Obama attacca l’FBI e Repubblica plaude. Ma Trump resiste. E alla frontiera sud del Texas..

Di Mauro Bottarelli , il - 217 commenti

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Ormai ci siamo, tra meno di una settimana sapremo chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. E mentre i sondaggi segnalano il sorpasso di Donald Trump e Hillary Clinton sprofonda ogni giorno di più nella melma infinita degli scandali personali e di famiglia, ecco che salta fuori un altro gioiellino da quel circo Barnum che è stata la campagna elettorale. Vista la malaparata per la propria candidata, è sceso in campo – con una irritualità mai vista – Barack Obama, di fatto attaccando nientemeno che l’FBI: “C’è una regola per cui quando ci sono delle indagini, non operiamo per allusioni, non operiamo sulla base di informazioni incomplete”. Complottooooooo! Lo denuncia il presidente degli Stati Uniti in persona, il quale quando a luglio la stessa FBI decise invece di accantonare l’inchiesta sulla mail delle Clinton non ebbe nulla di ridire sulla decisione dei federali.
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Ed ecco come l’house organ italiano dei clintoniani, La Repubblica, chiosava le parole del presidente: “E’ una sconfessione pacata ma dura, nei confronti dell’operato di James Comey. L’ultima che ha combinato il capo dell’Fbi? L’altra sera ha tirato fuori carte inedite perfino da uno scandalo di 15 anni fa, relativo a Bill Clinton. Che tempismo. L’Fbi è diventata un attore ingombrante di questa campagna elettorale”. Grandissimi, una dimostrazione di coerenza che parla da sola: il grave non è la grazie firmata da Bill Clinton per il finanziere Marc Rich all’ultimo giorno di presidenza ma il fatto che l’FBI pubblichi le prove solo ora. Ma Repubblica non è il giornale dove i vari Zucconi di turno elogiano con la bava alla bocca la durezza del sistema giudiziario Usa contro i reati finanziari e l’evasione fiscale? E non basta, perché a rendere ancora più l’atmosfera da complotto incombente – e in assenza delle tanto sbandierate prove sull’hackeraggio russo, mai saltate fuori perché non esistono – il quotidiano di De Benedetti mette a corredo della corrispondenza dagli Usa un approfondimento dal titolo “L’attivismo dei federali contro Hillary” e un ritratto poco edificante del capo dell’FBI.
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Certi radical chic dell’informazione sono come la Nutella, che mondo sarebbe senza di loro? L’immagine di copertina che ho scelto ci mostra l’ultimo rilevazione sui voti elettorali e non sul voto popolare: e cosa scopriamo? Ce lo dice Realclearpolitics, il cui sondaggio di ieri parla di 273 probabili voti elettorali a Hillary Clinton contro i 265 a Donald Trump. Fino a qualche giorno fa, la differenza fra i due era di un centinaio di voti elettorali. E che l’aria sia cambiata – o che ci sia un trappolone stile Brexit in atto da parte dei media – ce lo spiega il fatto che il Los Angeles Times, quotidiano che ha compiuto endorsement ufficiale per la Clinton, nella sua edizione di ieri accreditava Donald Trump con 5 punti e mezzo di vantaggio. E questa grafica,
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ci mostra invece perché ho evocato la beffa del Brexit: tra martedì e mercoledì, il 91% di chi ha scommesso sul voto Usa con Paddy Power lo ha fatto puntando sul miliardario.

Ma lontano dai sondaggi e dagli scandali da prima pagina, c’è dell’altro di interessante legato a questa campagna elettorale. Stando a un funzionario della polizia di confine del Texas del Sud, l’agente Chris Cabrera, casualmente con l’approssimarsi del voto si è notato un netto aumento degli ingressi clandestini nel Paese dal Messico. E la denuncia non l’ha fatta presso qualche blog complottista ma a CBS News, proprio in questo video.

How the election is attracting illegal immigrants to the U.S

E cosa dice il buon Cabrera? “I trafficanti stanno dicendo ai clandestini che se Hillary Clinton viene eletta, ci sarà una sorta di amnistia ma per ottenerla occorre essere su suolo americano entro una certa data. Viene anche detto loro che se invece verrà eletto Donald Trump, nell’arco di una notte verrà eretto un muro sul confine e quindi chi è negli Usa potrà restarci, mentre chi non c’è avrà perso ogni speranza.. Stiamo assistendo a un aumento massivo degli attraversamenti presso il punto di frontiera di McAllen”. Sarà forse per questo, oltre che per i circa 123.427 scandali in cui è implicata Hillary Clinton, che Donald Trump è risalito nei sondaggi? Il tycoon, infatti, non solo è per la politica delle porte chiuse ma vuole anche rivedere lo ius soli che garantisce la cittadinanza statunitense a chiunque nasca negli Usa.
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E Hillary, invece? Non solo ha detto che i suoi primi 100 giorni alla Casa Bianca saranno dedicati alle creazione di un patto per la piena ed equa cittadinanza ma ha anche aperto all’ipotesi di garanzia del piano sanitario Obamacare per gli immigrati illegali. “Dobbiamo espandere l’accesso all’affordable health care a tutte le famiglie. Dobbiamo lasciare che i nuclei familiari – qualunque sia il loro status di immigrati – possano comprare assicurazioni sanitarie”, ha detto la Clinton. Visto l’aumento esponenziale dei premi, forse era un’inconsapevole scelta di deterrenza contro l’immigrazione clandestina. In compenso, è l’intera strategia sull’immigrazione dei Democratici ad aver subito un’accelerazione. Da inizio anno alla fine di ottobre, l’amministrazione Obama ha ricollocato negli Usa 13120 rifugiati siriani, un aumento del 675% rispetto allo stesso periodo del 2015. Stando a dati della CNS News, il 99,1% di loro sono musulmani, mentre i cristiani rappresentano solo lo 0,5%: strano, soltanto a marzo John Kerry fece un’intemerata contro l’Isis che stava commettendo un genocidio di cristiani e quando si tratta di offrire rifugio, non li si prende quasi in considerazione. Questa
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mappa ci mostra come al primo posto dei ricollocamenti ci sia il Michigan, nella fattispecie Detroit e sobborghi, seguita dalla California. Questo video

Bill Clinton: Let Syrian Refugees Rebuild Detroit

ci ricorda come Bill Clinton e la Clinton Foundation intendano farsi sdebitare per l’accoglienza in America dai profughi siriani: un cuore grande grande, manovalanza a costo zero.

In compenso, sempre con una strana contemporaneità all’approssimarsi – anche nella prospettiva di medio termine – dell’appuntamento elettorale si è verificata un’altra strana dinamica in un particolare gruppo etnico negli Usa. Se infatti il Labor Department ci dice che non c’è crescita salariale, questo grafico
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ci mostra che invece i salari dei lavoratori afro-americani nel terzo trimestre sono cresciuti del 9,8%, il più grande aumento trimestrale dall’inizio della tracciatura del dato nel 2000. Tu guarda, proprio nei mesi che accompagnano al voto dell’8 novembre e proprio nei soggetti sociali su cui conta maggiormente la Clinton per vincere! Questo grafico
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del Wall Street Journal, non della gazzetta del Ku Klux Klan, ci mostra come i neri abbiano visto l’aumento salariale cumulativo più grande tra i gruppi etnici Usa dalla fine della recessione nel 2009, fissandosi a +15,7% contro il 13,3% dei bianchi, l’11,1% degli asiatici e il 15,5% dei latini, quest’ultima categoria anch’essa molto corteggiata dalla Clinton, soprattutto dopo l’addio di Cruz e Rubio in casa repubblicana. Prendendo in esame il quadro più ampio, la paga media settimana per un nero nel terzo trimestre è stata di 624 dollari contro gli 829 per i bianchi e i 602 per i latini: per il Wall Street Journal, “il dato è in linea con il ragionamento di alcuni economisti, a detta dei quali gli aumenti salariali per le minoranze etniche sono più pronunciati quando l’economia sta approcciando la piena occupazione”. C’è però dell’altro: se grazie a magheggi come gli aggiustamenti stagionali e le revisioni, il BLS parla di aumenti salariali per i neri, come mai il livello del consumer comfort registrato da Bloomberg vede gli afro-americani piantati negli ultimi quattro anni, come mostra il grafico?
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Forse perché ciò a cui stiamo assistendo è soltanto modo per ottenere un aumento del cosiddetto reflexive support – presso un determinato gruppo e in un determinato momento – per un’amministrazione che a parole ha fatto aumentare i livelli salariali di tutte le minoranze ma che nella realtà ha soltanto aiutato Wall Street e distrutto la classe media? E attenzione, perché questi tre grafici
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parlano chiaro: la recessione è dietro l’angolo per gli Usa, con indebitamento corporate ai massimi, buybacks come unico sostegno del mercato azionario, leverage alle stelle e la Fed che, se non si rimangia per l’ennesima volta la parola fatta trapelare ieri sera, a dicembre dovrebbe alzare i tassi di un quarto di punto. Io non ci credo ma resta un fatto: chiunque arriverà alla Casa Bianca, rischia di entrarci con la tempesta perfetta alle porte.

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