Un dollaro più forte causerà una guerra commerciale con l’Europa?

Di Francesco Simoncelli , il - 1 commento

L’articolo di oggi s’interroga giustamente su una possibile normalizzazione della politica monetaria in caso di guerra commerciale tra Stati Uniti ed Europa. Esso si focalizza solo sullo swap con titoli di stato. C’è un altro tipo di titoli che potrebbero creare grattacapi allo zio Mario: i titoli societari. Sin da quando la BCE ha affermato che i titoli societari europei erano tanto eligibili nel suo programma di QE quanto i titoli di stato, adesso possiede il 9.2% (€50 miliardi) dell’intero mercato obbligazionario societario europeo (€550 miliardi). Un’inversione di tendenza di questo programma d’acquisti scatenerebbe la Madre di Tutte le Offerte di Vendita da parte di investitori retail ed istituzionali; infatti parte del mercato obbligazionario societario europeo può sfoggiare rendimenti negativi solo in virtù della Gigantesca Offerta d’Acquisto della BCE, altrimenti in condizioni normali di mercato sarebbero un’impossibilità. A €3,600 miliardi, il bilancio della BCE ha raggiunto il 35% del PIL dell’Eurozona. Ogni mossa intrapresa dallo zio Mario per “fare tutto il possibile e salvare l’Unione Europea” ha portato con sé un grado crescente di rischio, perché la volatilità nel rating di tali titoli potrebbe creare significativi buchi di bilancio. Qual è la strategia di normalizzazione? Non esiste, altrimenti l’intero castello di carte fondato sulla fiducia si sfalderebbe. Ecco perché gli acquisti d’oro fisico sono ancora forti ed il recente calo dei prezzi riguarda esclusivamente il paper market.
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di Brendan Brown

I mercati non hanno tardato a vedere oltre la vacuità dell’annuncio della Banca Centrale Europea (8 dicembre) di voler ridurre il ritmo della stampa di denaro, mossa prevista per l’aprile del prossimo anno. La BCE prevede di ridurre il suo “stimolo” da €80 miliardi al mese fino a €60 miliardi al mese. Ma prevede di farlo nove mesi prima di ogni ulteriore commento — rispetto ai soliti 6 mesi.

Sessanta miliardi è un numero enorme e la persistenza della BCE nel volersi attenere alla sua politica radicale, suggerisce che Draghi e il Cancelliere Merkel sono profondamente preoccupati per una crisi finanziaria che potrebbe sconquassare lo status quo in Europa. Il potenziale fattore scatenante potrebbe essere l’Italia — ma anche le elezioni incombenti in Olanda e soprattutto in Francia.

Ognuno si rende conto che una crisi del debito in Europa, prima delle elezioni tedesche del prossimo autunno, potrebbe far affondare il Cancelliere Merkel.

C’è un problema più importante però.

Sta diventando chiaro che anche al di là della stagione elettorale in Europa, la “normalizzazione monetaria” potrebbe non essere fattibile.

Per capire questo fatto, dobbiamo renderci conto che la normalizzazione monetaria reale (non quella spacciata dal trio Bernanke/Yellen/Fischer che prevede parlare di aumenti dei tassi salvo poi lasciare tutto invariato) ha tre componenti principali:

In primo luogo, il ripristino della base monetaria come fulcro del sistema economico, il che significa un grande restringimento del bilancio della banca centrale; in secondo luogo, una liberazione dei tassi d’interesse dalla manipolazione della banca centrale; in terzo luogo, l’abrogazione del target d’inflazione al 2% e la predilezione per una stabilità dei prezzi nel lungo periodo (ma non nel breve periodo).

I mercati si rendono conto che gli Stati Uniti potrebbero seguire questa strada con Trump, almeno fino alla prossima recessione. L’esatta tempistica potrebbe dipendere da quando la Yellen si ritirerà o si dimetterà. Ma l’innesco è un dettaglio, e in ogni caso la nuova amministrazione darà un forte segnale d’intenti qualora volesse puntare su due governatori della FED. Ci si aspetta un annuncio entro la metà dell’anno prossimo.

Come gli Stati Uniti potrebbero normalizzare la loro politica monetaria

A quel punto potrebbero emergere indiscrezioni su come procederebbe la normalizzazione monetaria negli Stati Uniti. Molto probabilmente ciò comporterà l’intermediazione della Casa Bianca tra la FED ed il Tesoro USA, dove la prima scambierebbe il proprio portfolio di titoli del Tesoro a lunga scadenza (e possibilmente titoli coperti da ipoteca) con il secondo in cambio di titoli del Tesoro a breve scadenza, i quali potrebbero essere poi venduti rapidamente con un’operazione di mercato aperta che restringerebbe la base monetaria.

È vero, la Yellen e Fischer non contemplerebbero un simile accordo, poiché in apparente contrasto con la tanto decantata indipendenza della banca centrale. Problema: qualsiasi indizio di un tale accordo farebbe schizzare in alto il dollaro rispetto alle valute dove non c’è una tale normalizzazione — l’Europa, ad esempio. E, naturalmente, la Cina è un argomento totalmente diverso, poiché qualsiasi normalizzazione monetaria in Cina è lontana anni luce dati gli enormi rischi finanziari coinvolti.

Così la Germania, con il più grande surplus commerciale sulla Terra (la sua eccedenza nelle partite correnti potrebbe raggiungere il 9% del PIL l’anno prossimo), potrebbe essere diffamata nel rapporto semestrale emesso dal Tesoro USA per manipolazione della valuta. Già in passato la Germania poteva finire in questa lista, anche se poi non c’è mai finita.

Anche la Cina, a difesa dei suoi enormi squilibri commerciali, è pronta a puntare il dito contro Giappone e Germania, additandoli come trasgressori.

Ma questa volta il Giappone è in una situazione diversa.

E il Giappone?

È politicamente possibile che il primo ministro Abe ed il capo della sua banca centrale, Kuroda, possano copiare l’esempio degli Stati Uniti ed organizzare uno swap simile per abbattere la base monetaria (le due parti sarebbero la BOJ ed il Ministero delle Finanze). Inoltre c’è ampio consenso che la BOJ si allontanerà dal suo attuale tetto a zero riguardo i tassi a lungo termine (tramite un intervento potenzialmente enorme, ma volatile, finanziato con la stampa di denaro). Questo avverrebbe probabilmente in due fasi (prima alzando il tetto, poi abbandonandolo).

La priorità per Tokyo potrebbe essere quella di consolidare l’alleanza strategica con Washington, in vista dei crescenti pericoli geo-politici legati alla Cina ed al vuoto rimasto dopo il crollo dell’accordo Trans-Pacific Trade.

È possibile che la BCE e Berlino possano avere dei ripensamenti circa la normalizzazione monetaria nel contesto di una potenziale guerra commerciale con gli Stati Uniti?

Sì, potrebbero avere dei ripensamenti, ma cosa possono fare?

Non esiste alcun Ministero Europeo delle Finanze mediante il quale tutte le sofferenze bancarie e le obbligazioni nel bilancio della BCE, possono essere scambiate per i Buoni del Tesoro. E se i Ministeri delle Finanze tedesco, francese o olandese volessero prendersi la briga di fare una cosa del genere, i loro governi dovrebbero riconoscere il fallimento degli interventi della BCE nel “fare tutto il necessario per salvare l’UME.”

E quindi non solo le elezioni che ora mettono in discussione lo status quo in Europa. Una guerra commerciale è proprio dietro l’angolo. E questa è una sfida non solo per la moderna cancelliere Metternich e lo status quo europeo, ma anche per la prosperità globale.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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