Perché la Svezia invita le sue città a prepararsi alla guerra? La russofobia patologica dilaga

Di Mauro Bottarelli , il - 51 commenti

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Con una mossa inaspettata, il governo svedese ha recapitato uno strano regalo natalizio alle municipalità del Paese: ha infatti avvisato le autorità cittadine di preparare infrastrutture di difesa civile e procedure ad hoc per una possibile guerra. Di fatto, il ritorno della Svezia ai tempi della Guerra Fredda e della strategia di difesa totale. Le istruzioni per un incremento del grado di preparazione e risposta a un conflitto armato è stato inviato a tutti i responsabili della sicurezza delle città svedesi dalla MSB, l’autorità che opera in seno al ministero della Difesa e ha come compito la protezione civile, la sicurezza pubblica, la gestione delle emergenze e la difesa civile. Il quotidiano Svenska Dagbladet ha ottenuto copia della lettera, nella quale si legge che “la situazione attuale pone un’alta necessità di velocità operativa e decisionale, di condivisione delle informazioni, di comunicazione in stato di crisi, di flessibilità, robustezza e gestione di informazioni segrete”.
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Quanto successo in questi giorni viene definito dal governo come la naturale prosecuzione del processo di restaurazione della strategia chiamata “Totalförsvarsplaneringen” (Controllo totale), compiuto nel dicembre dello scorso anno e che contempla misure economiche e civili in aggiunta a quelle militari. All’epoca, il ministero della Difesa giustificò la scelta con “il peggioramento della situazione internazionale e l’aumentata incertezza nell’area di nostra competenza”. E ancora: “Ciò che c’è di nuovo è che la situazione legata alla sicurezza nella nostra regione è deteriorata e quindi dobbiamo prepararci in termini di possibilità di guerra e conflitto. Questa strategia non è nuova, l’abbiamo utilizzata durante la Guerra Fredda e ora stiamo rafforzando il coordinamento per quanto riguarda la difesa civile”. In un tentativo di placare le tensioni, l’MSB, attraverso il suo portavoce Svante Werger, ha dichiarato che “non c’è nulla che indichi la possibilità di una guerra ma abbiamo il mandato del governo a pianificare strategie per quella evenienza”. Insomma, si pianifica così per passare il tempo.
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In molti hanno criticato la mossa, sottolineando come nel budget del governo non ci siano coperture sufficienti a finanziare il piano: per molti anni, in effetti, la Svezia ha usato la presunta minaccia russa per aumentare la spesa per la difesa, spesso dipingendo come atti di aggressione dei semplici episodi avulsi dalla strategia militare di Mosca. All’inizio di questa settimana, poi, il capo dell’intelligence svedese ha dichiarato che “la Russia è la più grande fonte di cyber-attacchi e operazioni per influenzare l’opinione pubblica che la Svezia abbia in questo momento”. In settembre, 150 militari sono stati messi in servizio permanente sull’isola di Gotland, non lontano dal territorio russo, in seno a un’operazione giustificata con “fattori esterni”.
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Addirittura, è stata riportata in servizio una postazione missilistica per aumentare le difese contro attacchi dal mare: insomma, la Svezia sta tirando la volata alla Nato e il nodo della questione resta il Mar Baltico, teatro a detta degli svedesi di scorrerie dei jet russi. E questa ossessione ha raggiunto anche vette di ridicolo nel l’ottobre del 2014, quando la Marina svedese ha lanciato una caccia su larga scala di un presunto sommergibile russo entrato nelle sue acque territoriali: peccato che si scoprì che l’allarme fu causato da un’imbarcazione civile. Ma non importa, nel 2015 il governo ha finanziato con ulteriori 696 milioni di dollari l’aumento delle capacità di difesa nel periodo 2016-2020 per “l’accrescere delle preoccupazioni legate alla presenza russa nel Baltico”.
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E’ proprio questa la narrativa? Forse non del tutto, visto che proprio ieri il capo del Dipartimento per la cooperazione con l’Europa del ministero degli Esteri russo, Andrei Kelin, ha dichiarato che “la Russia darà un’adeguata risposta al rafforzamento delle infrastrutture militari della Nato vicine ai nostri confini. Se continueranno, reagiremo appropriatamente”. E a Mosca si nutre qualche scetticismo anche rispetto alla promessa di Donald Trump di minor interventismo e presenza Usa in seno alla Nato: “Anche se prendiamo in considerazione l’insediamento del nuovo presidente americano, io penso che non ci sia possibilità per pensare che questa decisione dell’Alleanza Atlantica, la quale è aggressiva e pone pressioni sulla Russia, non verrà implementata. La burocrazia della Nato non lo permetterà”.
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E ancora: “Se guardiamo al processo di aumento e al rafforzamento delle infrastrutture militari della Nato nel fronte Est, è chiaro che tutte queste misure influenzano direttamente la nostra sicurezza nazionale. Quindi, sarà naturale che terremo in considerazione tutto questo durante la nostra pianificazione di difesa”. Cosa farà Donald Trump una volta diventato presidente, darà davvero corso alle sue promesse oppure le pressioni del comparto bellico-industriale Usa saranno troppo forti per arrivare davvero a un ridimensionamento significativo dell’impegno Usa nella Nato?
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Difficile dirlo ora, di certo c’è soltanto il continuo lavorio del Deep State e della stampa americana per sabotare i piani del tycoon di normalizzare la relazioni con Mosca, soprattutto dopo la nomina a segretario di Stato di Rex Tillerson, amico personale di Vladimir Putin e insignito della “Medaglia dell’amicizia”, la più alta onorificenza russa. Guarda caso, ecco che prende corpo un’altra bufala: proprio il presidente russo, Vladimir Putin, sarebbe stato infatti personalmente coinvolto negli attacchi informatici avvenuti durante la campagna elettorale per le presidenziali statunitensi. Lo hanno riferito alla Nbc, due alti funzionari dell’intelligence americana, a detta dei quali sarebbe stato Putin a dare istruzioni su come ottenere e poi utilizzare il materiale hackerato ai democratici. I due hanno sostenuto di poter puntare il dito contro Putin “con un alto livello di fiducia”, precisando di aver ottenuto le informazioni da fonti diplomatiche e spie che lavorano per alleati americani.
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Gli obiettivi di Putin sarebbero stati diversi, ha detto una fonte, precisando che quello che è iniziato come “una vendetta contro Hillary Clinton”, si è poi trasformato nel tentativo di mostrare la corruzione della politica americana e di “dividere i principali alleati degli Stati Uniti, facendo credere loro di non poter più contare sugli Stati Uniti come leader mondiale credibile”. Stando alla Nbc, Putin non avrebbe mai perdonato a Clinton di aver messo in dubbio i risultati delle legislative russe del 2011, quando ricopriva la carica di segretario di Stato, incoraggiando manifestazioni di piazza insieme all’amico e finanziatore George Soros, le cui ong furono infatti messe fuorilegge in Russia subito dopo il voto.
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Il Washington Post, inoltre, ha pubblicato le conclusioni di un rapporto della CIA, a detta del quale la Russia sarebbe intervenuta con attacchi hacker nella campagna elettorale americana con il preciso intento di favorire l’elezione di Donald Trump. Non c’è niente da fare, la sconfitta di Hillary Clinton non l’hanno proprio digerita e non c’è nemmeno più il ritegno di cercare scuse con un minimo di credibilità. Il problema, al netto che la corruzione nella politica Usa esiste e quelle mail e quei leaks lo hanno dimostrato apertamente, non è che Putin le abbia più o meno fatte hackerare, è che la CIA continua a parlare di prove senza mai mostrarne una. Tutto sentito dire, rivelazioni, confidenze di fonti autorevoli: mai un pezzo di carta o un’intercettazione o un tracciato. Nulla. E, guarda caso, l’ultimo sondaggio della Fox dimostra come gli americani non si stiano bevendo la colossale bufala della Guerra Fredda telematica messa in campo da Obama e soci.
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Ma al di là delle sparate dell’intelligence, oltretutto smentite pubblicamente dall’FBI (sintomo di una guerra intestina in atto nel Deep State), c’è dell’altro a far propendere per un Trump che, se eletto (finché non lo vedo a Pannsylvania Avenue, non ci credo), non potrà dar vita al suo progetto di normalizzazione delle relazioni con la Russia. Proprio ieri il potentissimo Council on Foreign Relations ha infatti pubblicato il suo annuale Preventive Priorities Survey, report che valuta gli attuali e i potenziali focolai di conflitto, basando la sua analisi sulla probabilità che accadano nei prossimi anni e sull’impatto che questi avrebbero sugli interessi degli Usa. La possibilità che i potenziali conflitti divengano realtà è stata divisa in due gruppi, quelli con moderata possibilità ma con forte impatto e quelli con alta probabilità ma moderato impatto per gli Stati Uniti.
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Il sondaggio è stata compiuto come al solito tra esperti molto influenti di politica estera e a differenza degli anni precedenti, nel Preventive Priorities Survey per il 2017 non è presente uno scenario che abbia contemporaneamente alta probabilità di accadere e alto impatto sugli interessi Usa, un cambio netto rispetto all’anno scorso, quando l’intensificarsi del conflitto in Siria era considerato la minaccia più urgente. E se per il 2017, un peggioramento dello scenario siriano viene preventivato dagli esperti ma degradato a impatto moderato per Washington, ecco che il primo della lista degli eventi con moderata probabilità ma alto impatto è “una deliberata o non preventivabile disputa militare tra Russia e membri Nato, destinata a emergere dall’atteggiamento assertivo di Mosca nell’Europa dell’Est”.
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Segue, una seria crisi con la Corea del Nord per un test missilistico intercontinentale, una provocazione militare o instabilità politica (la vedo dura a esportare primavere colorate a Pyongyang) e, guarda caso, al terzo posto un cyber-attacco altamente distruttivo contro una infrastruttura sensibile degli Usa (indovinate che avrà ordinato e condotto quell’attacco?). Al quarto posto, troviamo un attacco terroristico di massa su suolo statunitense o contro un Paese alleato, condotto da terroristi stranieri o cresciuti nella nazione che attaccano: le false flag, ancorché un po’ generiche, le annunciano anche nei report adesso, questa è davvero classe. Ci sono poi i rischi con maggiore probabilità ma minor impatto, tra cui al primo posto spicca l’aumento della violenza e dell’instabilità in Afghanistan a causa del continuo rafforzamento dei talebani e del potenziale crollo del governo, mentre al secondo troviamo l’intensificarsi della violenza tra Turchia e fazioni armate curde, sia entro i confini turchi che nelle nazioni confinanti. Guarda caso, l’evento a rischio subito dopo è “un’intensificazione della guerra civile in Siria, dovuta a un aumento del supporto esterno alle parti in conflitto, incluso anche l’intervento militare di potenze straniere”. Come per le “previsioni oltraggiose” di Saxo Bank per l’economia, chissà quanti scenari azzeccherà – o farà in modo di azzeccare – il Council on Foreign Relations?

P.S. I 28 leader europei riuniti ieri a Bruxelles hanno concordato di rinnovare le sanzioni economiche contro la Russia varate per l’annessione della Crimea e la destabilizzazione del Donbass, come già previsto: le misure colpiscono i settori finanziario, dell’energia, della difesa e dei beni a duplice uso civile-militare. Le sanzioni sono in scadenza il 31 gennaio 2017 e saranno rinnovate per altri sei mesi, con procedura scritta che si concluderà prima di Natale. Io non ho commenti da fare. L’articolo 414 del codice penale e il mio avvocato me lo vietano.

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