Superciuk attacca Trump alla vigilia del viaggio europeo di Obama. E i bond ci dicono qualcosa

Di Mauro Bottarelli , il - 133 commenti

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Io ho una mia idea abbastanza precisa di quanto sta succedendo, non solo negli Usa, a livello di elites. Come scrivevo nel mio articolo di ieri, hanno capito di aver tirato troppo la corda dal 2008 ad oggi e, consci che il rischio di uno strappo incontrollato stia salendo, hanno permesso che avvenisse quanto va contro le loro agende. Prima il Brexit, salutato giustamente da tutti come un atto di sovranità popolare: guarda caso, l’Alta Corte ha detto che sull’uscita dall’Ue debba pronunciarsi il Parlamento di Westminster prima di attivare l’articolo 50. Il tutto per il ricorso di una finanziera della City, Gina Miller, a capo di un gruppo pro-Ue.
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Insomma, il parere di Gina Miller vale più di quello della maggioranza del popolo britannico. E chi decide ora? Westminster, ovvero l’elite, dove già si vocifera di Conservatori pronti a bocciare il Brexit con il voto in aula. L’iter richiederà tempo, quindi addio al processo spedito che Theresa May voleva innescare, attivando l’articolo 50 già il prossimo marzo. Occorre aspettare, far sedimentare: nel frattempo, tutto resta come prima e chissà cosa può succedere da qui al voto parlamentare che porti a più miti consigli i cittadini britannici, mitezza che servirà a far digerire loro anche una potenziale marcia indietro in nome di chissà quale emergenza.
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C’è poi Donald Trump, l’underdog che si è VOLUTO far andare alla Casa Bianca, perché altrimenti state certi che un bel trattamento Strauss-Kahn che lo levasse di mezzo, un Paese come gli Usa non ci metteva molto ad approntarlo. Di mio sono abbastanza scettico nel valutare del tutto onesta la crociata di un miliardario contro l’elite dentro cui ha vissuto per decenni ma posso anche arrivare a ipotizzare un Trump davvero stanco della corruzione, del potere marcio, manipolatorio, prono alla finanza e specializzato in esportazione della destabilizzazione. E qualche paura ce l’ha anche Trump, se poco fa il suo team ha ammonito Barack Obama: “Non faccia passi rilevanti in politica estera durante la transizione, perché potrebbe mandare segnali contrastanti”. Un messaggio chiaro, nettissimo.
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Il presidente americano uscente, infatti, è alla vigilia di un ultimo viaggio in Europa, perché preoccupato dal rischio di sfaldamento del continente: meno male che adesso arriva lui e risolve tutto. Parlando con Politico, un consigliere per la sicurezza nazionale di Trump ha dichiarato: “Sulle questioni grandi, trasformative in cui il presidente Obama e il presidente eletto Trump non sono allineati, non penso che sia nello spirito della transizione tentare di far passare punti dell’agenda contrari alle posizioni del neo-presidente”. Obama sarà infatti in Grecia il 15 novembre e poi il 17 in Germania, dove parteciperà anche ad un vertice nel nuovo formato “Quint”, ovvero Usa, Italia, Gran Bretagna, Francia e, ovviamente, il padrone di casa. Lo scopo ufficiale è quello di affrontare due emergenze: crescita economica e instabilità geopolitica, legata a Siria, Isis, migrazioni e Ucraina.
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Peccato che nelle intenzioni del presidente americano, questo incontro avrebbe dovuto riconfermare l’impegno verso l’Europa e la Nato e definire un’agenda comune contro il populismo da lasciare alla nuova amministrazione americana che, nelle speranze di Obama, avrebbe dovuto essere guidata da Hillary Clinton. E adesso? Adesso il comportamento e le parole di Barack Obama ci diranno se mi sbaglio del tutto o meno: perché se dovesse forzare la mano, portando Trump alla reazione, allora vorrebbe dire che una sorta di regia era prevista. Cerco di spiegarmi meglio: da maggio a oggi sono accaduti due eventi “populisti” che nessuno si attendeva, almeno sulla carta, cioé il Brexit e la vittoria di Trump. Il 4 dicembre il filotto potrebbe comprendere anche la vittoria del “No” al referendum italiano e quella del candidato di destra al ballottaggio per le presidenziali austriache. Bingo!
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Ora, questo grafico di Bloomberg
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ci mostra come questa settimana in tutto il mondo si è volatilizzato oltre 1 trilione di dollari di valore nel mercato obbligazionario, a detta degli analisti per timori che le politiche di Trump in campo economico scatenino uno tsunami di debito, conseguenza di un aumento della spesa e con essa dell’inflazione. E’ già stato ribattezzato il “Trump tantrum” e in concreto ha portato a un calo del global bond-market index di 450 miliardi solo giovedì, quarto giorno di calo: il totale, come già detto, è di oltre 1 trilione in quattro giorni, il secondo peggiore risultato negli ultimi 20 anni, stando a dati di Bank of America-Merrill Lynch. Il rendimento del Treasury a 30 anni è saluito al massimo dal gennaio 2009 e il trend non pare terminato. Questo grafico
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ci mostra come la settimana che ha portato alla presidenza di Donald Trump potrebbe entrare nei libri di storia come quella che ha innescato la peggiore rout per i bond a livello globale nella storia. E se scoppia davvero la bolla, stavolta? Ovviamente, tutti sanno che la colpa non sarebbe certo imputabile a Trump ma all’operato di anni della Banche centrali, Fed in testa ma con la gente nel panico e la grancassa mediatica assicurata, chi pensate che finirebbe sul banco degli imputati per il nuovo crash? Non solo Trump, il concetto stesso di populismo vedrebbe le eiltes pronte a puntare il dito contro i disfattisti di ogni colore e Paese: il “No” italiano, il voto per Hofer, la Brexit, tutto nel calderone degll’irresponsabilità al potere. Per un decennio, il problema della sovranità e della rappresentanza sarà risolto: la gente, di fronte a un altro 2008 o peggio, tornerà placida e impaurita tra le braccia materne delle elites.
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Europee comprese. Questa
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è la sobria copertina dell’ultimo numero dello Spiegel, quasi un benvenuto in Germania a Barack Obama per il meeting della prossima settimana: Trump in veste di meteorite che porterà alla fine del mondo. E in tema di Europa e rapporti con gli Usa, ecco le diplomatiche parole del nostro amato Superciuk, il presidente della Commissione, Jean-Paul Juncker: “Penso che rischiamo di perdere due anni aspettando che Donald Trump termini di fare il giro del mondo che non conosce. Bisognerà che gli spieghiamo in cosa consiste l’Europa e come funziona… Purtroppo spesso ciò che si dice in campagna elettorale è vero, rischiamo contraccolpi negli equilibri intercontinentali, nei suoi fondamenti e nella loro struttura. Detto questo, ho una lunga vita politica alle spalle e ho lavorato con quattro presidenti Usa”.
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Ammetto di non essere a conoscenza del livello alcolico a cui fosse giunto Juncker prima di aprire bocca ma sono certo di una cosa, ha voluto rincarare la dose per bene: “Gli americani, in generale, non hanno alcun interesse per l’Europa. Questo è vero per la classe dirigente e per l’America profonda. Non conoscono l’Europa. Trump ha detto durante la campagna elettorale che il Belgio è un villaggio da qualche parte in Europa. Quindi, bisognerà che insegniamo al presidente eletto che cos’è l’Europa e quali sono i suoi principi di funzionamento”. Vero. Tutto vero. Qualcuno però spieghi a Juncker una cosa: per quanto grezzo e ignorante, Donald Trump è stato eletto dal popolo. Lui no. E quando uno come Juncker decide di parlare così, significa solo due cose: o è stizzito perché Trump non si è filato l’invito dell’Ue e ha fissato un bilaterale con Theresa May oppure sa che il neo-presidente è come Monsieur Malaussène dei romanzi di Daniel Pennac. Un capro espiatorio.

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