Inutile indignarsi per Berlino, se non lo facciamo per la quotidianità che abbiamo reso possibile

Di Mauro Bottarelli , il - 55 commenti

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Soltanto i dettagli che sono emersi riguardo le peripezie compiute negli ultimi cinque anni da Anis Amri, il tunisino responsabile della strage al mercatino di Natale di Berlino, sono sufficienti a dipingere la follia delle politiche migratorie e di accoglienza europee. Non solo era arrivato da clandestino in Italia, sperando nello status di profugo (sicuramente Rula Jebreal saprà convincerci del fatto che in Tunisia c’è la guerra civile) ma si è fatto quattro anni di galera per aver incendiato il centro di accoglienza di Belpasso in Sicilia, il 23 ottobre del 2011. Durante la detenzione, Amri si è reso responsabile di intimidazioni, sopraffazione e promozione di disordini e sommosse (12 richiami e ammonizioni in tal senso da parte dell’autorità penitenziaria), tanto che è stato trasferito sei volte per ragioni di sicurezza: dal carcere di Catania “Piazza Lanza” a quello di Enna “Luigi Bodenza”, poi quello di Sciacca, quello di Agrigento, il Pagliarelli di Palermo e da ultimo l’Ucciardone, sempre a Palermo.
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Uscito dall’Ucciardone, visto il curriculum, è stato espulso? Manco per niente, mancavano i documenti dalla Tunisia per il rimpatrio. Quindi, ha lasciato l’Italia per spostarsi in Germania, dove viveva con un permesso da “tollerato”, ovvero non poteva lavorare ed era sottoposto a controlli: talmente rigidi da aver stretto contatti con una rete estremista ed aver portato a termine l’attacco contro il mercatino. Il tutto, avendo spacciato sei generalità differenti e quattro Paesi di provenienza diversi: che dire, la fortezza Europa è davvero impenetrabile. Detto questo, la polizia tedesca brancola talmente tanto nel buio da aver emesso un mandato di cattura europeo e promesso una ricompensa da 100mila euro a chiunque offra informazioni per catturare il latitante.
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Ma anche in Austria siamo messi bene, tanto che in occasione delle festività di fine anno, la polizia distribuirà a Vienna 6mila allarmi tascabili ad altrettante donne per evitare il ripetersi di molestie sessuali di massa come quelle accadute le scorso anno a Colonia. “E’ una campagna nazionale indirizzata soprattutto verso le donne per la notte di Capodanno”, ha dichiarato il portavoce del ministero dell’Interno, Karl-Heinz Grundboeck, all’AFP: gli apparecchi emettono un suono molto forte e irritante che dovrebbe dissuadere l’aggressore e richiamare l’attenzione di passanti e polizia. Non male come grado di sicurezza nella capitale, un vero successone. Ma non basta, perché domenica un profugo 24enne somalo, auto-proclamatosi seguace di Al-Nusra, ha interrotto una recita natalizia in un asilo di Oberndorf, nel salisburghese, cominciando a spiegare il Corano ai bambini attoniti. Sulle prime, molti genitori presenti pensavano che l’ingresso dell’uomo facesse parte della performance, stando a quanto dichiarato dal sindaco, Rupert Imlinger, anch’esso presente alla recita.
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Peccato che poi, la risorsa abbia preso il corano dallo zaino e abbia cominciato a gesticolare e parlare ad alta voce, leggendo versetti come se volesse tenere una lezione per i bambini. Due uomini hanno cercato di fermarlo ma questi, per tutta risposta, ha gridato Allah Akbar, dando in escandescenza: a quel punto è stato bloccato e arrestato dalla polizia, accorsa all’asilo. L’uomo è noto da tempo alle forze dell’ordine locali, le quali hanno confermato che – grande classico – soffriva di depressione ed è stato curato per questa patologia in passato. Nello zaino dell’uomo non c’era nulla di sospetto o di atto a offendere ma se una volta entrato nell’asilo avesse cominciato a sparare, menare fendenti con un coltello o, peggio, fatto esplodere un ordigno? D’altronde, quando si aprono le porte senza criteri, questi sono i rischi a cui si va incontro: stando a dati forniti dal quotidiano Krone, nei primi sei mesi di quest’anno in Austria i richiedenti asilo hanno compiuto 11.158 reati di vario genere (solo quelli denunciati) contro i 15.236 dell’intero 2015.
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Ma è sempre la Germania a farla da padrone quando si tratta di suicidio sociale. Una politica che sta facendo la fortuna della ditta della signora Sandra Seilz, la quale nella città di Oberhausen produce e vende i cosiddetti “Safe Shorts”, ovvero pantaloncini per il footing anti-stupro. Il principio è quello di rendere praticamente impossibile strappare o tagliare i pantaloncini attraverso l’utilizzo di elastici ultra-resistenti e di un sensore che emette un rumore fortissimo (130dB) in grado di dissuadere il malintenzionato e attirare l’attenzione. L’idea è venuta alla signora Seilz, una fanatica del jogging, dopo una brutta esperienza personale: durante una corsa fu infatti fermata da un uomo che aveva cercato di calarle i pantaloni per usarle violenza.
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Inoltre, i pantaloncini sono dotati di un protettore morbido nella zona inguinale che non permette all’assalitore di tagliarli o strapparli tra le gambe. Il modello da jogging costa 149 euro e quello per tutti i giorni 99 euro: l’indumento è talmente ricercato che le richieste non si limitano alla Germania ma arrivano anche da Giappone, Finlandia, Svezia, Italia e Stati Uniti. Non c’è che dire, davvero un mondo di cui andare fieri, se una delle attività imprenditoriali più in salute della Germania è quella dei pantaloncini anti-stupro.

Anti-Rape Pants, Underwear Cause Controversy

Ma oltre ai pericoli quotidiani, la Germania ne vive uno strutturale. Il quotidiano Süddeutsche Zeitung e l’emittente radiofonica Norddeutscher Rundfunk sono entrati infatti in possesso di un report riservato dell’intelligence tedesca, dal quale si evince che Arabia Saudita, Kuwait e Qarat stanno finanziando gruppi estremistici in Germania. Insomma, il salafismo sta mettendo radici sempre più profonde grazie all’innaffiatoio dei Paesi del Golfo. Il report, preparato dall’intelligence interna (BND), accusa i tre Paesi di finanziare varie istitutuzioni islamiche, tra cui moschee e scuole relogiose ma anche predicatori e i cosiddetti gruppi dawah. Per i servizi, “si tratta di una stregia di lungo termine per garantirsi influenza”: nel rapporto si citano la Saudi Muslim World League, la Sheikh Eid Bin Mohammad al-Thani Charitable Association e la Kuwaiti Revival of Islamic Heritage Society, quest’ultima fuorilegge sia negli Usa che in Russia per il sospetto di supporto ad al-Qaeda.
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Nel report si fa notare anche come queste organizzazione abbiano forti legami con i governi dei tre Paesi citati. Qualcuno parla di denuncia ad orologeria per trovare un pretesto che ridimensioni il commercio di armi tra Germania e Arabia Saudita, finito più volte sotto i riflettori ma resta il fatto che solo cinque settimane fa le autorità tedesche abbiano messo al bando il gruppo missionario islamico tedesco Die Wahre Religion (DWR – “La vera religione”) con l’accusa di “raggruppare i jihadisti islamici di tutto il Paese con la scusa della predicazione dell’islam”. Complimenti Frau Merkel, davvero un capolavoro di cui andare fiera.
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Resta però un fatto. Ovvero, che è comodo indignarsi di fronte agli attentati, al sangue e ai morti ma restare inermi, per tutto il resto del tempo, di fronte allo scempio che politici e politiche folli hanno fatto dei nostri Paesi, delle nostre città. Certo, il voto è diventato una rarità in Italia e quindi la bocciatura elettorale della classe dirigente è ormai un’arma spuntata ma ci sono altri modi per boicottare la svendita di casa nostra. Uno, ad esempio, lo si può applicare domani, quando nel tardo pomeriggio si giocherà la finale di Supercoppa tra Juventus e Milan. Come saprete, l’incontro si disputerà a Doha in uno stadio-barzelletta da 13mila posti a sedere, questo perché la Lega calcio del Qatar pagherà 3 milioni di euro alla Lega calcio italiana, il 10% dei quali resterà appunto all’organismo che sovraintende il pallone e il 90% sarà diviso tra le due squadre.
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Insomma, per le briciole degli sceicchi noi non solo facciamo pubblicità positiva a uno Stato finanziatore dello stesso terrorismo salafita che ha ucciso anche una nostra connazionale a Berlino ma svendiamo anche la dignità di un trofeo nazionale, il quale dovrebbe essere disputato nella sua sede naturale, cioé Roma. Se domani, come farò io nonostante la mia fede calcistica, gli italiani boicottassero la partita in massa, schiantando a zero lo share della RAI, forse qualcosa cambierebbe. O, quantomeno, si sarebbe dato un segnale chiaro: colpirli dove fa più male, Auditel e portafoglio, sarebbe un gesto di resistenza civile e non violenta enorme. Uno dei pochi che ci resta da fare, prima che sia tardi. E altre dinamiche entrino in gioco.

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