Francia, lo stato di emergenza porta a schedature di massa. Mentre su Internet avanza la censura

Di Mauro Bottarelli , il - 25 commenti

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L’altro giorno vi davo notizia del fatto che il premier francese, Manuel Valls, abbia già annunciato il prolungamento dello stato di emergenza in Francia fino alle prossime presidenziali, previste tra aprile e inizio maggio. La notizia in sé può anche passare inosservata: dopo il Bataclan e la strage di Nizza non pare peregrino che le forze di sicurezza vogliano sfruttare tutti i poteri loro conferiti da questo status per cercare di stroncare il fenomeno del radicalismo interno e dei foreign fighters. Il problema è che sfruttando l’onda emotiva dell’emergenza, il governo francese ha dato vita a un database illegale denominato “Secure Electronic Titles” (TES), contenente i dati biometrici di tutti i possessori di passaporto o carta d’identità, qualcosa come oltre 60 milioni di persone: virtualmente, tutti i francesi.
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Ora, io capisco che i francesi – nella sfortuna di essere stati bersaglio del terrorismo – abbiano sempre avuto la fortuna di imbattersi in jihadisti con alto senso civico e tutti in possesso di documenti da lasciare in bella mostra dopo l’attacco ma, da che mondo e mondo, un terrorista usa identità e documenti falsi: perché questo screening di massa su tutti i possessori di documenti? Il database è entrato in vigore il 30 ottobre scorso per decreto, quindi facendosi forte dello stato di emergenza e bypassando bellamente il Parlamento: la prima area ad essere stata attenzionata da martedì scorso è quella di Yvelines ma sarà esteso a tutta la Francia dall’inizio del 2017.
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L’idea non è nuova, visto che fu proposta la prima volta nel 2011 all’Assemblea nazionale durante un dibattito sulla sicurezza delle carte d’identità e fu duramente criticata dalla Commissione nazionale per la processione dei dati e le libertà (CNIL): questa, infatti, riconosce la legittimità dell’uso di informazioni biometriche per identificare una persona ma faceva notare che quei dati “devono essere conservati in una sistema di dati individualizzato”. Il nuovo TES rimpiazza e si combina con una versione precedente che conteneva i dati del passaporto e con l’FNG, il database nazionale che contiene le carte d’identità: inoltre, vengono aggiunti dati come una foto digitale del viso, impronte digitali, dati riguardo l’iride e indirizzi, sia elettronici che fisici. I dati verranno conservati per 15 anni se relativi al passaporto e 20 anni se relativi alla carta d’identità. Insomma, tutti schedati e contenti.
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Tanto più che nel 2012, la Corte costituzionale francese aveva invalidato un tentativo di dar vita a un simile database, visto che questo non sarebbe servito solo a autenticare ma anche a identificare. In nome dell’emergenza, tutte i precedenti pronunciamenti sono stati disattesi. Per Guillaume Desgens-Pasanau, magistrato e professore per il CNAM, “una volta che il database con 60 milioni di identità è stato posto in essere, uno può facilmente aggiungere un funzione di ricerca, per esempio. E’ davvero facile ed essendo regolato via decreto, non necessita una nuova legislazione al riguardo”. Parlando alla AFP, il presidente del CNIL, Isabelle Falque-Pierrotin, ha descritto le sue preoccupazioni riguardo al TES: “E’ chiaro a tutti che non abbiamo a che fare con una database il cui legittimo scopo è quello di combattere contro il furto di identità.. Questo meccanismo così su larga scala fa emergere il timore che possa essere usato per altri scopi, magari non oggi ma nel periodo a venire”.
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Quali altri scopi? In un articolo per l’EU Institute for Security Studies, Thomas Ries, numero uno dello Swedish Institute of International Affairs, spiega chiaramente che stiamo assistendo a una crescente rincorsa all’uso di mezzi militari per trattare problemi sociali: “La percentuale di popolazione che è povera e frustrata continuerà a essere molto alta, le tensioni tra questo mondo e il mondo dei ricchi continuerà a crescere con conseguenze ovvie. E visto che difficilmente riusciremo a superare l’origine di questo problema entro il 2020, dobbiamo proteggerci in maniera più drastica”. Ovvero, le tensioni sociali si stroncano con lo stato di polizia, non cercando di porre fine alle disuguaglianze. In parole molto povere, criminalizzazione del dissenso.
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E attenzione a pensare che il Grande Fratello sia ancora lontano. Questa mappa
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ci mostra lo stato di salute della libertà di espressione in Rete, calata per il sesto anno consecutivo e con sempre più governi che hanno messo nel mirino social media e app per le comunicazioni al fine di bloccare il rapido diffondersi di informazioni, soprattutto se legate a proteste anti-governative. Stando all’ultimo report Freedom on the Net, due terzi degli utenti di Internet vivono in Paesi dove la critica al governo, alla casa reale o all’esercito è soggetta a censura. Nel suo report la AFP certifica come sempre più governi al mondo stiano lavorando su sistemi per bloccare o consurare mezzi di comunicazione legati al web: “Social media popolari come Facebook o Twitter sono stati soggetti a crescente censura per parecchi anni ma ora i governi puntano alla censura anche su app di messaggistica come WhatsApp e Telegram”, dichiara Sanja Kelly, direttrice dello studio. Il report sottolinea come 34 nazioni su 65 monitorate abbiano visto deteriorare le condizioni di libero utilizzo del web nel 2015, con i casi peggiori registrati in Uganda, Bangladesh, Cambogia, Ecuador e Libia, mentre i miglioramenti maggiori si sono registrati in Sri Lanka, Zambia e Stati Uniti, questo grazie al passaggio di una legge che limita il controllo e la gestione dei metadata. Per la Freedom House, in 24 nazioni i governi hanno limitato o bloccato l’accesso ai social media e alle comunicazioni nel 2015 rispetto ai 15 dell’anno precedente.
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E gli stessi gestori dei social media stanno scendendo a patti con questo nuovo trend, visto che oltre ad aver innalzato di molto l’asticella del politicamente corretto consentito in Rete, ora pagano lo scotto alle accuse mosse da Hillary Clinton riguardo informazioni creata da siti falsi o contraffatti che avrebbero danneggiato la sua campagna elettorale (come se il suo curriculum vitae professionale non fosse stato sufficiente). Immediatamente, Facebook e Google hanno annunciato nuove misure contro la diffusione delle fake news su Internet, minacciando di colpire i creatori di questi cosiddetti “phony contents” dove fa più male: nel portafoglio, bloccando la pubblicità. Google ha dichiarato di stare lavorando a un cambio di politica che inibisca l’utilizzo del network pubblicitario AdSense ai siti che diano una rappresentanza distorta della realtà: bloccheranno anche il sito della CNN, visto come si è comportata in campagna elettorale? Ne dubito fortemente.
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Fil Menczer, professore di informatica alla Indiana University e specializzato in diffusione di contenuti distorti in Rete, apprezza la mossa di Google: “Uno degli incentivi principali di gran parte della produzione di false notizie sono i soldi. Questa mossa può tagliare di netto il cordone ombelicale che incentiva i creatori di bufale”. Ma, al tempo stesso, si chiede: “Come la mettiamo se un sito contiene sia notizie vere che alcune false o inventate? Questo necessita di una conoscenza specializzata e avere delle persone che operano non bilancia il rischio di censura”. Della serie, se per caso il tuo sito o blog rompe troppo l’anima all’UE, al governo e alla tale corporation o banca, io posso discrezionalmente dire che contiene alcune notizie false, tagliarti l’introito pubblicatario e costringerti al silenzio. Chi, infatti, sarà chiamato a decidere cosa è vero e cosa è falso? In base a quali parametri? E’ ironico, non vi pare: tre quarti della stampa pro-Clinton era terrorizzata dal fatto che Trump avrebbe portato con sé un aumento della censura: non serve, i media pare che abbiano fatto tutto da soli.
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Quindi, capirete che mi sento un po’ timoroso nel dirvi che, stando al Washington Times, il 60% degli arrestati per gli scontri a Portland viene da fuori dell’Oregon e una larga parte di loro non ha nemmeno votato: non erano proteste spontanee di cittadini che si ribellavano all’esito elettorale? Come mai andare in un altro Stato a protestare e senza nemmeno aver votato per la Clinton? E starò dicendo una bugia passibile di intervento dei padroni del web, quando vi dico che in nome della tanto decantata democrazia che Trump mette a repentaglio, la senatrice democratica della California, Barbara Boxer, domani presenterà un progetto di legge per abolire il voto elettorale e mantenere solo quello popolare, per capirci quello che ha visto vincere Hillary Clinton? Lo ha scritto il Los Angeles Times ma visto che né Repubblica, né Formigli hanno ripreso la notizia, forse allora trattasi di bufala. E che dire di quanto accaduto al Converse College di Spartanburg in Carolina del Sud, dove la vittoria di Trump ha talmente sconvolto le studentesse da portare le insegnanti a dar vita a “safe zones” dove riprendersi e gestire il trauma, come mostra questo volantino.
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Peccato che nello stesso college, di fatto un comitato elettorale della Clinton travestito da istituzione educativa, una studentesse sia stata cacciata dalla classe dopo essersi definita “disgustata” dal proprio professore, il quale aveva paragonato la vittoria di Trump all’11 settembre. Poco prima di essere espulsa aveva scritto questo post su Facebook: “State paragonando oggi al giorno in cui sono state uccise migliaia di persone nella mia CASA. Siete senza rispetto, non siete affatto intelligenti e dovreste pensare prima di postare cose sui social. Sono disgustata”. Cosa avrà fatto Zuckerberg, l’avrà segnalata come diffusore seriale di bufale? Attenti, abbiamo davanti tempi poco piacevoli per chi ama ancora pensare con la propria testa.

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