Il Deep State sfrutta il vuoto di potere per imporre la sua agenda anti-terrorismo. E attenti alla Siria

Di Mauro Bottarelli , il - 15 commenti

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Come volevasi dimostrare, la “lame duck session”, il periodo tra l’addio di un presidente Usa e l’insediamento del successore, è gravida di avvenimenti sottotraccia, con il Deep State in pieno controllo della situazione: il perfetto ordine per craere disordine. Non è un caso che durante la vacatio che attendeva l’insediamento di Obama al potere, Israele – tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009 – avesse lanciato l’operazione “Piombo fuso” per cercare di annientare del tutto Hamas, ricorrendo anche al fosforo bianco sui civili. E non cito Israele a caso. Primo, Donald Trump ha subito messo in chiaro che la special relationship tra Washington e Tel Aviv sarà ancora più speciale, visto anche il ruolo di primo piano affidato al genero.

Secondo, nella notte jet israeliani hanno colpito depositi di armi e munizionamento del 4 Reggimento dell’esercito siriano ad Al-Saboura, nei dintorni di Damasco. Insomma, Israele è entrata ufficialmente nel conflitto siriano. E lo ha fatto in un momento preciso: dopo la quasi totale liberazione di Aleppo Est e l’annuncio shock di Erdogan, a detta del quale le forze turche sono in Siria per ribaltare il regime di Assad. In attesa della risposta ufficiale del ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, che domani sarà proprio in visita ad Ankara, non stupisce come – dopo giorni di silenzio assoluto – la grancassa mediatica sia tornata a occuparsi del conflitto siriano: occorre silenziare il più possibile la vittoria militare e politica di Assad e Putin ad Aleppo. E per farlo, quale miglior arma della disinformazione?
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Guarda caso, proprio stamattina bombe governative sarebbero tornate a piovere proprio su Aleppo Est, colpendo un capannone e alcune case a Habbet Qubba, dove erano ospitati sfollati di altre zone in fuga dall’offensiva lealista. Insomma, lealisti siriani e russi prima rischiano la ghirba per cacciare i miliziani di Al-Nusra – 600 si sarebbero arresi, ottenendo l’amnistia – e poi come una massa di deficienti bombarderebbero i civili liberati. A riferire la notizia, subito riportata con enfasi da tutti i tg, è stato l’Aleppo Media Center (Amc), piattaforma di reporter della città, che parla di 45 civili morti, mentre in precedenza l’Osservatorio diritti umani aveva riferito di 21 uccisi, tra cui donne e bambini. Si tratta di famiglie che tentavano di spostarsi dalla parte orientale della città verso quella occidentale, sotto il controllo delle forze di Damasco, denunciano i volontari della Syria Civil Defence, i “caschi bianchi”, citati dal sito di notizie vicino all’opposizione siriana, Shaam.
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Il portale attribuisce l’attacco all’artiglieria del regime di Bashar al-Assad. I civili rimasti uccisi, stando a quanto si legge, sono stati colpiti nella zona di Jab al-Quba. I feriti sono decine. In precedenza Ibrahim Abu Laith, del Syria Civil Defence, aveva riferito di almeno 51 persone rimaste uccise ieri da raid aerei (attribuiti al regime e agli alleati russi) che hanno colpito gruppi di persone che cercavano di fuggire dal distretto di al-Myassar verso il quartiere di Bab al-Nayrab nella zona sotto il controllo dei ribelli ad Aleppo. Insomma, avendo capito che con gli ospedali pediatrici avevano un po’ esagerato, ora sono le colonne di profughi in fuga il bersaglio preferito di Assad e Putin. Questi due video

White Helmets' bizarre ‘mannequin challenge’ in Syrian warzone

terrorist fired at the citizens of eastern Aleppo الإرهابيون يطلقون النار على أهالي حلب الشرقية

mettono però in chiaro un paio di cose. Il primo ci mostra la credibilità di cui possono godere i cosiddetti “caschi bianchi”, mentre il secondo dimostra come da due giorni siano i cosiddetti ribelli a sparare sui civili in fuga. Strano, russi e siriani hanno sempre le prove di ciò che dicono, gli altri sparano numeri a cazzo che le Goracci di turno, però, si bevono come acqua. E tanto per capire cosa temo ci attenda da qui a fine gennaio, questo video

BBC News Caught Staging FAKE News Chemical Attack In Syria

ci mostra come la stessa BBC che denuncia l’abuso della post-verità da parte dei russi per riempire il web di propaganda e influenzare la politica occidentale, tra agosto e settembre del 2013 si diede un bel da fare per aiutare l’allora premier, David Cameron, il quale doveva battere la riottosità del Parlamento e dell’opinione pubblica per cominciare a bombardare la Siria insieme agli Usa. E cosa di meglio di un falso attacco con agenti chimici, oltretutto utilizzando lo stesso video del mese prima ma manipolando l’audio?

Ma, come vi dicevo, la “lame duck session” è gravida di avvenimenti che i media sembrano non voler trattare. O, peggio ancora, correlare tra loro. Ricorderete l’attacco al campus dell’università di Columbus, in Ohio, di lunedì scorso, quando un profugo somalo tentò di investire degli studenti con un’automobile, brandendo inoltre un coltello per finire il lavoro: bene, ieri attraverso il solito Site di Rita Katz, l’Isis ha rivendicato l’atto, dichiarando che il 18enne Adul Razak Ali Artan è un loro soldato. Insomma, si tratta di terrorismo jihadista. Prima dell’aggressione, Artan aveva scritto un post di minacce agli Stati Uniti. L’estate scorsa, inoltre, in un’intervista al giornalino universitario, il giovane musulmano aveva detto di avere paura a pregare in pubblico: “Non so mai cosa potrebbe accadere”.
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Non solo, sulla sua pagina Facebook – casualmente già disattivata o oscurata dalle autorità americane- scriveva quanto segue: “Non ce la faccio più. America! Basta di interferire nelle vicende di altri Paesi, soprattutto l’Ummah musulmana. Non siamo deboli, ricordalo. Se vuoi che noi musulmani cessiamo di fare da lupi solitari, allora fai la pace. Non ti lasceremo dormire a meno che non porti la pace ai musulmani”. In attesa di scoprire eventuali tendenze omosessuali o turbe psichiche del soggetto in questione, tanto è morto e i morti hanno il pregio di non poter parlare, tocca constatare come questo atto sia inquadrabile nella categorie della coincidenze fortuite. Già, perché domenica scorsa il New York Times pubblicava un articolo nel quale dimostrava come la vacanza di potere alla Casa Bianca stia spingendo la politica estera Usa fuori controllo e su una china incostituzionale.

E sapete in quale Paese si sta creando, silenziosamente e senza beneplacito del Congresso, una nuova guerra al terrore dal nulla per regalarla come legacy a Donald Trump? La Somalia, tu guarda che culo! Per il quotidiano newyorchese, infatti, l’attivismo militare Usa in Somalia ha spinto l’amministrazione Obama a estendere la finalità legale della lotta ad Al-Qaeda anche al Paese africano, di fatto una mossa che garantirebbe all’amministrazione Trump di combattere migliaia di islamisti nella nazione africana e, forse, nell’intero Corno d’Africa. Si chiedeva il quotidiano: “E’ una mossa per rafforzare l’autorità del presidente eletto Trump nel combattere il terrorismo o solo una scusa per garantire allo stesso la possibilità di ingaggiare una guerra senza fine e incostituzionale al terrore?”.
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Insomma, la lotta contro Shabab rientrerà in pieno nel piano di lotta originale contro Al Qaeda seguito all’11 settembre e garantirà basi legali per intensificare la campagna di attacchi aerei e altre operazioni di anti-terrorismo, portate avanti dagli Usa in supporto dell’Unione Africana e delle forze governative somale. Una piccola forzatura, visto che all’epoca dell’atto che garantisce tutela legale alle operazioni contro Al-Qaeda, Shabab non esistesse nemmeno: nacque infatti come gruppo di insurrezione islamica nel 2007, quando gli Usa aiutarono l’Etiopia a invadere la Somalia per ribaltare un consiglio islamico che da poco aveva preso il controllo della nazione. Non importa, la decisione di ampliare le operazioni in Somalia verrà presa entro il mese di dicembre e sarà resa nota al pubblico con una lettera al Congresso che conterrà una lista dei dispiegamenti Usa a livello globale. Una lettera al Congresso, di fatto la riprova della sospensione dell’attività del ramo legislativo: comanda il Deep State.
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Ma la faccenda non è nuova, visto che già in giugno un’altra forzatura del piano anti-terrorismo originale aveva visto includere tra i bersagli legittimi anche bombardamenti aerei in Afghanistan per “raggiungere sforzi strategici”, quando fino al mese prima gli Usa avevano il permesso di compiere raid aerei solo per autodifesa, per operazioni che avessero come bersaglio Al-Qaeda o Isis o “per prevenire una sconfitta strategica delle forze afghane”. A fine estate, poi, l’amministrazione Obama definì anche Sirte, in Libia, “area di ostilità attive”, dopo che il premier aveva richiesto assistenza per liberare la città dai miliziani dell’Isis. La mossa smentiva le regole d’ingaggio che restringeva il campo dei bombardamenti con droni e delle operazioni anti-terrorismo che lo stesso Obama aveva annunciato in un discorso nel 2013, data che sembrò sancire un cambio di pagine nella lotta contro Al Qaeda. Da agosto alla scorsa settimana, gli Usa hanno condotto 420 raid aerei contro i miliziani a Sirte. Ecco come Lisa Monaco, consigliere speciale di Obama per l’anti-terrorismo, ha definito gli sviluppi: “La minaccia terroristica sta evolvendosi costantemente e richiede risposte adattabili”. Se poi destabilizzi ad arte, il giochino è ancora più semplice.
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E, nonostante le molte speranze che tanti frequentatori di questo blog avevano riposto in Donald Trump e nella sua promessa di minor interventismo in politica estera, è dell’altro giorno la notizia della nomina dell’analista di Fox News, Kathrine McFarland, a consigliere particolare della sicurezza nazionale: di fatto, la numero due del generale Michael Flynn. E chi è questa signora, oltre che analista per la più neo-con delle emittenti tv?
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E’ stata nello staff di Henry Kissinger durante l’amministrazione Nixon e ha lavorato con il segretario alla difesa del governo Reagan, Caspar Weinberger, tra il 1982 e il 1985. Di più, nel 2006 fu sconfitta alle primarie repubblicane per contendere il seggio senatoriale di New York proprio a Hillary Clinton ma è comunque membro del Council on Foreign Relations e siede nel board della James Foundation, un think tank specializzato su Cina, Russia, Eurasia e terrorismo globale. Di fatto, un falco con addentellati in tutte e consorterie neo-con. Mi sbaglierò sicuramente, si rivelerà una colomba, aiuterà la distensione con Mosca, non ingaggerà nuove destabilizzazioni o primavere colorate e riporterà Trump e Flynn su più miti consigli riguardo l’accordo sul nucleare con l’Iran. Nel frattempo, auguroni.

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