Sui migranti, la sindrome del “borghese piccolo piccolo” dilaga. Chiedetene conto a Frau Merkel

Di Mauro Bottarelli , il - 154 commenti

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La corda si è definitivamente spezzata. E volano gli stracci. Sulla questione immigrazione l’Europa ha tenuto per mesi e mesi un atteggiamento che definire irresponsabile è un eufemismo e ora il frutto della scelta scellerata di aprire le porte a chiunque non sta avvelenando soltanto il dibattito politico ai più alti livelli ma sta erodendo il tessuto e la coesione sociale dei territori, ponendo i cittadini di fronte a due alternative: accettare lo status quo di ormai ospite a casa propria o ribellarsi. E ci sono due modi di operare la seconda opzione: come hanno fatto a Gorino o andandosene dal proprio Paese che tale non si sente più. Ma partiamo dai pezzi da novanta. “La politica interna italiana è un terreno difficile. L’Italia ha difficoltà di bilancio con un deficit che aumenta, mentre stanno arrivando in massa i migranti, con spese ingenti. Renzi ha tutte le ragioni di essere nervoso”, ha dichiarato il premier ungherese, Viktor Orbán, tornando a polemizzare con Roma sul tema migranti.
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“La compassione non cambia il fatto che l’Italia ha il dovere di adempire agli obblighi di Schengen ma non lo fa… E’ anche vero che l’Ue non dà una mano in modo sufficiente all’Italia”, ha detto il premier ungherese, il quale minaccia di citare in giudizio la Commissione europea e di continuare ad opporsi alle quote migranti se Bruxelles non toglie la questione dall’ordine del giorno. E Matteo Renzi come ha reagito: “Evidentemente abbiamo colto nel segno, leggo un elemento di preoccupazione nei nostri amici dell’Est ma deve essere chiaro che l’Italia non è più salvadanaio da cui andare a prendere soldi”. A cosa si riferiva il premier italiano con questa dichiarazione? Alla polemica di giovedì tra il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijartò e il capo della Farnesina, Paolo Gentiloni: il primo aveva accusato l’Italia di non rispettare le regole sui migranti, mentre il secondo ha invitato Budapest a non dare “lezioni a Roma, visto che non ne prendiamo da chi innalza i muri”.
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A innescare il botta e riposta, l’annuncio da parte di Renzi del fatto che l’Italia sia pronta a mettere il veto sul bilancio europeo, se Paesi come l’Ungheria e la Slovacchia non accoglieranno i migranti come previsto dagli accordi Ue. E qui “il bomba” si è dimostrato un altro volta tale, visto che sul bilancio annuale gli Stati membri NON hanno potere di veto. Il Consiglio europeo lo vota infatti a maggioranza e sono sufficienti sedici Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione: un’eventuale minoranza di blocco potrebbe essere costituita da un numero di Stati che rappresenti come minimo il 35% degli europei. Insomma, su questo capitolo l’Italia avrebbe bisogno di alleati se volesse dare battaglia, visto che l’unanimità e il conseguente potere di veto si hanno solo sul bilancio pluriennale e su questa nuova allocazione di capitoli di spesa si parlerà non prima del 2020, quando scadrà la programmazione dei fondi comunitari attualmente in vigore. Povero Renzi, non ne azzecca una nemmeno per sbaglio.
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Ma, come anticipavo, le polemiche politiche rischiano di oscurare il vero dato: in Europa stiamo vivendo una crisi sociale senza precedenti, siamo seduti su una bomba che giorno dopo giorno vede il conto alla rovescia del timer che la innesca accorciare i tempi per una soluzione non traumatica del problema. Poche settimane fa aveva fatto scalpore il report della Fondazione Migrantes dal quale si evinceva come ogni anno crescesse il numero degli italiani che fanno le valigie e si trasferiscono all’estero. Nel 2014 gli espatri sono stati 101.297, con una crescita del 7,6% rispetto al 2013 e ad andarsene sono stati in prevalenza uomini, il 56%, per lo più non sposati, il 59,1%, tra i 18 e i 34 anni, il 35,8%. Sono partiti soprattutto dal Nord Italia, 20mila solo da Veneto e Lombardia e per 14.270 di loro la meta preferita è stata la Germania, seguita dal Regno Unito dove si sono trasferiti in 13.425. Un dato che non stupisce, viste le non opportunità offerte da questo Paese non solo ai giovani ma anche agli over 40 alle prese con un lavoro che non c’è più o una pensione irraggiungibile.
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Bene, ha fatto meno rumore un dato emerso pochi giorni fa in Germania: sempre più tedeschi abbandonano i quartieri in cui hanno sempre vissuto e altri lasciano definitivamente il Paese, poiché l’immigrazione di massa ha reso irriconoscibili parti del Paese. Stando all’istituto statistico Destatis, 138mila tedeschi hanno lasciato la Germania nel 2015 e saranno molti di più nel 2016. In un’inchiesta sulla fuga dei cervelli titolata “I talenti tedeschi lasciano la Germania in massa”, Die Welt affermava che più di un milione e mezzo di tedeschi, molti dei quali con un livello di istruzione elevato, ha lasciato la Germania, nel corso degli ultimi dieci anni. E guardate che siano di fronte a un “caso Gorino” a livello europeo, siamo alle soglie del precipizio. Nell’ottobre 2015, nel pieno della crisi dei migranti, circa 800 abitanti di Lohfelden, nel distretto di Kassel, si sono radunati davanti al municipio della città per protestare contro la decisione unilaterale del governo locale di aprire dei centri di accoglienza per migranti. Walter Lübcke, il presidente del distretto di Kassel, esattamente come ha fatto il prefetto Morcone pochi giorni fa, rispose alle proteste dicendo che chi è contrario alla politica migratoria di Berlino è “libero di andarsene dalla Germania in qualsiasi momento”.
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E, siccome il tempo è galantuomo ma anche impietoso giudice, ecco alcuni estratti dell’articolo apparso all’inizio di questo mese sul quotidiano Der Freitag, a firma di Aras Bacho, un migrante siriano di 18 anni. “Noi rifugiati (…) siamo stufi dei cittadini infuriati. Lanciano insulti e si agitano come pazzi. (…) Questi disoccupati razzisti passano il loro tempo su Internet a controllare se viene pubblicato un articolo sui rifugiati e poi iniziano a scrivere i loro commenti sfacciati… Noi rifugiati (…) non vogliamo vivere insieme a voi nello stesso Paese. Voi potete, e penso che dovreste, lasciare la Germania. E per favore, portatevi dietro la Sassonia e Alternativa per la Germania (AfD)… Se la Germania non vi va bene, perché vivete qui? Perché non ve ne andate in un altro paese? ma se questo è il vostro paese, cari cittadini arrabbiati, comportatevi normalmente. Altrimenti, lasciate la Germania e cercatevi una nuova patria. Andate in America da Donald Trump, vi amerà molto. Siamo stufi di voi!”.
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E tornando un attimo alla polemica Renzi-Orban, volevo darvi un dato, pubblicato lo scorso maggio sulla rivista Focus: sapete dove si stanno trasferendo molti dei tedeschi stanchi di un Paese che non è più il loro? In Ungheria. Un agente immobiliare di una cittadina nei pressi del lago Balaton, rinomata località turistica situata nella parte occidentale dell’Ungheria, ha detto che otto tedeschi su dieci che si trasferiscono lì dalla Germania adducono come motivo di questa scelta la crisi migratoria nel loro Paese.

E a chi ancora rompe le scatole con il caso di Gorino, porto come esempio finale quello di questa donna,
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Sigrid Meierhofer, sindaco di Garmisch-Partenkirchen in Baviera, la quale ha preso carta e penna e ha scritto una lettera aperta al governo regionale – retto dalla CSU, alleati sempre più ricalcitranti della Merkel – pubblicata Murnauer Tagblatt, nella quale diceva chiaro e tondo che “le autorità del Lander devono trovare un rimedio agli enormi problemi creati nelle ultime settimane dal tasso di criminalità tra i rifugiati del centro di identificazione Abrams”. Nel centro oggi sono 250 migranti, 150 dei quali africani per l’80% uomini sotto i 35 anni, mentre fino all’anno scorso la struttura era usata per accogliere i profughi siriani, la maggior parte nuclei familiari. “Sono sempre più preoccupata per l’ordine pubblico e la sicurezza, abbiamo diramato ordini di divieto di ingresso per i rifugiati in posti come le spa e le terme ma i problemi continuano e diventano ogni giorno più grandi. Questa situazione non può più essere tollerata o ignorata”, ha scritto la Meierhofer.
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E sapete cosa ha detto Thomas Holzer, il vice-capo della polizia della stessa città? “I migranti sono ormai quasi in controllo della città, i nostri uomini hanno risposto a più chiamate per incidenti di vario genere nelle ultime 6 settimane attorno al centro Abrams che negli ultimi 12 mesi messi assieme. Ci sono risse, atti di teppismo e danneggiamenti delle proprietà. Sono i migranti neri ha decidere chi può occupare il migliore spot per il Wi-Fi e chi può dormire in una certa camera. La situazione è un problema per noi e ci causa preoccupazione: nel solo mese di settembre, abbiamo registrato un quarto delle operazioni che gestiamo a livello annuale”. Martedì prossimo nella mia città, a cinque fermate di tram da casa mia, arriveranno alla caserma Montello oltre 300 immigrati e ieri sera Lega Nord, Fratelli d’Italia, Casapound e Lealtà-Azione hanno dato vita a un presidio di protesta, dipinto dai vari tg praticamente come un raduno di camicie brune pronte a compiere un putsch (va bene che oggi è l’anniversario della Marcia su Roma ma un residuo di decenza l’informazione cosiddetta autorevole dovrebbe mantenerlo) e a mettere a ferro e fuoco la città.
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Peccato che non abbiano fatto vedere i cittadini residenti che erano in piazza con i movimenti di destra: gente normale, lavoratori, studenti, casalinghe, pensionati. Tutti pericolosi eversori razzisti come i cittadini di Gorino. Aprite gli occhi, governanti e media: la corda si è rotta, avete fatto scendere in piazza chi fino a ieri pensava solo a lavorare e alla propria tranquillità. Avete rotto il giocattolo della pace sociale, ora non potete lamentarvi del fatto che l’esasperazione cerchi visibilità e voce. Il capolavoro cui ha dato vita lo scorso anno Angela Merkel è completato: ora ci sono le conseguenze cui far fronte.

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