Tra Usa, Iran e Cina, il Deep State gioca la sua ultima partita. Cercando di avvelenare i pozzi

Di Mauro Bottarelli , il - 33 commenti

iran-usa2
Il referendum costituzionale e i suoi ricaschi politici stanno monopolizzando da giorni i media italiani, tanto che pare non esista altro al mondo, se non l’orizzonte più o meno temporalmente lungo del governo Gentiloni. Bene, sta accadendo anche altro. Primo, nel silenzio bilioso delle Goracci e delle Botteri, Aleppo è stata liberata ed è ora sotto il controllo totale delle milizie filo-governative. In compenso, qualcuno ha facilitato l’arrivo di armi e uomini a Palmira, utilizzando la scusa delle tregue e dei cessate-il-fuoco: non so quanto durerà la pazienza di Vladimir Putin ma il fatto che l’esecutivo di Donald Trump veda un filo-russo (per quanto possa esserlo uno statunitense) come Rex Tillerson nel ruolo di segretario di Stato, accorcia a un solo mese il periodo utile per il Deep State per rimestare nel torbido e cercare di avvelenare i pozzi delle relazioni internazionali.
fake-news-invasion

Ma non è la Siria il principale teatro di destabilizzazione in atto, bensì sottotraccia l’Iran. Il 2 dicembre scorso, infatti, il Senato americano ha approvato una proroga di dieci anni alle sanzioni contro la Repubblica islamica: la legge prevede la possibilità di imporre restrizioni nei settori della difesa, delle banche e dell’energia in caso di mancata applicazione dei termini dell’accordo sul nucleare faticosamente raggiunto nel 2015. Il testo passa ora all’approvazione del presidente uscente Barack Obama, il quale a detta del suo portavoce non considera il provvedimento necessario ma neanche una retromarcia sui patti. Non è un mistero che Donald Trump ritenga quell’accordo pericoloso per la sicurezza globale, da cancellare insomma.
trump_mattis
E non è parso un segnale distensivo la nomina del generale dei Marines in congedo, James Mattis, ex capo delle operazioni in Medio Oriente, come nuovo segretario alla Difesa. “Cane pazzo” è infatti totalmente allineato al presidente designato sull’Iran, che considera la principale minaccia alla stabilità della regione mediorientale. Stratega solido e rispettato, ha accusato l’amministrazione Obama di ingenuità per aver approvato un accordo che rallenta ma non ferma il percorso iraniano verso la bomba nucleare. E proprio nelle ultime 24 ore la tensione tra Washington e Teheran è tornata a salire, aprendo un pericoloso varco nel quale possono infilarsi posizioni estreme come quelle di Mattis. O di qualche corpo intermedio con interesse particolari. Finora, infatti, l’Iran aveva minacciato solo generiche ritorsioni contro la decisione del Senato Usa ma, tra ieri ed oggi, i toni si sono fatti più estremi.
iran-usa4
Prima il ministro delle Difesa iraniano, Hossein Dengham, ha detto chiaramente che se Trump dovesse rigettare l’accordo raggiunto tra Teheran e Obama, “il risultato sarebbe un guerra che potrebbe significare la distruzione di Israele e contagiare l’intera regione, prodromo di una possibile guerra mondiale”. Oggi invece è stato il turno del presidente iraniano, Hassan Rouhani, il quale ha ordinato, come rappresaglia per le sanzioni Usa, che gli scienziati dell’Atomic Energy Organization of Iran e in particolar modo il loro direttore, Ali Akbar Salehi, preparino un progetto per lo sviluppo di reattore sia per uso marittimo che per la produzione di carburante a tal fine entro tre mesi. Ecco le parole di Rouhani: “Gli Stati Uniti non stanno rispettando a pieno l’accordo nucleare. Con riferimento alla recente estensione dell’Iran Sanctions Act, ordino che la Atomic Energy Organization of Iran pianifichi la costruzione di un propellente nucleare da utilizzarsi in trasporti via mare”. Insomma, si parla solo di navi o anche di sottomarini nucleari, come annunciato già nel 2012?
iran-hassan-rouhani

Ma a far temere che da qui al 20 gennaio, il Deep State possa cercare l’estremo sabotaggio, di fatto contando anche sulla propensione anti-iraniana della nuova amministrazione, c’è il fatto che il giorno prima del voto del Senato Usa sul rinnovo delle sanzioni, ovvero il 1 dicembre, Bloomberg rendeva noto un attacco hacker sponsorizzato da un Stato sovrano “perpetrato attraverso azioni distruttive in Arabia Saudita nelle ultime due settimane, facendo sparire dati e creando il caos nei computer dell’agenzia che controlla gli aeroporti del Paese, oltre ad altri cinque obiettivi”. Bloomberg parla genericamente di “parecchie agenzie governative colpite nel corso di attacchi provenienti da fuori il Regno”.
hacker-attack
Ed ecco che, stando a “evidenze digitali” citate da fonti saudite, lo Stato che avrebbe sponsorizzato l’attacco sarebbe proprio il nemico storico di Ryad, l’Iran. A differenza dell’attacco del 2012 contro Aramco o di quello del 2014 della Nord Corea contro Sony Pictures, “in questo caso l’azione è stata perpetrata facendo detonare un’arma cibernetica dentro il network di diversi soggetti tutti insieme e in una volta sola. Non è chiaro se l’Iran sia dotato di una capacità tecnologica tale da consentire un attacco di questa complessità”. Per James Lewis, direttore dei programmi per le tecnologie strategiche al Center for Strategic and International Studies di Washington, “chiunque abbia compiuto questo attacco è al corrente delle sue implicazioni verso l’accordo nucleare”, tanto che è stato compiuto tra l’elezione di Donald Trump e il meeting chiave dell’Opec del 4 dicembre scorso.
iran_saudi
A detta di Lewis, ” questi attacchi possono essere il classico sparo nel piede che l’Iran si è procurato ma possono anche essere opera di un’altra nazione che tenta di mascherarsi con identità iraniana nella speranze di far deragliare l’accordo attraverso un atto provocatorio”. Ad oggi, infatti, gli investigatori non hanno trovato, né mostrato al mondo alcuna prova della responsabilità di Teheran per l’attacco: una sofisticata false flag per ingenerare sospetto e preparare il campo a un’escalation?

Non è un caso che, con un atto totalmente arbitrario e irrituale per un presidente uscente, lo scorso 10 dicembre Barack Obama abbia ordinato un’inchiesta supplementare e approfondita sull’hackeraggio russo del Congresso democratico e sul suo eventuale ruolo di manipolazione nel voto dell’8 novembre per la Casa Bianca. Detto fatto, venerdì scorso il Washington Post ha pubblicato le prime indiscrezioni di un rapporto dell’intelligence a un gruppo di parlamentari, dal quale si evince che Mosca non solo ha interferito nelle elezioni ma ha cercato di aiutare Trump: sono state individuati i personaggi vicini al Cremlino che hanno fornito a Wikileaks le email rubate a Hillary Clinton e ai suoi collaboratori.
donald-trump-russian
E il New York Times ha poi aggiunto un particolare, sostenendo che l’intelligence Usa abbia le prove che gli hacker russi abbiano raggiunto i server del Partito Repubblicano, senza però diffondere dati o email compromettenti nelle settimane calde delle elezioni Usa. C’è però un problema, a conferma della guerra senza quartiere in atto nel Deep State: la granitiche evidenze della CIA vengono infatti smontate dall’FBI, visto che in un incontro con membri del Parlamento, sia repubblicani che democratici, un funzionario di alto livello del controspionaggio federale ha definito le osservazioni della CIA sul caso “ambigue e confuse”. Questo screenshot di un mail interna all’entourage della Clinton
hillary-press
ci dimostra plasticamente l’equidistanza della stampa cosiddetta autorevole nei confronti della politica Usa: se la CIA avesse detto che esistevano hacker da Marte, il New York Times e il Washington Post avrebbero fatto un reportage a sostegno della tesi seduta stante.

Unite a tutto questo il fatto che uno dei principali alleati commerciali, energetici e militari dell’Iran sia la Cina e che Donald Trump abbia già alzato la tensione con Pechino con la telefonata alla presidente di Taiwan e capite da soli che i fronti di destabilizzazione potenziale sono molti, soprattutto con un mese ancora di lame duck session e con il Deep State spaccato in due fazioni, in guerra tra loro. Ieri il ministro degli Esteri cinese, Geng Shuang, è stato chiaro: “La politica di una sola Cina è il fondamento per il sano sviluppo delle relazioni con gli Usa. Se questo fondamento viene alterato, non c’è più terreno per il dialogo e l’ulteriore sviluppo di sane e stabili relazioni tra la Cina e gli Usa, oltre naturalmente alla fine della loro cooperazione bilaterale in tutti gli aspetti”.
iran_china
Siamo a ciò che precede una dichiarazione di guerra, cioè la minaccia di rottura delle relazioni diplomatiche. E se la diplomazia deve mantenere un tono, la politica e la stampa da essa controllata possono permettersi, come ha fatto il “Global Times”, di definire Donald Trump “un bambino immaturo e un ignorante che pensa che tutto sia business e abbia un prezzo”. E ancora, citando una fonte anonima di governo: “Dimostreremo che gli Stati Uniti non dominano più da un pezzo lo stretto di Taiwan”. Peccato che laggiù ci siano 1000 missili puntati e una legge approvata 11 anni garantisca alla Cina il diritto di intervenire con la forza, se Taiwan dichiarasse l’indipendenza. Attenzione agli ultimi fuochi artificiali del Deep State.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Shares
Grazie per avere votato! Ora dillo a tutto il mondo via Twitter!
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"
Come ti senti dopo avere letto questo post?
  • Eccitato
  • Affascinato
  • Divertito
  • Annoiato
  • Triste
  • Arrabbiato

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi