e altre elargizioni sociali. A lungo andare tagli fiscali e una spesa militare esorbitante hanno estirpato la vecchia disciplina fiscale. E poi Greenspan ha finito il lavoro quando nel 1994 ha gettato la spugna nei confronti della disciplina monetaria.

Una volta il tasso d’interesse sul debito rifletteva una compensazione per il rischio di credito e l’inflazione.

Adesso “gli investitori” non sono remunerati per nessuno di questi costi. Invece grazie ai folli uomini presso le nostre banche centrali, sono costretti a pagare gli stati affinché possano accendere prestiti.

Ma questa non è una condizione aberrante nei recessi più remoti del mercato obbligazionario globale. Ora ci sono $10,000 miliardi di titoli di debito sovrano con rendimenti negativi — e questa cifra sta crescendo di settimana in settimana.

Non ci potrebbe essere nulla di più perverso di una banca centrale che distrugge il mercato dei titoli di stato. Ma questo è esattamente ciò che stanno facendo, e la fine dei giochi è ormai un evento di cui si preoccupa anche Bill Gross:

Bill Gross, manager del Janus Global Unconstrained Bond Fund da $1.4 miliardi, ha avvertito che le politiche delle banche centrali, le quali hanno spinto migliaia di miliardi di dollari in obbligazioni a tassi d’interesse negativi, finiranno per ritorcersi contro di loro.

“I rendimenti globali sono tra i più bassi in 500 anni di storia documentata,” ha scritto Gross sull’account Twitter di Janus Capital Group Inc. “$10,000 miliardi di obbligazioni a tasso negativo. Si tratta di una supernova che esploderà da un giorno all’altro.”

A dire il vero, una supernova ha almeno una base in fisica. È una stella in fin di vita che aumenta improvvisamente la sua brillantezza a causa di una catastrofica esplosione che espelle la maggior parte della sua massa.

Non la NIRP. Non c’è nulla di naturale o scientifico in essa. Ed è tutt’altro che brillante.

È un mutante economico partorito dalla mente fantasiosa di economisti keynesiani arroganti. Hanno il coraggio di credere che un piccolo drappello di pianificatori monetari centrali possa avere una capacità migliore di fissare il prezzo di denaro, debito, capitale e rischio, rispetto a milioni di agenti che una volta popolavano i mercati finanziari

Un recente pezzo sul Wall Street Journal ha evidenziato un dibattito all’interno dell’Eccles Building che somiglia molto ad un discorso sulla stregoneria.

I funzionari della FED non sono d’accordo circa il loro punto finale, in parte perché fanno fatica a capire come mai negli ultimi anni sia diminuito un altro tasso d’interesse — il misterioso tasso naturale. E per questo molti si stanno rivolgendo alle riflessioni di Knut Wicksell, un esperto svedese sul tema morto 90 anni fa.

Secondo i libri di testo, questo cosiddetto tasso naturale è il tasso aggiustato all’inflazione coerente con un’economia che opera al suo pieno potenziale, ovvero, espansione senza surriscaldamento. Conosciuto anche come tasso d’equilibrio o tasso neutrale, riequilibra il risparmio e gli investimenti.

Il tasso naturale non può essere osservato direttamente; la FED intuisce che è stato raggiunto solo da come risponde l’economia. “È come scoprire Plutone: è possibile vedere solo l’effetto della forza gravitazionale,” ha affermato Eddy Elfenbein, investitore e blogger presso il sito Crossing Wall Street, confrontandolo con il pianeta nano la cui esistenza è stata desunta dalle orbite di Urano e Nettuno.

Beh no. Non esiste una cosa come un “tasso d’interesse naturale”.

Esistono tassi ancorati confezionati dai banchieri centrali che inondano il mercato con denaro stampato, cosa che destabilizza l’equilibrio domanda/offerta di risparmio e prestiti; e ci sono tassi di mercato scoperti grazie alla continua interazione tra risparmiatori e debitori.

In un mercato libero, i risparmiatori hanno bisogno di un tasso abbastanza alto per indurli a rinunciare al consumo corrente, mentre i mutuatari sono limitati al ripagamento dei debiti in base al reddito corrente e/o al rendimento degli asset finanziati.

Il tasso d’interesse di mercato risultante, riflette un aggiustamento continuo tra domanda e offerta. Il suo livello nel corso del tempo può essere influenzato da una moltitudine di fattori, tra cui la demografia, il cambiamento tecnologico, le dinamiche imprenditoriali, le guerre, la siccità, le inondazioni, le imposte e le intrusioni burocratiche, solo per citarne alcuni.

Una cosa è certa: quando gli spiriti animali diventano troppo turbolenti e la mandria di speculatori fa salire la domanda di credito, le bolle scoppiano. Quando non possono essere tirati fuori più risparmi dal reddito corrente a causa dell’aumento dei tassi d’interesse, il mercato affronta una pulizia; il ciclo economico entra in azione e i mercati si auto-correggono.

Le banche centrali, al contrario, ammutoliscono, travolgono e, infine, annullano tutti i segnali di prezzo per plasmare artificialmente il tasso d’interesse di mercato. I pianificatori monetari centrali tentano di agganciare il tasso basandosi su costrutti puramente teorici — che sono, in ultima analisi, arbitrari e praticamente sbagliati.

In tale contesto, infatti, il “tasso d’interesse naturale” è solo un derivato della nozione fantasiosa secondo cui esiste una cosa come una piena occupazione. Sembra proprio che uno dei membri più confusi del consiglio della FED abbia trascorso la sua vita professionale a studiare esattamente questo:

“Non stiamo vedendo alcuna salita del tasso naturale, sebbene l’economia sia tornata alla sua piena forza” ha detto in una recente intervista al Wall Street Journal, John Williams, presidente della FED di San Francisco.

Proprio così. Secondo John Williams il tasso naturale d’interesse è sceso dal 2-3% nel primo decennio di questo secolo, al livello negativo di oggi. E questo implica, secondo questo dottorato, che i tassi d’interesse nominali devono essere ancorati allo zero, o anche meno, per un periodo di tempo indefinito, perché la vasca da bagno del PIL potenziale non è ancora stata riempita fino all’orlo.

Ma tutti i punti nella zona azzurra del grafico qui sotto, che ora s’è trasformata nella zona arancione, rappresentano l’interazione tra variabili economiche essenzialmente inconoscibili.

Vale a dire, il PIL potenziale, la piena occupazione, la capacità produttiva e il tasso generale d’inflazione, non possono essere misurati con sufficiente accuratezza, o restare fissi così a lungo da convalidare anche lontanamente i calcoli di Williams.

Questo tipo non ha fatto altro che rappresentare graficamente il rumore statistico. Infatti lui e il resto del drappello keynesiano hanno trasformato i mercati finanziari del mondo in casinò incendiari, mentre inseguivano ciò che equivale ad unicorni economici.

Che il grafico qui sora sul tasso d’interesse naturale sia puro burocratese accademico, è evidente da due dei suoi ingredienti fondamentali — il tasso d’inflazione e il livello del PIL potenziale.

Per quanto riguarda quest’ultimo, esso è un derivato del livello della piena occupazione e del suo tasso d’utilizzo. La differenza rappresenta un proxy per il divario del PIL potenziale, ma c’è un problema gigantesco, come illustrato nel grafico qui sotto.

Vale a dire, il tasso d’utilizzo della piena occupazione è un’ipotesi del tutto arbitraria. Potrebbe trovarsi ovunque nella zona gialla del grafico, a seconda di una miriade di fattori diversi come le politiche dello stato sociale e i valori della famiglia. Se non ci fossero i prestiti agli studenti e i sussidi all’invalidità si basassero sugli standard del 1980, per esempio, il numero delle ore degli occupati sarebbe notevolmente superiore rispetto alle 182 miliardi non utilizzate.

Come abbiamo dimostrato di recente, in un mondo in cui il lavoro è stato globalizzato e tagliato a dadini, le metriche del lavoro come il tasso di disoccupazione U-3 e il conteggio dei posti di lavoro mensili, sono obsolete ed essenzialmente prive di significato. Eppure questo è ciò che usano gli sciamani accademici come Williams per stimare il tasso d’interesse naturale.

Al contrario, l’unica cosa che può essere detta a proposito dell’offerta potenziale di manodopera (immaginando che l’età pensionabile inizi a 65 anni) è che supera di gran lunga i livelli d’utilizzo attuali.

Infatti il divario tra le ore di lavoro potenziali ed effettive è dovuto ad innumerevoli fattori mutevoli che sono ben al di là della portata della politica monetaria; e che rispondono debolmente, o per niente, ai tassi d’interesse a zero e sotto zero che sono presumibilmente richiesti dal tasso naturale.

Così, il grafico qui sopra inizia con il parametro massimo. Presuppone che gli adulti sotto i 65 anni possano fornire un anno di lavoro standard a 2000 ore, o circa 413 miliardi d’ore l’anno. Allo stesso tempo, la vasta area gialla ombreggiata nel grafico, che rappresenta le ore potenziali inutilizzate, incarna tutta una serie di fattori politici e valori culturali che contribuiscono a mantenere le ore di lavoro in disparte.

Come abbiamo sottolineato la volta scorsa, ci sono 18 miliardi d’ore non disponibili a causa dei destinatari di benefici sociali per la disabilità; 40 miliardi d’ore sottratte alla produzione a causa degli iscritti all’istruzione post-secondaria; 28 miliardi d’ore non disponibili a causa dei “posti di lavoro” part-time nel settore dei servizi connessi al tempo libero e all’ospitalità; e 25 miliardi d’ore non disponibili poiché le madri con bambini hanno scelto di crescere i figli e fare le casalinghe. Circa 20 anni fa, tutti questi fattori avrebbero generato un effetto sostanzialmente differente nell’offerta.

Inoltre, per tutte queste ragioni e innumerevoli altre, il tasso d’utilizzo di potenziali ore di lavoro degli adulti nell’economia degli Stati Uniti, è diminuito nettamente — da circa il 63% alla fine del secolo scorso a poco meno del 56% di oggi.

La storia è ancora più assurda quando parliamo dell’inflazione. Il fatto che il tasso d’interesse naturale sia scivolato nella zona sotto zero, presuppone che vi sia stato un forte declino secolare del tasso d’inflazione al consumo.

Non c’è stato. In realtà nel corso degli ultimi quattro decenni il BLS e le altre agenzie governative di statistica, hanno continuamente contorto il metodo di misurazione dell’inflazione in nome di teorie puramente accademiche.

Cioè, adeguano al ribasso l’aumento repentino del prezzo al dettaglio delle auto, perché le caratteristiche come 10 airbag e navigatore rappresentano un’utilità più elevata e più auto a prezzi vantaggiosi.

Forse è così, ma il guadagno in utilità è una questione del tutto soggettiva e la sua quantificazione statistica è una pura chimera. Ciò che non è cambiato, invece, è che più di 100 milioni di lavoratori hanno bisogno di vetture molto più costose per andare al lavoro… airbag o no, con o senza navigatore.

Quindi se il tasso secolare dell’inflazione è in calo, è perché altre agenzie dello stato hanno manipolato il metro di misurazione. Non rappresenta affatto la prova che il tasso d’interesse naturale è in calo; e non giustifica affatto le politiche riguardo i tassi d’interesse che hanno schiacciato i risparmiatori e sovvenzionato i mutuatari.

Secondo la maggior parte delle misure, il tasso d’inflazione è ancora al di sopra del 2% su base tendenziale. L’eccezione è il deflatore della PCE meno cibo ed energia.

Lungo un qualsiasi periodo di tempo ragionevole, però, questa particolare misura del tasso d’inflazione generale non combacia affatto con la vita reale.

Ciononostante è stata adottata dai banchieri centrali solo perché era una misura che facecva loro comodo, e quindi garantiva ampio spazio per agganciare i tassi del mercato monetario a livelli artificialmente bassi.



Infatti i nostri ultimi calcoli mostrano che a partire dal 1999, il deflatore core della PCE è aumentato ad appena la metà del tasso che abbiamo definito “Flyover CPI”.

Quest’ultimo, infatti, dà un peso del 65% ai quattro cavalieri dell’apocalisse nel paniere dell’inflazione — cibo, energia, abitazioni e spese mediche — i quali costituiscono la quota schiacciante del costo della vita per il popolo americano. Esso riflette anche le misure di mercato di abitazioni e spese mediche, in sostituzione delle componenti drasticamente sobrie utilizzate nell’IPC standard.

Inutile dire che si può dibattere all’infinito sul fatto che la tendenza dell’inflazione degli Stati Uniti sia stata del 3.1% e dell’1.7% negli ultimi 16 anni. Ma il punto è che non c’è risposta corretta o conoscibile.

Di conseguenza non esiste neanche una base scientifica per il calcolo del tasso d’inflazione naturale, o per sapere se stia andando giù o su.

Ma una cosa è certa: il calcolo ufficiale di Williams, che lo vuole sotto-zero, è del tutto assurdo.

Ed è anche certo che tale linguaggio incomprensibile rappresenta la base della tirannia dei dottorati in economia, i quali hanno distrutto una determinazione onesta dei prezzi nei mercati monetari e dei capitali.

La folle offerta da $26 miliardi di Microsoft per un cartellone pubblicitario online chiamato LinkedIn, che non ha mai generato un flusso di cassa durante tutta la sua storia, ne è il manifesto.

Saluti,

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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