L’annientamento delle differenze non è più solo culturale ma politico. Dio benedica il populismo

Di Mauro Bottarelli , il - 29 commenti

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In momenti storici come questi, occorre rinforzare gli anticorpi. Negli ultimi giorni sono passate sottotraccia alcune vicende che io ritengo al limite dell’allucinatorio ma tutto, oramai, è sublimato, tutto è digeribile, tutto è accettabile. Non abbiamo più uno sputo di senso critico e, soprattutto, di senso della realtà: come scriveva Dino Buzzati in uno dei racconti contenuti ne “Le notti difficili” riferendosi al protagonista, “ci siamo fatti tagliare le unghie”. E proprio una delle armi di resistenza più forti che abbiamo è la lettura, non solo dei classici e per questo ho ripreso in mano un libro del 1994, “La cultura del piagnisteo” di Robert Hughes, scrittore e polemista australiano ma vissuto e morto – il 6 agosto del 2012 – a New York.
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Avversato dall’elite culturale, il torto di Hughes era quello di aver demistificato diversi mostri sacri: un atto inaccettabile in un mondo, quello della cultura, dove pensare diversamente equivale a essere automaticamente un fascista. Infatti, fu a dir poco ghettizzato ed etichettato come pensatore antimoderno e antiprogressista. Balle. Hughes fu avversato solo perché era un fiero nemico di una delle colonne portanti della società moderna, americana ma anche europea: l’ipocrisia del politicamente corretto, l’omologazione al pensiero unico per non incorrere nel peccato mortale di offendere qualcuno, soprattutto le cosiddette minoranze, siano esse, etniche o sessuali. Hughes cita diversi esempi deliranti, come il divieto assoluto di usare nelle università americane la parola “chairman” per rispetto alla politica di genere, perché avrebbe discriminato le donne (insomma, il delirio prodromico che ci ha portato a “ministra”, “sindaca” e boldrinate varie).
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Per Hughes, la società moderna riversa quintali di sensi di colpa sul povero maschio bianco, imbarazzato nel dichiarare la propria eterosessualità o di essere contro l’aborto. Hughes riteneva responsabili principali di questa regressione nel progressismo decerebrato, l’arte e la letteratura che, volendo prescindere da ogni valutazione, da ogni giudizio di merito, da ogni scala di valori, da ogni considerazione estetica, finiscono col promuovere opere modeste sono perché composte da artisti appartenenti all’etnia o al sesso “oppressi”. Nella società contemporanea, la razza e il sesso hanno, di fatto, soppiantato il merito nel giudizio sugli artisti. Per Hughes, “stiamo assistendo a una lacrimosa avversione all’eccellenza, dove soltanto le vittime sembrano avere diritto al successo”. Per quanto riguarda il multiculturalismo, che Hughes non avversava ontologicamente (altrimenti sarebbe andato a vivere in Nebraska, non a New York), il pericolo maggiore è quello di incorrere in “alleanze scellerate”, poiché “l’idea che la cultura europea sia in sé e per sé oppressiva, è un inganno che può attecchire soltanto sul terreno del fanatismo e dell’ignoranza”.
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Non ci ritrovate il mondo in cui viviamo, nonostante sia un testo di oltre venti anni fa? Non ci ritrovate la parata di star col ditino dell’indignazione alzato che hanno fatto campagna elettorale per Hillary Clinton? E nell’elezione di Trump non ritrovate la ribellione di quel maschio bianco che Hughes invita a scrollarsi di dosso i sensi di colpa impostigli da una società così idiota da bandire la parola “negro”, quando nei ghetti Usa chiamarsi “nigger” è sinonimo di fiero senso di appartenenza etnica? E Madonna che usa, in maniera parossistica e volgare (ma nessuno ha avuto niente da dire), la profferta sessuale come invito a votare democratico, non è la sublimazione del senso di ciò che ha scritto con lungimiranza lucida e spietata Hughes? Il problema è che adesso la questione non è più culturale, è diventata politica e istituzionale: il nuovo nemico impresentabile nell’epoca del politicamente corretto senza senso del ridicolo è il cosiddetto “hate speech”, il linguaggio d’odio.
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Verso chi? Verso chiunque l’establishment, divenuto arbitrariamente un WWF globale, ritenga discriminato. I social media, poi, hanno amplificato all’ennesima potenza questa deriva. Pochi giorni fa aveva fatto discutere l’iniziativa del presidente della Camera, Laura Boldrini, di pubblicare sulla propria pagina ufficiale gli insulti che le erano stati rivolti, svelando anche il nome e il cognome degli autori. Si chiama politica del “name and shame”, l’ha lanciata Tony Blair ma non gli ha portato granché fortuna. In seguito a quella clamorosa forma di protesta, i vertici di Facebook avevano deciso di contattare la terza carica dello Stato, chiedendole un incontro in cui affrontare la questione. Detto fatto, ieri la Boldrini ha lanciato l’idea di creare un’icona e un numero verde per aiutare le vittime dell’odio, una sorta di SOS per segnalare i profeti dell’hate speech in rete: “Ho suggerito di mettere su ogni profilo un’icona – che si potrebbe chiamare attenzione odio – che gli utenti potrebbero usare quando ricevono messaggi pericolosi e di attivare in Italia una linea telefonica, un numero verde a disposizione degli utenti minacciati che spesso non sanno a chi rivolgersi”. Di più, il presidente della Camera ha ribadito di essere determinata a “fare sul serio nella campagna contro razzismo, sessismo e odio”. La Santa Inquisizione in versione laica e pop.

No one expects the Spanish Inquisition

Perché appare un po’ pretenzioso e ipocrita pensare di determinare cosa sia odio e cosa sia razzismo in base a canoni fissi, in base a codici predeterminati. Un esempio ci viene dall’Olanda, dove il leader del Partito della Libertà (PVV), Geert Wilders, è attualmente sotto processo proprio per hate speech perchè lo scorso anno, nel corso di un comizio, aveva chiesto dal palco “Volete più o meno marocchini in Olanda?”. All’ovvia riposta dei militanti presenti, ha chiosato con un “Terremo conto di questo”. Ovviamente per il criterio valutativo medio della società contemporanea, quello di Wilders è razzismo ma siamo sicuri che sia davvero così? Questa tabella
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ci mostra infatti l’ultima rilevazione demoscopica compiuta in Olanda – dove si vota il prossimo anno – da Maurice De Hond, il principale sondaggista del Paese, la quale ci mostra come, e si votasse oggi, il PVV sarebbe il partito con maggior rappresentanza parlamentare, davanti anche al partito del premier, Mark Rutte. Tutti dei razzisti? Tutti in tribunale? Forse no, forse solo gente esasperata ma che in base ai criteri del procuratore Wouter Bos e di Laura Boldrini meriterebbe di finire al fresco: si chiama criminalizzazione del dissenso e serve a dare l’esempio, a impaurire, a far desistere dal ribellarsi. E’ tipica delle dittatura, quelle che i progressisti a parole dicono ci avversare e combattere. Quanti tribunali dovranno costruire, però, vista l’aria che tira in tutta Europa e ora anche in America? Siamo al paradosso di progressisti che per imporre la loro idea di uguaglianza perseguitano la libertà di pensiero ed espressione, siamo al delirio di un mondo dove si invocano icone anti-odio sui social affinché il Grande Fratello dell’amore universale escluda e segnali al web chi ha l’ardire, magari, di dirsi contro le nozze gay o la pratica dell’utero in affitto (il Che Guevara sodale di quel Castro che hanno appena finito di beatificare aveva talmente a cuore la questione omosessuale da dedicargli addirittura una lager a Cuba).

Netherlands: PVV leader Wilders on trial for inciting hatred against Moroccans

E non ho usato l’esempio dell’omosessualità a caso, perché due giorni fa la Corte di Cassazione ha deliberato nella sentenza numero 50659 che “nel presente contesto storico è da escludere che il termine omosessuale abbia conservato un significato intrinsecamente offensivo come, forse, poteva ritenersi in un passato nemmeno tanto remoto”. Per la Suprema Corte, “questa parola – diversamente da altri appellativi che invece mantengono un carattere denigratorio – è entrata nell’uso corrente e attiene alle preferenze sessuali dell’individuo, assumendo di per sé un carattere neutro e per questo non è lesiva della reputazione di nessuno, anche nel caso in cui sia rivolta a una persona eterosessuale”.
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Insomma, se vi danno dell’omosessuale ve lo dovete tenere, non potete portare la faccenda in tribunale: diverso se vi danno della “checca”, del “culattone” o del “bulicio”, in quel caso c’è denigrazione ma se vi danno dell’omosessuale, ve lo tenete perché è una condizione che non ha nulla di intrinsecamente offensivo, è una condizione naturale dell’essere anche se non è la vostra. Insomma, tra poco potranno darvi dell’afro-americano anche se siete caucasico, perché è una condizione umana e non offende. Ora, al di là della follia di andare in tribunale per una disputa simile, vi pare normale? Per me, entro i limiti della legge, la gente può andare a letto con chi vuole, non mi interessa proprio ma gradirei che esistesse ancora la differenza tra omo ed etero e che io possa rivendicare la mia eterosessualità come tratto distintivo senza per questo essere bollato come retrogrado, discriminatore e fascista (o stalinista, come il Gandi interpretato da Renato Pozzetto ne “La patata bollente”).
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Ma ormai qui vale tutto, visto che la maternità maschile è una “conquista” a portata di mano. A certificare che la figura del “mammo” non sarà più relegata al regno della fiction, ci ha pensato la dottoressa Karine Chung, a capo del reparto fertilità della University of Southern California, la quale pensa che succederà davvero entro una decina di anni. Funzionerebbe sull’anatomia maschile il trapianto di utero, già testato con insuccesso lo scorso febbraio da un’equipe di medici svedesi? “Gli uomini non producono gli stessi ormoni, estrogeni e progesterone delle donne, nè le stesse connessioni sanguigne e la zona pelvica è meno accogliente ma questo rende l’intervento solo più complicato, non impossibile. Le donne trans fanno terapie ormonali, possono farsi ricostruire la vagina, il problema è far sì che questa si attacchi all’utero trapiantato e che il sistema vascolare funzioni bene. Se avessero conservato lo sperma di quando erano biologicamente maschi, potrebbero addirittura fecondare l’embrione e diventare contemporaneamente padre e madre”.
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Ora, tutto questo è normale e politicamente corretto, mentre chiedere ai propri elettori se vogliono più o meno marocchini nelle loro città o fare una battuta su Facebook è incitazione all’odio razziale o di genere che merita il tribunale e magari la galera? Quando, esattamente, qualcuno ha schiacciato il bottone dell’autodistruzione del buon senso? Come scrisse Nicolàs Gomez Dàvila, “spasmi di verità ferita o di brama repressa, le teorie democratiche inventano i mali che denunciano per giustificare il bene che proclamano”.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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