L’ossessione russa degli Usa va al di là di Putin. Serve a preparare il nuovo tonfo. E mistificarlo

Di Mauro Bottarelli , il - 18 commenti

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“Gli Usa non sono mai stati in una situazione in cui un avversario come la Russia sta lavorando così duro per influenzare l’esito delle elezioni a favore di Trump”. Parole di Hillary Clinton l’altra notte nel corso del secondo duello tv con Donald Trump in vista delle presidenziali dell’8 novembre prossimo. Il riferimento è duplice: da un lato, la nemmeno troppo velata accusa rivolta al tycoon di rapporti troppo stretti e oscuri con la Russia, motivo per cui non vorrebbe rendere nota la sua dichiarazione dei redditi. Dall’altro, l’attività di hacker russi nel corso della Convention democratica, un qualcosa di cui anche Obama ha detto di essere certo ma che presenta il solito vizio: non ci sono le prove. Altrimenti, i giornali di mezzo mondo avrebbero dedicato prime pagine per giorni interi allo spionaggio tech del Cremlino.
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Chi invece si è uniformato al pensiero della Clinton in maniera quasi imbarazzante è il prestigioso settimanale Time, la cui casa madre – Time Inc. – è guarda caso uno dei principali finanziatori politici di Hillary Clinton: solo quest’anno si parla di contributi per 150mila dollari alla campagna democratica, mentre una seconda emanazione dell’azienda – Time Warner – da inizio 2016 si è distinta per contributi individuali per 327.308 dollari. Bene, questa è la copertina
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dell’ultimo numero di Time Magazine, con un titolo che al caso lascia poco: “How Russia Wants to Undermine the U.S. Election”. Tra i molti report dedicati al presunto hackeraggio alla Convention democratica, spicca l’accusa in base alla quale “l’amministrazione Obama, l’intelligence e i servizi di sicurezza hanno visto crescere a dismisura le prove di un’attiva influenza russa con un’operazione che ha come bersaglio le elezioni presidenziali 2016”. E le manipolazioni emerse all’interno della stesso Partito democratico? E la strana morte di un assistente della Convention? Nel corposo dossier del Time non vengono nemmeno citati, è colpa di Putin. Punto. Ma perché la NSA non mostra le prove? Silenzio. Ormai è un’ossessione quella di Putin e della Russia. O, forse, una strategia. Perché al di là degli scenari di contrapposizione bellica tra Washington e Mosca – Siria, Iraq, relazioni con la Turchia ma anche attivismo Nato e di Mosca nel Baltico – gli Stati Uniti hanno a che fare con un altro problema: mantenere in piedi il mercato almeno fino all’inizio del prossimo anno, quando Obama lascerà la Casa Bianca (se la lascerà) e si dovrà dar vita a un reset in grande stile.
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Addossare la colpa di tutto alla Russia, addirittura la volontà di minare la credibilità stessa del voto in Usa (per quello basta la Florida di Bush), pare quasi voler creare un mantra da far mandare a memoria ai cittadini, trasformarli in cani di Pavlov che al solo nome di Putin cominciano a salivare. E, magari, ad abbaiare e mostrare i denti. Lo si è capito nel passaggio del dibattito presidenziale in cui Donald Trump ha lasciato intendere che un accordo tra Washington e Mosca sarebbe il modo migliore per sconfiggere l’Isis del tutto e per sempre: ecco a cosa serve la propaganda stile Time, a evitare che la gente cominci a farsi delle domande scomode in maniera troppo frequente.
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Gli americani devono avere paura di Putin? No, a mio avviso dovrebbero avere paura di questo,
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ovvero una dinamica di decoupling tra debito ed EBITDA sullo Standard&Poor’s (finanziari esclusi) che non è mai stata così grande e ampia. Colpa dei russi? Io penso sia colpa della Fed e della sua politica di tassi a zero che sta continuando, visto che le ultime dichiarazioni al riguardo hanno tolto dal tavolo anche l’ipotesi di un aumento a dicembre. E’ il solito giochino di cui vi parliamo da sempre su RC: in un mondo di tassi a zero e quindi di denaro gratis, le aziende emettono debito con il badile per utilizzare il denaro raccolto per finanziarie buybacks azionari, unica fonte di energia del rally in atto e unico modo per mantenere alte le valutazioni dei titoli, abbassare il flottante e garantire dividendi e bonus. Punto, l’economia reale è a zero. Questo altro grafico
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ci mostra dell’altro: ovvero come il grado di leverage medio negli Usa oggi sia ai livelli delle bolle precedenti, 2000 e 2007. E questa dinamica è dovuta a una cosa sola: l’aumento del debito che ha garantito un aumento del valore degli assets è ormai fuori controllo, siamo alla riproposizione della bolla immobiliare 2005-2007. Il problema è che, pompando il valore degli assets ben oltre i loro fondamentali, non si fa altro che creare strutture di debito su valori di assets falsi: una situazione pericolosissima, perché essendo basata sul falso, mostra il suo lato reale solo quando la bolla esplode.
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A quali modelli di VaR (Value-at-risk) sono iscritti a bilancio di aziende e banche quegli assets? Quelli veri o quelli del mercato drogato che tanto non finirà mai, visto che si parla senza più vergogna di helicopter money anche alle riunioni della Fed? C’è da chiederselo, perché nella prossima recessione un forte calo sia dei profitti che del mercato azionario ridaranno vita a quello che i catastrofisti come il sottoscritto definiscono Vortex of Debility: in parole povere, gli spreads corporate statunitensi esploderanno e l’economia reale, ancora oggi debole, dovrà fare i conti con un diluvio di bancarotte e default corporate. A quel punto, i geni del monetarismo cosa faranno?

E attenzione, perché questa dinamica è già in atto oggi con la Fed che funge ancora da back-stop contro ogni tentativo di reale price discovery da parte di quel che resta del mercato reale. Questo grafico
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ci mostra cosa sta accadendo: nei primi sei mesi del 2016, le bancarotte commerciali negli Usa sono salite del 28% su base annua, toccando quota 28.789. La maggior parte di essa non finiscono sui resoconti finanziari di tg e giornali, perché riguardano piccole attività commerciali nascoste dall’ombra del rialzo continuo di Wall Street. Ma solo le bancarotte più dolorose per l’economia reale e per i creditori. Per fare un paragone e capire servono numeri: le bancarotte commerciali sono volate alle stelle durante la crisi finanziaria, toccando il loro picco nel marzo 2010 a quota 9004. Poi, su base annua, sono continuate a calare.
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Nel marzo 2013, il dato comparativo sull’anno scese al minimo di 1577 e si continuò a calare ma ad un ritmo sempre più lento, questo fino al novembre dello scorso anno, quando, per la prima volta dal marzo 2010, le richieste di bancarotta tornarono a salire su base annua. Quello è il turning point perfettamente mostrato dal grafico: a settembre di quest’anno, le bancarotte su base annua sono cresciute del 38%, +855 richieste. Già marzo e maggio avevano mostrato questo trend ma non a livelli simili e questo aumento ci dice solo una cosa: il ciclo del credito è finito. Peccato che la politica della Fed abbia favorito solo Wall Street, mentre la corsa generalizzata all’indebitamento e al mal-investment ora sta mietendo le sue ovvie vittime tra le piccole imprese.
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E a riprova da un lato dell’idiozia delle Banche centrali e, dall’altro, della gravità della situazione, questo grafico
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Occorrerebbe qualcosa di così grave ed eccezionale da far passare in secondo piano tutto, misure emergenziali e clamorosi voltafaccia in primis. Viktor Shvets, global strategist a Macquarie Bank, ha indirettamente dato la risposta, quando intervistato alla CNBC gli è stato chiesto di un possibile ritorno al gold standard come risoluzione finale del disastro in atto: “I gold standards tornano dopo la guerra, non prima della guerra”. Forse occorre accelerare la guerra, allora. E magicamente, la propaganda da Guerra Fredda 2.0 dei media Usa contro la Russia e Putin trova un senso e una collocazione naturale in quella connessione di interessi che è la società oligarchica Usa. Stiamo giocando con il fuoco della guerra in nome della finanza. Peccato che dall’altra parte oggi non ci sia quell’ubriacone di Eltsin.

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