L’inflazione è oltre i target da cinque anni di fila ormai

Di Francesco Simoncelli , il - 9 commenti

di Lee Adler

A giugno 2012 Ben Bernanke è stato il primo che ha fissato un obiettivo d’inflazione ufficiale al 2%. Da allora la FED ha sostenuto che avrebbe cominciato a normalizzare i tassi d’interesse quando l’obiettivo sarebbe stato raggiunto e la disoccupazione sarebbe scesa al di sotto del 5%. Quest’ultimo obiettivo è stato a lungo soddisfatto, ma per quanto riguarda l’obiettivo dell’inflazione?

Beh, dipende da come si misura l’inflazione. E non sto parlando delle misure private che riflettono davvero la realtà, come il cosiddetto Flyover CPI di David Stockman. Sto parlando delle misure ufficiali.

Ce ne sono molte tra cui scegliere. Ed ecco, sorpresa delle sorprese, la FED ha scelto quella che è più soppressa e più lontana dall’esperienza della maggior parte delle famiglie americane: le spese personali al consumo (PCE), che sono salite di appena l’1% nel corso dell’ultimo anno e hanno avuto una media dell’1.2% negli ultimi 5 anni. Così la FED può far finta che l’inflazione sia “troppo bassa”, qualunque cosa voglia significare.

La mia misura ufficiale preferita, che i media mainstream non riportano, è l’indice dei prezzi alla produzione (PPI) per i prodotti al consumo finiti meno cibo ed energia. Rappresenta le variazioni di prezzo che i rivenditori pagano per il loro inventario di prodotti finiti. Ha costantemente superato l’indice dei prezzi al consumo (CPI) e la PCE sin da quando l’inflazione ha cominciato a rimbalzare dai minimi della recessione nel 2009.

Il calo dei prezzi dell’energia nel 2014 ha causato un grande tonfo nell’IPC totale, ma la misura Core ha continuato a salire più in alto. È risultata al di sopra del target della FED negli ultimi 2 anni, mentre la PCE è risultata meno della metà che nel corso degli ultimi 2 anni, facendo registrare una media dell’1.2% sin dal 2011.

Il PPI per i beni di consumo di base finiti, non soffre di tali manipolazioni. Tuttavia non è un indicatore perfetto dell’inflazione globale, poiché comprende solo i prodotti finiti e non comprende né le abitazioni né i servizi. Non ci sono nemmeno istruzione e servizi sanitari, i cui prezzi sembrano essere quasi iperinflazionati. Ma il PPI per i beni di consumo finiti è una rappresentazione molto più realistica dell’inflazione effettiva rispetto all’IPC.

Allora dove è finito tutto il denaro stampato dalla FED? Che tipo d’inflazione ha stimolato la ZIRP? La risposta è semplice: inflazione degli asset. Ma gli economisti non la tengono in conto. È pazzesco; tutto ciò che non è un bene di consumo, non conta. Non è inflazione. Quando i prezzi degli asset salgono, viene chiamato “apprezzamento”, quando in realtà è un risultato diretto dell’inflazione monetaria.

Quando la FED fissa un obiettivo d’inflazione, esso non ha nulla a che fare con l’inflazione monetaria, che in economia classica è un aumento sostenuto della massa monetaria. E non è quello che è accaduto? Fino al 2011, poco prima che Ben Bernanke decidesse che avremmo avuto bisogno di un obiettivo d’inflazione al 2%, l’offerta di moneta M2 era cresciuta ad un tasso annuo composto del 7.1%.

Ciò superava, ovviamente, l’obiettivo della FED. Ma questo non conta, così la FED si ritrova una scusa per continuare a stampare moneta o, mantenere i tassi d’interesse a zero.

Nel frattempo l’IPC è cresciuto a solo l’1.6% l’anno, perché il Bureau of Labor Statistics (BLS) l’ha sottovalutato. Quando aggiungiamo le abitazioni all’IPC e vi diamo il giusto peso, l’inflazione al consumo è tra il 2.5% ed il ​​3%. Sì, al di sopra dell’obiettivo della FED.

Cosa succede quando si continua ad avere un’inflazione monetaria al 7%, ma l’economia statunitense cresce solo tra l’1.5% ed il ​​2.5%? Succede che ci ritroviamo un’inflazione degli asset. La FED dice che gli appartamenti multifamiliari, la quintessenza del bene d’investimento immobiliare, sono stati inflazionati al 3.4% l’anno. Freddie Mac ha dichiarato alla fine del 2015 che le proprietà multifamiliari erano aumentate in valore del 13-15% l’anno dal 2009 al 2015.

Il Joint Center For Housing Studies di Harvard, ha dichiarato che gli investimenti immobiliari multifamiliari si sono “apprezzati” del 40% nei 5 anni fino al 2015. Quindi, chi lo sa? Una cosa sembra certa, i suoi numeri sono ovviamente troppo bassi, come tutto il resto della misure dell’inflazione.

Nel mercato delle case unifamiliari il Federal Housing Finance Agency (FHFA) afferma che i prezzi sono in aumento del 5.9% l’anno. Il FHFA utilizza una misurazione estremamente conservatrice, in cui sono sovraponderate le vecchie case. L’indice dei prezzi delle case del NAR mostra una crescita dei prezzi del 7% l’anno sin dal 2011, esattamente lo stesso tasso dell’inflazione monetaria.

Nel frattempo il Census Bureau dice che i nuovi prezzi di vendita delle case sono aumentati del 5.2% l’anno, e questo dopo una grande crisi nel corso dell’ultimo anno, il che suggerisce che il mercato immobiliare si sta indebolendo.

La FED vuole rialzare i tassi dei mutui proprio quando il mercato immobiliare sta iniziando a mostrare segni di debolezza?

Non sarebbe una sorpresa per nessuno di noi se la FED commettesse l’ennesimo errore grossolano. Il suo tempismo è stato atroce sin da quando Greenspan è succeduto a Volcker. Siamo semplicemente di fronte all’ennesimo abbaglio nella sua storia di errori seriali e strategici.

Sì, i tassi devono salire qualora volessimo ritornare ad un’economia sana con tassi d’interesse razionali che portano a rendimenti degli investimenti e decisioni razionali, ma la FED ha aspettato troppo a lungo. E non ha lasciato nessuna via di fuga che non coinvolga un dolore economico enorme. È troppo tardi per un atterraggio morbido.

Quindi la FED si concentra sull’inflazione al consumo utilizzando misure soppresse e sottovalutare in maniera massiccia la PCE. Al contempo, il consumo aumenta più rapidamente rispetto alle misure ufficiali, danneggiando le famiglie statunitensi.

L’inflazione al consumo ha in realtà più che compensato gli aumenti salariali che sono stati in media dell’1.5-2.5% sin dal 2011. Se i consumatori non stanno guadagnando di più, non possono spingere più in alto l’inflazione dei beni di consumo, perché non hanno i soldi. I banchieri e gli speculatori ce li hanno, e hanno fatto in modo di non condividerli con i lavoratori che raschiano il fondo del barile per tirare avanti.

Se i salari non crescono, non c’è modo affinché salgano i prezzi al consumo, non importa quanto la FED arroventi la sua stampante e mantenga i tassi d’interesse a zero. C’è un eccesso d’offerta di lavoro e le imprese stanno riducendo la necessità di manodopera automatizzando ogni attività possibile. Questa non è una novità. L’automazione è una caratteristica fondamentale del mercato. I sindacati sono crollati anni fa. La globalizzazione ha abbassato i salari.

Tutti questi processi sono strutturali. La politica monetaria allentata non stimolerà mai la crescita dei salari e l’inflazione al consumo. Ogni grande banca centrale c’ha provato, nel caso del Giappone parliamo di decenni, e non ha mai funzionato. E non funzionerà mai. Eppure, proprio di recente, Janet Yellen ha minacciato d’implementare più di quella cosa che finora è fallita. È folle.

Quello che otteniamo dall’allentamento monetario è l’inflazione degli asset, la quale ha impresso una patina di stabilità su quella che è una situazione pericolosamente instabile. È all’orizzonte una perdita di fiducia, e una volta palesata non passerà molto tempo prima che arrivi una margin call facendo crollare i prezzi degli asset in un’ondata di liquidazioni e deleveraging.

Una volta che la fiducia viene a mancare, non ci sarà abbastanza denaro per soddisfare tali obblighi, in quanto le margin call ne distruggeranno più di quello che può essere raccolto per ripagare i debiti. Continue vendite di asset porteranno ad un crollo deflazionistico.

E a quel punto cosa farà la FED? Comprerà tutto? Non ci scommetterei, ma sarà troppo tardi.

Saluti,

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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