Vendita di armi da record e tensioni sociali alle stelle. Il Deep State vuole gli Usa in emergenza?

Di Mauro Bottarelli , il - 26 commenti

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Acque sempre più agitate e toni sempre più accesi nella campagna elettorale statunitense. A tirare l’ultima bomba ci ha pensato Donald Trump, il quale, accusato di “flirtare” con Putin e di avallare gli attacchi hacker russi contro il Comitato democratico, ha avanzato un’accusa gravissima: “Ho paura che le elezioni saranno truccate”. Finito nel mirino, contemporaneamente, per l’asse con Mosca e per il vivace botta e risposta con i genitori del militare musulmano americano morto in Iraq, Khizr e Ghazala Kahn, il tycoon ha forse voluto sviare le attenzioni, sparandola grossa ma non troppo, visti i metodi interni al Partito democratico svelati da Wikileaks.
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“L’8 novembre dobbiamo stare attenti, perché le elezioni saranno truccate. Spero che i repubblicani vigilino con attenzione o ce le porteranno via. Sempre più ci dicono che il voto potrebbe essere manipolato”. Ma non basta, perché nel corso di un incontro pubblico in una scuola della Pennsylvania, Trump a sopresa ha preso di mira l’ex candidato democratico Bernie Sanders: “Ha fatto un patto con il diavolo. Lei è il diavolo”. Insomma, toni surriscaldati, dopo le accuse della Clinton verso la Russia.
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Una cosa è certa: l’America ha bisogno di tutto, tranne che di ulteriore tensione. O forse no, forse a qualcuno fa molto comodo che il Paese sia spaventato e insicuro. Come ci mostra questo grafico,
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infatti, a luglio i cosiddetti background check dell’FBI, di fatto un proxy della vendita di armi negli Usa, sono arrivati a quota 2.197.169, stando al National Instant Criminal Background Check System. Siamo a un più 37% su base annua, mentre nel luglio 2008, quando mancavano pochi mesi all’elezione di Obama, i controlli furono solo 891.224. Il record assoluto appartiene al dicembre 2015, subito dopo la strage di San Bernardino: quel mese, i backgroung checks furono 3.314.594 ma molti analisti prevedono che dicembre di quest’anno stabilirà un nuovo top. Ma subito dopo che l’FBI ha reso noto il dato lunedì, ecco che il titolo di uno dei principali produttori di armi, Smith&Wesson, toccava un nuovo massimo record, come ci mostra il grafico:
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in chiusura di contrattazioni, il titolo viaggiava a 30,36%, +3% intraday e capace di battere il precedente massimo di 29,37 dollari toccato a marzo. Questo altro grafico,
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invece, ci mostra una storia annotata del prezzo del titolo, su elaborazione del Guardian. Insomma, sparatorie e attentati fanno bene agli affari dell’industria della paura. La quale, quando si parla di armi negli Usa, si sa che fa capo alla potente National Rifle Association, la quale ha garantito il suo endorsement ufficiale a Donald Trump. Questo grafico
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ci mostra il suo potere di interferenza e di lobbying sulla politica. Dunque, per la NRA se Trump cavalca toni che infiammano la gente e rendono la percezione di pericolo sempre maggiore, è una manna. E qui, c’è qualcosa che non torna, quando parliamo di lobby referenti. Se infatti Trump è bersagliato dal Washington Post, forse alla ricerca di un nuovo Watergate (in tal caso, forse, è meglio bussare alla porta dei Democratici), Hillary Clinton da due settimane è finita nel mirino impietoso del Wall Street Journal, prima per le donazioni alla Clinton Foundation e l’altro giorno per il Progetto Skolkovo con la Russia. Ma la Clinton, a detta di tutti, non è proprio la candidata di riferimento della comunità finanziaria? Perché allora il giornale di Wall Street la attacca così duramente, mentre il resto della stampa la coccola?
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Azzardo un’ipotesi: non è che chi davvero tira i fili ha capito che la Clinton è un candidato ormai screditato e, con anticipo, comincia a scaricarla? Certo, obiezione ovvia direbbe che così Wall Street agirebbe come Tafazzi, visto che i Repubblicani hanno messo nel programma la reintroduzione del Glass-Steagall Act per il sistema bancario. Ma, primo, una cosa è dire che si prenderà una decisione e un’altra è prenderla davvero. Secondo, Secondo, violando ogni protocollo istituzionale, ieri Barack Obama è entrato in tackle scivolato nella campagna elettorale Usa mentre si trovava in compagnia ufficiale del premier di Singapore, Le Hsian Loong.
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Con un passo che non ha precedenti, il presidente uscente ha detto che Donald Trump “non è adatto a fare i presidente e il partito repubblicano dovrebbe ritirare il suo supporto”. Inoltre, Trump non solo paga il suo temperamento e le sue gaffe quotidiane ma “manca della conoscenza di base a proposito di argomenti critici e ha recentemente dimostrato di non conoscere la realtà in Europa, in Medio Oriente, in Asia”. Quindi, non solo l’irritualità di rispondere così direttamente e nettamente a una domanda di politica interna nel corso di una ricevimento ufficiale di un capo di governo estero ma, addirittura, arrivare ad appellarsi ai membri del Partito conservatore, affinché scarichino il candidato che hanno appena nominato.
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Obama, infatti, non ha usato la formula diplomatica del “spero che vinca Hillary per una questione di continuità in politica estera”, mostrando almeno un minimo di rispetto per l’ospite ma ha detto chiaro e tondo agli avversari politici di auto-boicottarsi. A casa mia si chiama disperazione, quindi al netto dei sondaggi aggiustati e pilotati, la vittoria della Clinton non è affatto scontata come vogliono farci credere.

Terzo, quale scenario si aprirebbe se, travolta da uno scandalo – Wikileaks ha già detto di aver altre mail sulla Clinton, molto più compromettenti delle precedenti – Hillary fosse costretta a ritirarsi dalla corsa?
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Elezione no-contest con vittoria automatica di Donald Trump? Candidato alternativo scelto in fretta e furia, senza che possa fare campagna elettorale, se non magari per poche settimane? Non so cosa attendermi se mai dovesse accadere qualcosa di simile. Una cosa però è certa: stranamente con l’arrivo dell’estate e la tensione ai massimi, sia in casa che fuori, il Pentagono ha deciso di avviare un’altra guerra, questa volta in Libia e già giudicata illegale dalla Russia, quindi potenziale fonte di ulteriore attrito. Questo grafico
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ci mostra come ogni qual volta gli Usa hanno deciso di esportare democrazia come risposta ad un attentato, abbiano ottenuto soltanto maggiori atti terroristici e maggiori minacce. La questione, però, è un’altra: chi ha tutto da guadagnare da un Paese spaventato che corre a spendere centinaia di milioni di dollari in armi e accetta di buon grado qualsiasi legislazione od operazione militare venga imposta, pur di avere la percezione di essere al sicuro? Il complesso industriale-militare Usa, il quale da sempre ha come referente il Deep State, ovvero la pancia del potere americano: corpi intermedi dei vari Dipartimenti, agenzie federali, servizi di intelligence e parti delle forze armate. Barack Obama, appare chiaro al mondo, è ormai un’anatra zoppa che non decide più nulla: l’America è in pieno vuoto di potere, uno status quo pericolosissimo in tempi simili ma anche l’ideale per chi vuole imporre una propria agenda senza che il popolo lo sappia, se non a cose fatte.
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E attenzione alla direzione da cui potrebbe provenire la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso e spalanca la strada a uno stato di emergenza in stile New Orleans post-Katrina. Lunedì circa 100 appartenenti al movimento Black Lives Matter hanno inscenato una protesta a Lower Manhattan, chiedendo la fine della brutalità poliziesca verso i neri e la testa dela Commissario capo della NYPD, William Bratton. Bene, ieri lo stesso Bratton si è dimesso e il sindaco di New York, Bill De Blasio, l’ha prontamente rimpiazzato con il capo dipartimento, James P. O’Neill.
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Di più, sempre lunedì, “The Movement for Black Lives”, una coalizione che comprende più di 50 organizzazioni e migliaia di cittadini neri in tutto il Paese, ha presentato in rete una lista di 22 richieste alla istituzioni, intitolandola “A Vision for Black Lives: Policy Demands for Black Power, Freedom and Justice”. Ecco alcuni punti: accesso aperto e gratuito a tutte le università pubbliche, moratoria retroattiva su tutti i debiti scolastici, attivazione della Commissione H.R. 40 per studiare un “proposta di riparazione per gli afro-americani”, rimozione della polizia dalle scuole, de-penalizzazione retroattiva e rilascio immediato per chi è detenuto per crimini legati a detenzione di droga e prostituzione, ristrutturazione dei codici di tassazione locali, statali e federali per “giungere a una radicale e sostenibile redistribuzione della ricchezza”.
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Se protestando in cento hanno fatto dimettere il capo della polizia di New York, cosa accadrebbe se qualcuno nel Partito democratico, pur di conquistare voti per novembre, aprisse a qualcuna di queste richieste? Come reagirebbe Donald Trump? E l’America profonda, quella del Sud dal passato segregazionista e con pulsioni razziali ancora diffuse e quantità di armi detenute infinita?
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Senza contare che grazie al Program 1033 di redistribuzione del materiale bellico in eccedenza del Pentagono, oggi come oggi le varie polizie locali d’America sono dotate di armi e veicoli da guerra, quindi in grado di sedare rivolte, anche gravi. A volte, non serve guardare lontano o scomodare l’Isis per creare i presupposti di una strategia della tensione precisa. Si può crearla in casa, sfruttando la miccia già cosparsa al suolo dell’11 settembre in poi.

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