A forza di negare l’evidenza, i ghetti compaiono ovunque. E ora la narrativa buonista perde colpi

Di Mauro Bottarelli , il - 41 commenti

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Chi conosce Milano sa che piazzale Loreto è una delle aree nevralgiche della città, lo spartiacque tra il centro storico e la periferia, nel caso in questione viale Padova, l’arteria più multietnica dell’intera metropoli e una delle più problematiche in fatto di criminalità e convivenza tra etnie. Bene, sabato sera alle 19, in quella piazza congestionata di traffico e di cittadini intenti nello shopping in corso Buenos Aires, un cittadino dominicano è stato ucciso per strada con alcune coltellate e due colpi di pistola: era appena uscito dal parrucchiere.
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Gli inquirenti ancora non si sbilanciano ma si teme un regolamento di conti tra bande di latinos, sempre più attive e violente in città o la vendetta per uno sgarro legato al mondo dei trafficanti di droga. Ora, non stiamo parlando di Echo Park o South Central a Los Angeles, parliamo di piazzale Loreto a Milano: se davvero la pista della vendetta tra gang sarà confermata, significa che il senso di potere e impunità che anima i loro appartenenti è talmente alto da fargli commettere un omicidio a sangue freddo, una vera e propria esecuzione, non di notte e in qualche strada nascosta di periferia ma nel pieno del traffico cittadino in un tardo sabato pomeriggio, davanti a decine e decine di testimoni.
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Sempre nella mia città, poi, stamattina si è tenuto il terzo blitz in una settimana nel bosco di Rogoredo, divenuto negli anni uno dei centri di spaccio più attivi e un’area di degrado assoluto, con i residenti esasperati e costretti a non uscire di casa dopo il tramonto per evitare guai. Di fatto, una no-go area. Nemmeno a dirlo, la maggior parte dei frequentatori di quel vero e proprio ghetto è composta da cittadini stranieri, soprattutto maghrebini dediti allo spaccio di eroina, tornata drammaticamente di moda perché più a buon mercato di altre droghe.
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Già sgomberata la prima parte dell’area da arbusti e cespugli durante l’estate, ora si tenta di liberare definitivamente la zona dal resto della bassa vegetazione che consente alle bande di spacciatori di smerciare le dosi a centinaia di clienti che arrivano anche da fuori Milano. “Tutto quello che si sta facendo è deciso durante le riunioni del Comitato per l’ordine e la sicurezza – ha spiegato Carmela Rozza, assessore alla Sicurezza del Comune -. Tutta l’area che si poteva liberare e disboscare in maniera agevole è stata liberata. Bisogna intervenire sulla parte centrale, la parte di bosco adiacente a via Orwell, in direzione del Parco delle rose. Qui lo spaccio continua, e per disboscare bisogna eliminare la presenza degli spacciatori. Continueremo fino a quando sarà necessario. Il bosco esiste da vent’anni, e per vent’anni si è fatto finta di non vedere”.
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Vero. Ma sarà un caso che i blitz siano cominciati dopo che il 4 novembre scorso Lealtà-Azione, associazione di estrema destra molto attiva anche contro la presenza di immigrati alla caserma Montello, era scesa in piazza per denunciare il degrado del quartiere, azione che ha portato poi ha un volantinaggio da parte dei residenti esasperati? Non si è temuto, in periodo pre-referendario, che la destra mettesse il cappello su un tema così sensibili per i cittadini perbene e allora si è fatto in due settimane ciò che non si è colpevolmente fatto per anni? Mi sbaglierò ma il dubbio resta.
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E a confermarlo ci ha pensato sempre oggi il sindaco stesso di Milano, quel Beppe Sala che prima negava problemi con gli stranieri in città, poi cominciava a lamentarsi per la scarsa collaborazione dei comuni dell’hinterland, poi parlava apertamente di sistema dell’accoglienza sull’orlo del collasso e oggi invoca l’esercito per le strade contro l’aumento dei crimini. Il ritorno dei militari era già stato programmato, con date certe e numeri di massima, obiettivi da pattugliare già individuati: un centinaio di soldati reduci dal Giubileo arriveranno a Milano nella settimana successiva alla chiusura della Porta Santa a San Pietro (20 novembre) e saranno di stanza in tempo per il lungo ponte all’inizio del mese prossimo, comprensivo della storica fiera degli Oh bej !Oh bej!, della Prima della Scala e del weekend dell’Immacolata.
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Quello che non era previsto era l’inserimento dell’argomento “pattuglie miste” nell’ordine del giorno del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza di domani mattina in Prefettura. Dove si ragionerà su come e dove – via Padova ma non solo – dispiegare le pattuglie miste, in una mini-riedizione dell’Operazione Strade sicure e della presenza militare sulle strade che, con numeri così consistenti, non si vedeva a Milano dalla fine di Expo 2015. Il problema è che i militari, da soli, non possono fare niente, se non ricorrere alla cosiddetta difesa passiva: non possono operare fermi, identificazioni, arresti. Nulla, se non in presenza di un rappresentante delle forze dell’ordine: polizia, carabinieri o guardia di finanza. Sono, di fatto, dei deterrenti in divisa. Ma anche un simbolo del fallimento della politica dell’immigrazione di questo e dei governi che lo hanno anticipato: si è negata per anni l’esistenza stessa del problema e ora si chiede l’esercito per strada e si fanno i conti con omicidi all’ora dell’aperitivo in pieno centro cittadino.
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E per quanto le cifre snocciolate da Comune e Questura dicano che Milano è una delle metropoli più sicure in assoluto, le mosse che si stanno compiendo in questi giorni – strano timing – ci dicono il contrario. O, quantomeno, che la percezione della gente è diversa. Ovviamente l’attività di spaccio non viene conteggiata finché non incappa nelle maglie della polizia ma chi vive nel quartiere in cui opera la rete di spacciatori ha paura e si sente insicuro ugualmente: questo, forse, le autorità dovrebbero capirlo. Identico discorso per gli immigrati ospitati in strutture pubbliche: magari non fanno nulla ma fossi una ragazza di 20 anni non porterei a spasso il cane la sera in tutta tranquillità, sapendo che ci sono un centinaio di uomini in età da lavoro e provenienti da chissà dove che bighellonano in giro e una sola volante a presidio.
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E a confermare che tutta questa sicurezza non c’è, è il fatto che sempre stamattina è partito – sui 104 treni giornalieri delle tratte Milano-Bergamo via Treviglio e Bergamo-Treviglio – il progetto sperimentale “Tratta sicura”. Ecco le parole dell’assessore regionale alle Infrastrutture e Mobilità, Alessandro Sorte: “Per un mese su queste linee saranno in servizio 20 guardie giurate armate. Saranno impegnate in 9 squadre più una di riserva e riusciranno a coprire il 75% delle corse quotidiane. Allo stesso tempo, saranno potenziate anche le squadre anti evasione che accompagneranno le guardie armate. E non è previsto alcun aumento del biglietto per questo progetto sperimentale”.
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L’iniziativa arriva a pochi giorni dalla presentazione della “carrozza sicura”, dotata di telecamere e bottone sos e posizionata al centro del centro, attivata sulla linea Milano-Como: entro dicembre saranno 30 i convogli dove le carrozze “Safe&Quiet” che verranno inaugurate. Le guardie armate sui treni erano state annunciate lo scorso aprile anche in risposta alla brutale aggressione al capotreno ferito al braccio con un machete da una banda di latinos. Dunque, guardia armate sui treni: in un Paese sicuro non è necessaria una cosa simile, non vi pare? Forse, allora, un problemino con la criminalità, straniera e non, esiste davvero e adesso si cerca di mettere toppe, scomodando l’esercito e le guardie private.
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Il problema c’è e non è interamente ascrivibile all’orbita dell’ordine pubblico, bensì politico. E mediatico. Nel silenzio generale della stampa autorevole, fatta salva qualche rarissima occasione, il 25 ottobre scorso è stato depositato l’esame autoptico sul corpo di Emmanuel Chidi Nnamdi, il nigeriano morto a Fermo il 5 luglio scorso dopo la lite con Amedeo Mancini. Bene, cosa ne è emerso: “Da tali elementi, a riscontro di un apparato dentario indenne da lesione traumatiche, si può dedurre che l’energia del pugno con cui Emmanuel è stato colpito al volto sia stata di grado moderato”. A dirlo è il medico legale della procura di Fermo, Alessia Romanelli, a detta della quale “si ritiene che il capo di Emmanuel sia stato attinto da due colpi: uno compatibile con il pugno e un colpo a livello occipitale che ha a sua volta provocato il trauma cranico che per quanto attiene la produzione, il mezzo può essere identificato in una superficie ampia finemente irregolare”.
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Ovvero, il marciapiede su cui è franato il nigeriano dopo il pugno. Il colpo fatale, insomma, non è stato il pugno di Mancini ma la caduta a terra. Ma non solo. L’esame autoptico smentisce totalmente la versione dei fatti della moglie del deceduto, Chinyery, la quale aveva accusato Mancini di aver ucciso il marito picchiandolo al collo con il paletto della segnaletica stradale: “Che il capo sia stato attinto da un corpo contundente come il segnale stradale appare scarsamente compatibile con la lesività riscontrata a livello encefalico. Questa invece appare suggestiva di un urto del capo in movimento contro un ostacolo fisso”. Se Emmanuel fosse stato colpito da dietro col segnale, “il corpo sarebbe caduto in avanti e l’impatto con il suolo avrebbe provocato” danni a ginocchia, arti superiori e mani. Ma questi erano indenni da tali lesività”. E adesso, come la mettiamo? Mancini è ancora ai domiciliari e si dovrà decidere se l’esame autoptico cambierà la sua posizione, passando a omicidio preterintenzionale o addirittura eccesso di legittima difesa ma resta un fatto: il giorno dopo l’accaduto, il ministro dell’Interno in persona si è recato di gran carriera a Fermo e in una conferenza stampa in Questura aveva annunciato che per il caso sarebbe stata applicata l’aggravante razziale al gesto.
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Il tribunale mediatico del politicamente corretto parlò di pestaggio razzista e fascista, dipinse Mancini con un ultras violento legato all’estrema destra, il funerale di Emmanuel Chidi Nnamdi si tramutò in uno spot per l’immigrazionismo più peloso e in malafede, con mezzo governo in prima fila a bersi bellamente le balle della vedova, cui fu garantita permanenza in Italia e anche la possibilità di studiare. Come mai tutta questa attenzione per una rissa da strada degenerata in omicidio e nessuno che dai banchi di governo e Viminale abbia avuto una parola da dire per un’esecuzione in stile mafioso alle 19 di sera nel centro di Milano? I morti hanno peso differente? E le balle di una vedova mettono al riparo dalla falsa testimonianza solo perché la signora è di colore? Non sarà questo atteggiamento di due pesi e due misure, questo parossismo buonista ad aver portato la gente all’esasperazione? Non sarà che il Brexit e Trump sono figli di questa politica e di questa stampa? Conviene pensarci, perché qui non c’è in ballo solo il referendum del 4 dicembre, c’è in gioco la tenuta sociale di un’intera nazione, o quantomeno delle sue metropoli, le aree più critiche ma anche sensibili.
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Finché verranno dipinti i cittadini di Gorino come pericolosi epigoni ferraresi del Ku Klux Klan non si farà altro che soffiare sul fuoco della tensione e dell’esasperazione. Salvo, poi, ricorrere alle guardie armate su treni, ai militari per strada, ai blitz ad orologeria nei luoghi dello spaccio per evitare che la corda si spezzi del tutto. Drammaticamente a ridosso del voto. Finché chi non canta al ritmo del coro boldriniano del “è nostro dovere accoglierli” sarà criminalizzato ed esposto al pubblico ludibrio, si continuerà a vivere in base a ritmi di emergenzialità, permettendo al crimine di dilagare e attecchire tra un intervento spot e l’altro. Negare la realtà non la fa cambiare con la bacchetta magica. Mai.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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