Il ministro dell’Interno tedesco ora parla come Salvini. Forse teme la nascita di tante Rinkeby

Di Mauro Bottarelli , il - 161 commenti

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Esattamente come l’archiviazione ad orologeria per l’indagine sulla Clinton da parte dell’FBI o il bonus cultura per i diciottenni di Renzi, anche in Germania l’approssimarsi delle urne e i segnali sempre peggiori che arrivano dal Paese – non ultimo, per la prima volta la Merkel non è stata invitata al congresso dei cugini bavaresi della CSU – stanno inducendo la politica ad alcuni evidenti strappi rispetto alla linea tenuta fino adesso e che le elezioni amministrative finora tenutesi hanno palesemente bocciato. Politica dell’immigrazione in testa. Ed ecco, quindi, che come un Salvini o una Meloni qualsiasi, il nientemeno che il ministro dell’Interno tedesco, Thomas de Maiziere, domenica ha reso nota la sua ricetta attraverso una dichiarazione fatta filtrare dal suo portavoce al Welt am Sonntag: “L’eliminazione della prospettiva di poter raggiungere le coste dell’Europa potrebbe, per prima cosa, convincere i migranti ad evitare di imbarcarsi in costosi e potenzialmente mortali viaggi della speranza e in seconda istanza rimuovere il fondamento stesso del business dei trafficanti di uomini”.
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Ma vah, cazzo che genio! In alternativa, “l’Ue dovrebbe intercettare i barconi al largo e, dopo aver prestato assistenza, riportarli sulle coste del Nord Africa”. Insomma, ciò che viene proposto in Italia da chi viene bollato subito come razzista e populista, in Germania è la posizione ufficiale del ministro dell’Interno, senza che Angela Merkel si sia permessa di dire “beh” al riguardo. I sondaggi li legge la Cancelliera, va bene le porte aperte ma ora vanno chiuse. A doppia mandata, altrimenti addio non solo prospettiva di rielezione ma, magari, anche la candidatura stessa, visto che mezzo partito è in rivolta e la CSU minaccia il divorzio proprio sul tema sicurezza. Per il ministero dell’Interno tedesco, i migranti bloccati nel Mediterraneo andrebbe riportati in Paesi come Tunisia, Egitto o altri Stati del Nord Africa dotati di campi profughi, evitando la Libia poiché coinvolta in pieno in uno scenario di guerra. E proprio nei campi istallati in Maghreb dovrebbero fare domanda per il diritto d’asilo in Europa e, se ne avessero i requisiti, potrebbero a quel punto essere portati nell’Ue in sicurezza.
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Buon senso, peccato che se lo proponi in Italia ti dipingono con un cappuccio bianco in testa e la fiaccola in mano. E’ ciò che di fatto sta facendo l’Australia, la quale non garantisce l’approdo a nessun barcone sulle sue coste ma fa dirigere le carrette del mare verso il campo di registrazione e smistamento di Nauru, un’isola del Pacifico. Di più, la scorsa settimana il primo ministro australiano, Malcolm Turnbull, ha detto chiaramente che chiunque arrivi clandestinamente via mare in Australia verrà bannato a vita dal Paese, anche se un domani volesse tornarci da turista. Immediatamente, i gruppi internazionali per la difesa dei diritti civili hanno attaccato la decisione australiana ma il governo non ha fatto un plissé: spiacenti, la nostra porta resta chiusa e decidiamo noi a chi aprirla.
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Ovviamente, le opposizione tedesche hanno cavalcato l’onda, dipingendo come inumana la proposta di De Maiziere: per la vice-segretaria dei Verdi, Katrin Goering-Eckardt, “il ministro dell’Interno tratta i rifugiati come una malattia contagiosa”, mentre il capo della Linke, Bernd Riexinger, ha definito la proposta “uno scandalo umanitario e un ulteriore passo verso l’eliminazione del diritto d’asilo”. Di più, per Riexinger “i controlli per lo status di rifugiato devono avvenire in Germania, perché il diritto d’asilo significa anche diritto a difesa legale, ovvero avvocati ma anche centri di assistenza. Il trattamento dei rifugiati in Australia è assolutamente inaccettabile e la Germania e l’Ue non devono essere guidati da quell’esempio”. E con l’ONU stessa che ha detto chiaramente come l’offensiva su Mosul potrebbe creare un’ondata di almeno un altro milione di profughi, appare quantomeno sconveniente non farsi trovare preparati. Ma si sa, il derby tra ideologia e realismo è sempre truccato fin dall’inizio.
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Forse ce ne renderemo conto quando, anche in Germania o in Italia, una ONG come quella svedese Varken hora eller kuvad (Né prostitute, né sottomesse) denuncerà l’aumento esponenziale nel Paese scandinavo dei cosiddetti “crimini d’onore” tra i giovani dei sobborghi più svantaggiati della città di Goteborg, anche se la tv SVT ha certificato che atti di intimidazione e violenza verso ragazze e donne sono in crescita anche nell’area urbana di Stoccolma. Azam Qarai, operatrice nella clinica ginecologica Linna, ha parlato chiaro con l’emittente svedese: “In alcune aree, nelle famiglie islamiche le ragazze non possono avere amici maschi e anche le amicizie femminili devono ricevere l’approvazione della famiglia. Possono andare a scuole ma poi tornare immediatamente a casa. Se per caso cominciano una relazione sentimentale e la famiglia lo scopre, il padre organizza immediatamente un matrimonio combinato per chiudere ogni possibile spazio alla disobbedienza.
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Purtroppo questo è molto più comune di quanto si pensi in Svezia”. La Qarai conferma non solo come la sua clinica, dove è presento un consultorio, riceva decine e decine di chiamate al giorno ma anche come la situazione sia degenerata rapidamente negli ultimi anni. “Se per caso visitavi Rinkeby (un popoloso sobborgo di Stoccolma, dove il 90% della popolazione ha radici straniere) solo 15 anni fa, potevi trovare ragazze abbigliate in stile hip-hop. Oggi invece le cose sono cambiate e le donne subiscono un controllo totale”. Stando alla denuncia di Zeliha Dagli, presidentessa dell’associazione femminile Kibele, la cultura machista ha sviluppato quella che si può chiamare una vera e propria “polizia della morale” che controlla i comportamenti delle ragazze. “Questo controllo si applica a tutti gli aspetti della vita quotidiana, dall’abbigliamento alle frequentazioni fino a scelte dirimenti come l’educazione, il lavoro e il matrimonio. Ci sono un sacco di attitudini negative che prima non esistevano in Svezia. L’abbigliamento deve essere rigoroso e il trucco è vietato: le donne subiscono restrizione dall’infanzia in avanti”.
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Bernardita Nuñez, direttrice del centro d’accoglienza per donne in difficoltà Terrafem, lo dice chiaramente: “La maggior parte dei crimini d’onore non viene denunciata alla polizia, perché è molto difficile rompere i rapporti con la propria famiglia, tagliare i ponti. Molte delle donne che ospitiamo hanno subito matrimoni imposti e combinati e hanno dovuto convivere con quegli uomini per anni prima di trovare la forza e il coraggio di scappare”. Per tutte le operatrici del settore, la politica non fa quasi nulla per contrastare il tema della “polizia della morale” e questo a fronte del fatto che circa 70mila donne tra i 16 e 25 anni in Svezia hanno conosciuto limitazioni relativamente alla scelta del partner. Di queste, il 78,4% che vive in aree periferiche delle grandi città crede che la loro vita privata sia controllata troppo strettamente dai genitori, un dato che cozza contro il 16,9% dei maschi.
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Inoltre, il 78,6% di queste ragazze può passare il tempo libero solo con altre femmine, mentre il 93,2% dei ragazzi può socializzare con entrambi i sessi, stando a uno studio statistico compiuto dalla già citata Varken hora eller kuvad nei sobborghi più svantaggiati di Goteborg, dove ha interpellato 1200 giovani. Stiamo parlando della civile Svezia nell’anno di grazia 2016. Forse la proposta di de Maiziere andrebbe rivalutata con maggiore obiettività e realismo. Prima che sia tardi e spuntino delle Rinkeby ovunque.

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