La sciarada è finita: l’Occidente si pone al fianco di Al-Nusra. E il Deep State rimesta nel torbido

Di Mauro Bottarelli , il - 27 commenti

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La sciarada è finita, ora siamo alle mosse estreme per riuscire a salvare il salvabile. Con Aleppo ormai a un passo dalla liberazione totale, l’Occidente si ritrova come Tom Cruise in “Eyes wide shut”, quando imbucatosi alla festa orgiastica top-secret viene scoperto e si ritrova l’unico senza più mascherina: due le scelte, ammettere o dissimulare. Fino ad oggi Usa e soci avevano dissimulato, prima mandando segnali contraddittori, poi scendendo in campo con la solita ambiguità, infine ritirandosi strategicamente dalla scena attraverso le parole di John Kerry, “ormai Aleppo è andata”, sintomatiche di quale fosse lo schieramento di forze in campo in Siria.
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Bene, ieri, preso atto che prima di Natale la seconda città del Paese e roccaforte dell’Isis sarà completamente libera, sancendo la vittoria di Assad e Putin, ecco che la maschera salta del tutto. Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Germania, Francia e Canada chiedono un immediato cessate il fuoco a Aleppo e accusano la Russia di ostacolare gli sforzi per fermare il bagno di sangue nella città siriana. In un comunicato congiunto, i leader delle sei potenze occidentali “condannano le azioni del regime siriano e dei suoi alleati stranieri, soprattutto la Russia, che ostacolano gli aiuti umanitari” e aggiungono che “l’Onu dovrebbe indagare sulle segnalazioni di crimini di guerra”. Nel comunicato si aggiunge anche che ospedali e scuole sembra che siano stati scelti come obiettivi “nel tentativo di logorare la popolazione”. Senza più vergogna, al fianco di Al-Nusra.
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Ieri, infatti, le forze armate delle opposizioni siriane, i “ribelli” tanto cari al Dipartimento di Stato, hanno avanzato una richiesta di tregua di cinque giorni ad Aleppo, a loro dire anche per permettere ai civili (le colonne dei quali, bombardano mentre fuggono) di evacuare, inclusi i feriti. Il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha però precisato che il comunicato congiunto non è una risposta ad una qualche proposta sul terreno per fermare la violenza ma è piuttosto la dimostrazione di un “chiaro e univoco sostegno internazionale” agli sforzi diplomatici per ridurre lo spargimento di sangue e consentire l’accesso agli aiuti umanitari. O magari ai rifornimenti per Al-Nusra e soci. Perché gli aiuti umanitari arrivano già e alle persone giuste, quelle che li meritano. Questi video

Syria: Liberated Aleppo residents receive aid from Russian Reconciliation Centre

150 Tons of Aid to Aleppo from Russia

Syria: Residents from liberated eastern Aleppo districts receive 150 tonnes of Russian aid

ci mostrano come l’esercito russo stia facendoli arrivare da oltre una settimana ad Aleppo, nel silenzio generale delle Goracci e delle Botteri di questo mondo. Il problema di Usa e soci è un altro: i soldati dell’esercito governativo siriano avanzano su Aleppo est. Sono infatti altri due i sobborghi conquistati ieri mattina, stando all’agenzia ufficiale Sana. Per l’Osservatorio dei diritti umani, i lealisti controllano ora tutta la città vecchia, mentre Russia Today stima che le forze di Damasco abbiano riconquistato l’85% di Aleppo est. Ovviamente, l’informazione occidentale ha ridotto l’intera faccenda a un episodio di suo comodo: sarebbe infatti di 53 civili uccisi il bilancio dei bombardamenti aerei governativi e russi su Aleppo est nelle ultime 36 ore. I raid più intensi si sono abbattuti nei quartieri prossimi alla città vecchia, teatro dell’avanzata lealiste delle ultime ore: fosse vero – e può esserlo nel corso di un’offensiva – è il tragico prezzo da pagare per estirpare una volta per tutte il cancro terroristico dalla città, la guerra purtroppo reclama vite. Anche innocenti, molto spesso.
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Tanto più che l’offensiva di lealisti, russi, iraniani ed Hezbollah ha sortito un effetto: circa 3mila miliziani hanno già deposto le armi a Khan al-Sheikh, vicino Damasco ed è stato loro consentito di lasciare la città con le famiglie per dirigersi nella provincia di Idlib a bordo di 52 autobus. Lo conferma l’agenzia di stampa ufficiale russa Tass: “Dopo lunghi e difficili negoziati – ha spiegato il colonnello russo Alexiei Leshchenko -, è stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco con i miliziani”. I miliziani avrebbero lasciato sul posto 500 armi da fuoco, fucili da cecchino e decine di mortai. E la Russia sta pagando con il sangue il proprio impegno nella lotta contro l’Isis, a differenza di qualcuno. Un colonnello delle forze armate di Mosca, Ruslan Galitskiy, è infatti morto per le ferite riportate “in un attacco di artiglieria dei miliziani della cosiddetta opposizione contro uno dei quartieri di Aleppo ovest”, stando a quanto comunicati dal ministero della Difesa di Mosca, precisando che l’alto ufficiale è deceduto in ospedale e “i medici hanno lottato per la sua vita per alcuni giorni”.
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Ma c’è dell’altro. Sempre ieri, il governo siriano ha confermato che le forze di terra israeliane hanno attaccato nella notte l’aeroporto militare di Damasco nel quartiere di Mezze. In un comunicato citato dall’agenzia ufficiale Sana, si afferma che il nemico ha sparato missili terra-terra dalle “terre occupate”, presumibilmente dalle Alture del Golan controllate da Israele e distanti circa 60 km dalla capitale Damasco. Sana ha confermato anche che l’attacco ha causato l’incendio di alcune strutture dello scalo militare ma senza causare vittime. Un segnale chiaro: Israele non vuole permettere ad Hezbollah di armarsi prima di tornare in patria e, ancora peggio, di far giungere armamenti dal teatro di guerra siriano in Libano. Di fatto, Tel Aviv è entrata direttamente nel conflitto siriano per la seconda volta in una settimana.
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Ma al di là di quanto sta accadendo sul campo, sono i segnali che il Deep State Usa manda da Washington a preoccupare. Il 30 novembre, una settimana dopo l’attacco frontale del Washington Post contro “le false notizie della propaganda russa”, il Congresso con 390 voti a favore a fatti passare il “H.R. 6393, Intelligence Authorization Act for Fiscal Year 2017”, legge sponsorizzata dal repubblicano per la California, Devin Nunes, che offre risposte a una serie di tematiche relative all’intelligence, inclusa la propaganda russa o ciò che il governo chiama propaganda, al fine di giungere a un’eliminazione totale dei perpetratori. Nel capitolo 5 – “Title V—Matters relating to foreign countries” – troviamo la sezione 501, la quale chiede al governo “di contrattaccare in modo attivo l’influenza sotto copertura della Russia, portata avanti in coordinamento con i leader politici o i servizi di sicurezza russi. Inoltre va smascherato e colpito il ruolo attivo della Federazione russa, nascosto o non a conoscenza dell’opinione pubblica”.
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Insomma, se questa legge passerà al Senato e verrà poi firmata da Barack Oabama prima di lasciare la Casa Bianca, potrà essere usata per colpire, minacciare a o eliminare del tutto i siti definiti come propagatori di “fake news”, tanto che una lista molto arbitraria di nemici della verità è già in circolazione, contenente anche blog non russi ma comunque ritenuti scomodi. Stranamente, questa legge votata il 30 novembre fu presentata il 22 dello stesso mese, casualmente due giorni prima che il Washington Post pubblicasse l’articolo riguardo l’aiuto offerto dalla propaganda russa all’elezioni di Donald Trump, citando il parere di alcuni esperti. Peccato che, sempre ieri, il direttore del Washington Post abbia dovuto scrivere una nota nella quale, di fatto, sconfessava la lista pubblicata, dicendo che una dei quattro centri di ricerca che l’aveva redatta, ProOrNot, aveva successivamente cancellato alcuni siti contenuti e che il Washington Post non poteva garantire, né farsi carico della veridicità della medesima lista. Della seria, abbiamo pubblicato una marea di cazzate ma, ormai, il sasso è stato tirato nello stagno. Qui sotto, trovate un esempio di coerenza dell’autorevole stampa mainstream Usa, quella che denuncia la post-verità del web.
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E tanto per far capire al presidente eletto che aria tiri, ieri il senatore repubblicano Lindsey Graham, il primo a denunciare la propaganda russa come alleato del tycoon nella corsa alla Casa Bianca, ha dichiarato alla CNN che intende lanciare due inchieste separate nei due sotto-comitati che presiede riguardo l’opera di hackeraggio russo, chiedendo a Trump di “assumere un tono molto più duro nei confronti della Russia oppure questa riuscirà a rompere le nostre alleanze”. Se davvero il neo-presidente intende cogliere la mano tesa di Mosca per una distensione nelle relazioni, questo è il momento di farlo, a partire dalla Siria. Altrimenti, il Deep State potrebbe creare danni irreparabili prima del suo ingresso alla Casa Bianca.
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Tanto più che è chiaro a tutti quale sia l’obiettivo futuro della politica estera del comparto bellico-industriale Usa e dei vertici militari: sabotare l’accordo nucleare iraniano, un qualcosa che vede Deep State e Donald Trump sulla stessa lunghezza d’onda, vista anche la nomina al Pentagono del generale James “Mad dog” Mattis, una vita dedicata al corpo dei Marines e ritiratosi anzitempo proprio in aperta polemica con la scelta dell’amministrazione Obama di scendere a patti con Teheran. Quale sarà la lunghezza d’onda sul tema lo capiremo in fretta, visto che per Mattis ci sarà un ostacolo in più da superare, oltre alle audizioni al Senato: è in pensione da soli 4 anni, mentre la legge prevede che un militare non possa ricoprire incarichi di governo prima di 7 anni dal momento in cui è andato in pensione. Si può fare una legge ad hoc e un precedente fu fatto nel 1950 col generale Marshall: se nessuno avrà alcunché da ridire, forse qualche piano si sta delineando. Ma Mosca e Pechino, già irritata con Donald Trump per lo sgarbo della telefonata al premier di Taiwan, lasceranno solo un partner bellico e commerciale importante come l’Iran?

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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