Charlotte, ecco lo spoiler della legge marziale pianificata a tavolino. Sono gli Usa il problema?

Di Mauro Bottarelli , il - 59 commenti

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Da giorni i telegiornali mandano in onda servizi relativi ai disordini scoppiati a Charlotte, in Nord Carolina, dopo l’ennesimo caso di un afro-americano ucciso dalla polizia durante un controllo (anche l’agente che ha fatto fuoco è nero). La situazione è grave, visto che è stato imposto il coprifuoco ed è stata schierata per le strade la Guardia Nazionale con mezzi blindati: una sorta di stato d’emergenza che appare prodromico alla legge marziale. C’è però qualcosa che i telegiornali e la stampa autorevole non vi hanno detto ma che ha dichiarato con molta pacatezza il portavoce della polizia di Charlotte, Todd Walther, intervistato da Erin Burnett della CNN: “Quella che vedete nelle strade non è Charlotte. Ci sono entità esterne che sono venute in città con l’intento di creare problemi, questi non sono manifestanti ma criminali… Gli istigatori dei disordini vengono da fuori, arrivano in città con i bus da altri Stati. Basti guardare alle evidenze emerse dagli arresti che abbiamo compiuto l’altra note: posso dire che probabilmente il 70% dei fermati ha documenti non della Nord Carolina. Non è gente di Charlotte”.
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Insomma, non una spontanea esplosione di rabbia ma un caos pianificato dall’esterno e a mente fredda. Non stupisce, basti ricordare cosa avvenne 18 mesi fa in una situazione analoga sviluppatasi a Ferguson, quando si scoprì che dietro i violenti scontri c’erano organizzazioni per la promozione della giustizia sociale cui George Soros donò 3 milioni di dollari poco prima dell’esplosione di violenza. Detto fatto, poi, si scopri che gli account Twitter da cui partivano gli appelli alla rivolta e le indicazioni per i luoghi dei concentramenti erano tutti registrati a nome di utenti residenti fuori dal Missouri.
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A indicare il miliardario come la mente e il finanziatore delle rivolte non fu la Pravda ma il Washington Times, il quale tirò in ballo associazioni come MoveOn.org, la stessa che organizzava le proteste violente ai comizi di Donald Trump e la stessa BlackLivesMatter è finanziata dalla Soros Foundation. Lo dimostrano i documenti hackerati da DCLeaks, dai quali si scopre che la Open Society Foundation aveva finanziato il gruppo suprematista nero con 650mila dollari. Senza dimenticare che George Soros in persona ha donato 7 milioni di dollari alla campagna elettorale di Hillary Clinton.
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Insomma, pare che il grande sobillatore voglia far partire una rivoluzione colorata (in questo caso nera) in casa propria, dopo aver destabilizzato mezzo mondo, dalle primavere arabe al golpe ucraino, passando per i Balcani. C’è da dire una cosa a discolpa di Soros: lui è solo il piromane di un palazzo di legno marcio dentro cui qualcuno, leggi Barack Obama, ha gettato benzina in ogni appartamento. Un dato reso noto poco fa chiarifica quanto ho appena scritto: il New York City Department of Homeless Services ha infatti pubblicato il suo ultimo report, dal quale si evince che nella Grande Mela si è registrato un aumento del 60% del numero di famiglie che vivono di fatto come homeless o in sistemazioni di fortuna negli ultimi cinque anni, come ci mostra il grafico.
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Parliamo di New York, non di Nuova Delhi o Calcutta. Tra il luglio del 2008 e quello del 2011, il numero di famiglie con difficoltà abitative era rimasto più o meno stabile attorno alle 8mila unità ma nei cinque anni successivi, a partire da agosto 2011, siamo passati a 13mila, il 60% in più appunto. Il tutto con i prezzi degli immobili e soprattutto degli affitti in costante aumento, grazie alla bolla resa possibile dalla Fed. Inoltre, questo altro grafico
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ci mostra come, in base alle statistica del Mayor’s Management Report del sindaco Bill De Blasio per l’anno fiscale 2016, a New York si sia registrato un aumento del 42% delle richieste di “Emergency Rent Assistance” da parte di famiglie a rischio di perdere la loro casa. Ecco un esempio della straordinaria ripresa obamiana, impalcatura traballante che il buon Soros sta minando ora dalle fondamenta.
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Ma è l’intero approccio statunitense nato dalla ideologia neo-con e proseguito sotto le insegne democratiche da Obama a essere un problema per il mondo, oltre che per gli Usa. E’ da poco passato il quindicesimo anniversario dell’11 settembre, ovviamente annaffiato di retorica patriottarda e pagliacciate tipo la legge per portare in tribunale l’Arabia Saudita in quanto complice, immediatamente bloccata dal veto della Casa Bianca. Bene, quindici anni di “guerra al terrore” cosa hanno portato in dote? Stando al report appena pubblicato dalla professoressa Neta C. Crawford della Brown University, la spesa dei Dipartimenti della Difesa, dello Stato, della Homeland Security e del Veteran Affairs dal 2001 ad oggi per il contrasto al terrorismo è stata di quasi 5 trilioni di dollari.
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Ora, al di là che viene macro-economicamente da chiedersi come un Paese con 19,3 trilioni di debito possa spendere 5 trilioni per la guerra, almeno questa spesa è servita a qualcosa, a parte a dare ossigeno al Pil moribondo grazie alla moltiplicatore del warfare e a garantire affari d’oro alle corporations del comparto bellico-industriale? Sì, è servita a far aumentare gli atti terroristici del 6500% a partire dal 2002 ad oggi: nel solo 2014, il 74% di tutti gli attentati terroristici al mondo sono accaduti in Iraq, Nigeria, Afghanistan, Pakistan e Siria. Stranamente, di queste nazioni solo la Nigeria non ha subito bombardamenti aerei od occupazioni militare Usa. Perché? Forse perché la Nigeria è il primo produttore di petrolio e la prima economia dell’Africa, motivo per il quale Hillary Clinton, quando era al Dipartimento di Stato, si è sempre rifiutata di inserire Boko Haram nella lista dei gruppi terroristici stranieri. Forse che Boko Haram sia utile per destabilizzare?
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Una cosa è certa, nel 2009 il gruppo estremista era limitato nei numeri e nell’armamento ma dopo l’invasione della Libia e la caduta di Gheddafi, voluta da Usa e Francia, stranamente le armi e i veicoli pesanti sparirono dal Paese e finirono in parte in Siria ai cosiddetti ribelli moderati e in parte in Nigeria, tanto che l’analista Peter Weber scrisse quanto segue su The Week: “L’armamento di Boko Haram è passato dagli AK-47 dei primi giorni del 2009 a una capacità di fuoco enorme, compresi veicoli corazzati e armamenti anti-aerei e anti-tank”. Stando a dati UNICEF, nella Libia “liberata” ci sono oggi oltre 2 milioni di bambini che non vanno a scuola: cosa pensate che faranno, dopo aver tentato ogni tipo di lavoretto ed espediente, se il jihadista di turno li tenterà con i soldi e la promessa delle 72 vergini?
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Lo scorso anno, quattro ex membri dell’aeronautica Usa scrissero a Barack Obama, dicendo che uno dei maggiori incentivi al reclutamento nell’Isis era il programma di controllo con i droni implementato dal Pentagono nel mondo arabo-musulmano, vista la quantità di vittime civili causate. In “Untold History of the United States”, Oliver Stone e Peter Kuznick non hanno dubbi: “Quando gli Usa cominciarono la campagna con i droni in Yemen nel 2009, Al Qaeda nella penisola arabica poteva contare su meno di 300 uomini. A metà del 2012, erano già oltre 1000”. Vale lo stesso per l’Iraq: sapete quanti attentati suicidi si erano registrati nel Paese prima dell’invasione Usa del 2003? Nessuno. Da allora ad oggi, 1892 accertati. Il tutto, senza scordare che prima della guerra, in Iraq risiedevano oltre 1,5 milioni di cristiani senza alcun problema di convivenza. Poco dopo l’inizio del conflitto, oltre 1 milioni di essi è dovuto scappare in Siria dal cattivissimo Assad, il quale però li ha accolti e a nessuno di loro è stato torto un capello perché cristiani. Anzi, potevano pregare nei loro luoghi di culto senza discriminazioni.
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Oggi in Iraq ci sono circa 350mila cristiani, bersagli quotidiani dell’Isis. Non sarà che il modello americano nato dalle ceneri del World Trade Center sia il problema e non la soluzione? Una cosa è certa: non c’è nulla di spontaneo e casuale in quanto sta accadendo in America, c’è una regia. Da qui a novembre probabilmente capiremo meglio la trama. E l’epilogo. Sempre che la proxy war siriana non faccia precipitare la situazione in anticipo.

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