In Yemen, l’Occidente ha le mani sporche di sangue. Ma forse, questa volta, Ryad pagherà

Di Mauro Bottarelli , il - 16 commenti

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Per chi sperava in un aumento sostenibile del prezzo del petrolio, le parole del ministro per l’Energia saudita, Al-Falih, sono suonate come l’ennesimo de profundis: “Ad oggi non ci sono state discussioni sostanziali rispetto ai livelli di produzione dell’Opec. Non credo sia necessario un significativo intervento sul mercato, la domanda sta recuperando molto bene in tutto il mondo”. E’ vero? No. Una prima conferma ci arriva da questo grafico.
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il quale ci mostra come il governo messicano abbia cominciato a comprare in punta di piedi contratti petroliferi per il 2017 al fine di bloccare e fare hedging sulle fluttuazioni dei prezzi futuri ma lo ha fatto a giugno, quando le valutazioni dei futures erano quasi al loro picco. Il Messico è un vero e proprio barometro, perché la sua attività di hedging si è sempre rivelata vincente e, quindi, in grado di segnalare gli andamenti e i trend. Il Paese centramericano solitamente comincia a comprare opzioni put tra fine agosto e fine settembre ma quest’anno ha anticipato, quindi ha segnalato che il picco quest’anno è arrivato prima del previsto: il breakeven fissato dagli acquisti messicani è a 49 dollari al barile, prezzo che ci suggerisce come non ci si attenda che possa salire al di sopra di quel livello. Una seconda conferma arriva poi da questo altro grafico,
Oil_peak
il quale ci mostra come le scorte petrolifere Usa (greggio più prodotti raffinati) siano oggi a 1,4 miliardi di barili, il massimo record e il 40% superiore alla media nomale a 25 anni. Inoltre, questo altro grafico
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ci mostra come dal 2014, quando è iniziata la sell-off, il carico debitorio delle quattro big del petrolio sia raddoppiato, arrivando alla cifra combinata di 184 miliardi di dollari, E con la domanda cinese in rallentamento, non si vedono all’orizzonte possibili driver di rialzi delle quotazioni, fatti salvi i soliti short squeeze fatti partire alla bisogna dalle banche d’affari.

C’è però un problemino, come ci mostra questo grafico:
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in attesa dell’emissione obbligazionaria sovrana di inizio settembre, pare che il mondo intero stia comprando protezione contro un default dell’Arabia Saudita: certo, non siamo alla quadruplicazione del rischio vissuta lo scorso anno ma nelle ultime settimane i cds di Ryad parlano chiaramente di timore. E quest’altro grafico
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evidenzia un’altra dinamica, la quale spiega al meglio come la richiesta di protezione del credito sia un proxy per paura svalutative: insomma, le basse quotazioni del petrolio e la guerra in Yemen stanno fiaccando le casse saudite e non poco. E questi due grafici
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ci mostrano come lo stato di salute della principale banca saudita, un proxy della ricchezza della famiglia reale, non sia affatto dei migliori. Anzi.
Saudi_GDP

E, guarda caso, pochi giorni dopo la dimostrazione muscolare a favore dei ribelli Houthi a Sanaa, con 100mila persone nelle strade, a Ryad è arrivato il segretario di Stato Usa, John Kerry, per discutere proprio del conflitto in Yemen, a poche settimane dal via libera del Congresso all’invio di armi per 1,5 miliardi di dollari proprio da Washington ai macellai del Golfo. Ma a dire che Ryad stavolta rischia grosso è il fondatore della Islamic Human Rights Commission con sede a Londra, Massoud Shadjareh, il quale per prima cosa ha negato un coinvolgimento diretto dell’Iran nel conflitto: “C’è un blocco navale totale e le armi iraniane non possono passare da nessuna parte, così come eventuali miliziani. Inoltre, Teheran non ha forze aeree coinvolte”.
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A detta di Shadjareh, “Ryad vuole solo rafforzare il suo ruolo egemone nella regione, al fine di garantire la continuazione della dittatura della famiglia reale. La guerra e l’invio di truppe servono soltanto a una finalità; piazzare in Yemen un presidente fantoccio che obbedisca a ogni diktat saudita. Siamo di fronte a una delle nazioni più ricche al mondo che sta attaccando una delle più povere, distruggendo infrastrutture e uccidendo bambini, donne e vecchi con armi occidentali, Usa e britanniche”.
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Inoltre, la guerra non solo ha messo in ginocchio il Paese e ucciso più di 9mila persone ma ha anche offerto il cosiddetto “kiss of life” a un fazione di Al Qaeda che ora è operativa. Per Shadjareh, “senza le armi del Regno Unito e degli Usa, Ryad non potrebbe lanciarsi in una campagna militare come quella in atto. I sauditi stanno deliberatamente bombardando ospedali e scuole e questo con il tacito assenso di Stati Uniti e Gran Bretagna, visto che il ministro della Difesa di Ryad a detto chiaro e tondo che i vertici militari di quei due Paesi hanno accesso alla lista degli obiettivi militari in Yemen.
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La realtà è che non solo l’Arabia sta commettendo crimini di guerra ma che l’Occidente lo ha reso e continua a renderlo possibile. In Yemen non ci sono altre ragioni economiche, se non la vendita di armi. Non c’è petrolio e l’interesse geopolitico per Washington o Londra è limitato: siamo alla corruzione di vecchio stampo”. Ma come andrà a finire? “I ribelli Houthi, all’inizio disorganizzati, sono diventati una macchina da guerra, capaci di sopravvivere ai blocchi navali sauditi che non fanno arrivare nemmeno gli aiuti umanitari. La realtà è che i sauditi, forti della loro ricchezza e dell’amicizia occidentale, sono troppo arroganti e non accetteranno mai una sconfitta ma, nei fatti, questa è già avvenuta”.
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Speriamo che il crollo della corrotta e assassina monarchia saudita sia imminente ma la visita di John Kerry e gli interessi bellici di Usa e Gran Bretagna mi fanno temere per un colpo di coda finale che reclamerà ancora vite innocenti. A meno che la Russia, cui i ribelli Houthi hanno recentemente offerto basi aeree e porti, non decida di ingaggiare un’altra guerra proxy nell’area. Comunque sia, in Yemen l’Occidente che esporta democrazia ha le mani sporche di sangue. E per questo, le telecamere sono altrove.

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