La legge di Don Camillo che l’establishment non capisce. E anche in Svezia è suonata la sveglia

Di Mauro Bottarelli , il - 52 commenti

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Ormai è una guerra quotidiana, la stampa cosiddetta autorevole comincia a sentire puzza di bruciato e ha messo il turbo alla propaganda anti-populista. Giovanna Botteri, dopo l’iniziale shock testimoniato anche dall’acconciatura, si è lanciata in bocciature preventive di qualsiasi nome venga accostato all’amministrazione Trump: è dai tempi del processo di Norimberga che non si assisteva a uno spettacolo simile. A sostenerla nel suo sforzo a difesa della democrazia, l’aeronautica di RaiNews24, dove il compito di bollare come “fascista con idee fasciste” chiunque sia in predicato di collaborare con il nuovo presidente Usa, fosse anche un usciere, è stato affidato al sempre equidistante Alan Friedman, uno che la mattina della vittoria del tycoon ha espresso giudizi equilibrati quanto quelli di un tifoso del Milan al minuto 92 del derby di domenica. Ma si sa, la realtà è testarda. Ce lo mostra questo grafico
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relativo al sondaggio pubblicato ieri da Politico e Morning Consult, in base al quale scopriamo che solo dieci giorni dopo il grande shock che doveva portare cavallette e diluvi, la popolarità di Trump tra gli statunitensi sta salendo e oggi vede il parere positivo del 46% degli interpellati. Temo che George Soros debba staccare qualche assegno e fare qualche bonifico in più, la paura di dirsi trumpiano è passata. Così come la vergogna.
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Ma oltre all’America, c’è l’Europa, dove tra meno di due settimane si voterà sul referendum costituzionale in Italia e per il ballottaggio delle presidenziali in Austria: domenica 4 dicembre sarà un nuovo armageddon day? Stando al cosiddetto establishment, ovvero partiti di governo, banche, agenzie di rating e grandi giornali, ovviamente sì ma il clima sta cambiando un po’ ovunque. E cominciano a filtrare indiscrezione che fanno propendere per la necessità di osservatori OSCE in Austria, dopo i brogli della scorsa primavera.
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Nel silenzio più assoluto della grande stampa – la quale si è bellamente guardata dal dire che il candidato “democratico” e presentabile, Alexander Van der Bellen, ha chiesto la fine della neutralità austriaca, tanto per ingraziarsi la Nato e far capire che lui Vladimir Putin non lo vuole nemmeno sentir nominare – ecco la novità: l’annullamento del ballottaggio della scorsa primavera per irregolarità ha provocato una vera e propria fuga di scrutatori, i quali lamentano di essere i capri espiatori dell’intera vicenda. In Tirolo, il 20% degli addetti ai seggi si sono dimessi, causando non poche difficoltà alle commissioni elettorali. Sono infatti ancora in corso varie inchieste sulle presunte irregolarità e così ora mancano volontari, tanto più che in Austria gli scrutatori vengono tradizionalmente indicati dai partiti ma soprattutto i partiti d’opposizione, Verdi e Fpö, spesso non inviano loro rappresenti. Ops, mancano scrutatori: chissà, l’emergenza potrebbe portare ad assunzioni di massa dell’ultimo minuto. Insomma, si è già capito che ci proveranno. Di nuovo.
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Soprattutto dopo domenica sera, quando Norbert Hofer ha letteralmente schiantato – a detta di tutti – il suo avversario nel dibattito televisivo ospitato da ORF. E, non a caso, il candidato della destra ha più volte evocato l’effetto Trump, prima dicendo che “un paragone potrebbe essere che Trump ha avuto venti contrari negli Usa e ha vinto comunque” e poi aggiungendo che “dovunque le elite si allontanano dagli elettori, quelle saranno spazzate via dal voto”. Inoltre, i due punti qualificanti della campagna di Hofer sono molto vicini a quelli di Trump: linea dura contro immigrazione e islamizzazione della società ma dialogo e vicinanza nei confronti della Russia di Putin.
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E pur avendo contro la quasi totalità dei media, Hofer continua a guadagnare consensi. Domenica, poi, la proposta shock: creare una zona di sicurezza dove far alloggiare i rifugiati ma in Nord Africa anziché in Europa. “L’Austria spende 270mila euro per ogni rifugiato. Solo lo scorso anno abbiamo alloggiati 90mila rifugiati, per non parlare delle famiglie al seguito. Moltiplicate questa cifra per 270mila e vi renderete conto della quantità di denaro di cui stiamo parlando. Per una somma molto minore avremmo potuto stabilire una zona di sicurezza in Nord Africa, completa di asili, scuole e altre strutture educative in cui possano formarsi le persone che un giorno ricostruiranno i loro Paesi”, la proposta estremamente razzista di Hofer.

E se il candidato della destra viaggia nei sondaggi e il Partito della Libertà di Geert Wilders è saldamente primo nei sondaggi in Olanda in vista delle elezioni del prossimo 15 marzo (con la promessa, in caso di vittoria, di “Olandexit”), la situazione appare più complessa in Francia e Germania. Nel primo caso, la presenza di Fillon al ballottaggio delle primarie del centrodestra contro Alain Juppè (a proposito, ridi adesso Sarkozy) potrebbe creare un ostacolo in più a Marine Le Pen, mentre il voto tedesco sarà comunque condizionato dal fatto che Alternative fur Deutschland non gode ancora di un consenso tale per poter avere ambizioni di governo e il timore del populismo potrebbe portare a una sorta di no-contest tra CDU e SPD in nome di una rinnovata Grosse Koalition. Ma tanto per non farci trovare impreparati, meglio conoscere in anticipo il volto nuovo del cosiddetto populismo, quello che tra qualche mese verrà additato come pericolo pubblico dalle Botteri di tutto il mondo.
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E’ il signore ritratto nella foto di copertina, come vedete persona dai tratti inquietanti e capace di incutere terrore con un solo sguardo. Si chiama Jimmie Akesson ed è il leader di Sveriges Demokraterna, il partito anti-immigrazione svedese che stando a un sondaggio pubblicato la scorsa settimana dal quotidiano Aftonbladet è soltanto a uno 0,5% dal raggiungere il principale partito del centrodestra al secondo posto a livello nazionale. Se infatti i Socialdemocratici restano primo partito con il 25,7%, i moderati dell’ex premier Fredrik Reinfeldt sono al 22% e Sveriges Demokraterna al 21,5% dal 13% delle politiche del 2014. Parlando con il quotidiano Dagens Nyheter, Akesson è stato chiaro: “C’è un movimento, sia in Europa che negli Usa, che ha lanciato una sfida all’establishment. Chiaramente sta succedendo anche qui in Svezia”.
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E ne è convinto anche Lars Gylling, communication manager di YouGov per la Scandinavia: “Ciò che sembra una visione minoritaria in pubblico, può essere maggioranza in privato. Ci sono cose che non vogliamo dire nemmeno ai nostri amici più stretti e queste cose sono spesso legate al nazionalismo e alla visione riguardo l’immigrazione, soprattutto quando sono di stampo negativo”. Insomma, il Paese dell’inclusione, del welfare universalistico di Olof Palme e delle porte aperte, si scopre populista: forse, il fatto che esistano ufficialmente 50 no-go areas dove la polizia nemmeno si azzarda ad entrare, può aver giocato a favore di Sveriges Demokraterna e del suo pericolosissimo leader. Ricordate: certe cose non si dicono nemmeno agli amici più cari. Ma all’urna elettorale sì, se ne sono accorti Oltreoceano. E’ la vecchia e semplice lezione di Don Camillo: nel seggio, Dio ti vede. E Stalin no. Ma l’establishment è troppo colto per sporcarsi le mani con Giovannino Guareschi. E i risultati lo dimostrano.

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