Eutanasia del centrodestra. Ovvero, fine del vivere da democristiani per timore di apparire dei missini

Di Mauro Bottarelli , il - 35 commenti


La nuova versione dell’Italicum uscita dalla Consulta ieri non è altro che un sistema elettorale ad hoc per grandi coalizioni. O inciuci, chiamatelo come volete, la sostanza non cambia. Il premio di maggioranza scatta infatti per la lista più votata, se questa supera il 40% dei voti, ad oggi un miraggio per tutti. Inoltre, niente ballottaggio. Di fatto, un ritorno mascherato al proporzionale. Ovviamente è subito partita la gara tra chi vuole votare subito (renziani, M5S, Lega Nord e Fratelli d’Italia) e chi invece ritiene che la legge abbia bisogno ora di una revisione parlamentare, un tagliando, al fine di armonizzare i sistemi di voto di Camera e Senato (minoranza PD e ala gentiloniana, Forza Italia, UDC e centristi vari).

Ma la Consulta è stata chiara, la nuova versione dell’Italicum è immediatamente utilizzabile in caso di ricorso alle elezioni anticipate. Dubito che il presidente Mattarella auspichi uno scioglimento anticipato delle Camere e un ritorno al voto, visto che il governo Gentiloni ha parecchi dossier di peso in agenda (il G8 a Taormina, il caso MPS, l’emergenza immigrazione e quella legata al mondo del lavoro) e il Quirinale pare lo abbia, con il passare dei giorni, investito di poteri e responsabilità sempre maggiori, lasciando intendere che si andrà a scadenza di legislatura e, quindi, al voto nel 2018.

Devo ammettere che la diatriba non mi appassiona. Affatto. C’è però un altro argomento strettamente connesso a questo che mi sta a cuore, ovvero la morte – per eutanasia – del centrodestra in Italia, la speranza che il proporzionalismo insito nella nuova legge faccia sparire il cancro delle coalizioni elettorali. Nonostante non rompano ufficialmente per ovvi motivi di convenienza, Forza Italia e centristi stanno correndo una corsa in solitaria rispetto all’ala destra della coalizione, ovvero Lega Nord e Fratelli d’Italia. Di fatto, Berlusconi ha dato vita a un Nazareno 2.0 con l’attuale governo e la riprova la si è avuta con la telefonata di Fedele Confalonieri, numero uno di Mediaset, a Paolo Gentiloni, fresco di nomina a primo ministro, per cercare uno scudo difensivo politico e istituzionale nello scontro con Vivendi, in odore di scalata del Biscione.

L’attivismo del governo in tal senso, più sfumato da parte di Gentiloni, più mercato nel caso del ministro Calenda e il muro finale alzato dall’Agcom contro Bollorè sono stati la riprova dell’ok dell’esecutivo a larghe intese con Forza Italia e centristi, mai dichiarate ufficialmente ma scritte con i fatti. Se il governo dovesse rischiare di andare sotto al Senato, magicamente gli uomini del Cavaliere a Palazzo Madama verranno colti da diarrea di massa e lasceranno l’aula. Depotenziato l’impresentabile Denis Verdini, ingraziandosi così l’ala bersaniana e speranziana del PD, ora Gentiloni puà contare su un alleato fedele: hanno bisogno l’uno dell’altro, chi tradisce rischia di farsi male.

Di tutt’altro tenore l’opposizione messa in campo contro il governo da Lega Nord e Fratelli d’Italia, durissimi su tutto ma addirittura intransigenti per quanto riguarda il tasto dell’immigrazione e del salvataggio delle banche. Di più, sabato a Roma Giorgio Meloni sarà in piazza con Matteo Salvini in nome dell’Italia sovrana, del “no” al governo Gentiloni e per il ritorno immediato alle urne. Sarà importante non tanto contare la presenza numerica alla manifestazione ma quella di militanti e rappresentanti di Forza Italia: ad oggi, l’unica adesione di peso è quella del governatore della Liguria, Giovanni Toti, da tempo in sintonia con il duo Meloni-Salvini grazie all’ottimo rapporti di collaborazione che lo lega ai governatori leghisti di Lombardia e Veneto, Roberto Maroni e Luca Zaia.

Per il resto, temo sarà una defezione totale. Ci sarà CasaPound? Dalle dichiarazioni dei suoi dirigenti pare di no, visto che puntano alla soglia del 3% e a mandare qualche loro rappresentante in Parlamento per lottare in maniera indipendente e non a fianco di chi “ha governato l’Italia negli ultimi vent’anni”. Ci sono poi le destre numericamente residuali di Francesco Storace e Gianni Alemanno e quella apertamente neo-fascista di Forza Nuova ma, alla prova dei numeri, il centrodestra senza centro viaggia attorno al 18-19%. Intercettare i delusi dell’M5S per rinfoltire l’elettorato? Impossibile, lo studio presentato questa mattina da Alessandra Ghisleri, sondaggista preferita di Berlusconi, parla chiaro: se anche l’M5S è sceso dal circa 30% al 27% dalle mail di Di Maio ad oggi quei voti non tornano ai partiti tradizionali ma vanno a ingrossare ulteriormente le file dell’astensione.

E’ un male per l’elettorato che si riconosce in quest’area, la spaccatura tra il Cavaliere e il duo Meloni-Salvini? Io dico di no, perché è giunto il tempo di guardare in faccia la realtà che è stata negata per troppi anni. A partire dalla decisione di far confluire AN in Forza Italia, ovvero di sciogliere nell’acqua insapore del partito azienda una storia politica che, piaccia o meno, ha segnato la vita del Paese. L’MSI da cui AN nacque fu partito di Giorgio Almirante, un gigante rispetto agli odierni nani politici ma anche il partito della non agibilità politica, delle piazze vietate, di Acca Larentia e Sergio Ramelli, del sangue nelle strade. Far confluire come niente quella storia dentro Forza Italia, ovvero la creatura politica di Dell’Utri e Publitalia, è stata una follia, oltre che in tradimento per molti.

E, soprattutto, un esperimento fallimentare, se vediamo il Paese attuale dopo vent’anni di berlusconismo e centrodestra. Se infatti CDU e CSU stanno insieme da sempre, sul tema immigrazione i bavaresi – molto più a destra dei cugini – hanno minacciato addirittura la rottura ma Alternative fur Deutschland è vista come il nemico numero uno dai centristi della Merkel. In Francia, gollisti e Front National sono acerrimi rivali, tanto che in caso di ballottaggio alle presidenziali tra un candidato socialista e Marine Le Pen, il loro voto andrà certamente al primo. Semplicemente, il centro e la destra non possono stare assieme, se non in determinate condizioni: perché il primo, storicamente istituzionale, tenderà sempre marginalizzare la seconda, smussandone gli angoli a colpi di maggioranza, visto che se la DC è stata primo partito per quarant’anni in Italia, una ragione ci sarà.

Andava capito tempo fa e bisognava essere chiari: appoggio esterno ma mani libere sugli argomenti sensibili alla nostra agenda, invece ci si è fatti infinocchiare dalle logiche consociative e tentare da ministeri e sottosegretariati. In questo, una responsabilità storicamente e politicamente enorme ricade sulle spalle di Gianfranco Fini, non a caso sparito dalla scena politica e oggi a capo di una fondazione pressoché sconosciuta. La Storia, alla fine, presenta sempre il conto. Oggi, poi, quelle differenze sono enormi, marchiane, impossibili da non riconoscere: il Cavaliere sta ormai sfacciatamente e apertamente dove trova non tanto potere, quanto protezione per il suo impero imprenditoriale: ieri era Craxi, poi è stato D’Alema, dopo ancora Renzi e oggi Gentiloni. La spinta ideale e la progettualità politica di Forza Italia sono legate più agli andamenti borsistici dei titoli della casa madre, che all’idealità politica e alla coerenza. Lo ammetto, anch’io ho creduto per un periodo che potesse funzionare ma una destra degna di questo nome, non può accettarlo.

Vi faccio un esempio chiaro di quanto sto cercando di spiegare, prendendolo dall’edizione on-line di oggi de “Il Giornale”, di fatto l’house organ di Forza Italia. Ecco il titolo: “La paura del voto innervosisce i mercati: lo spread torna a salire”. Insomma, la risalita del rendimento del nostro decennale al 2,15%, certamente non un livello allarmante, per Forza Italia è il sintomo chiaro che chi investe non vuole il voto anticipato ma che il governo Gentiloni concluda la legislatura fino a scadenza naturale. Ora, al di là del ridicolo che ammanta un’argomentazione simile quando siamo ancora in regime di QE della BCE, quindi con un backstop che nessuno avrebbe il coraggio di affrontare, “Il Giornale” non è lo stesso quotidiano che lo scorso anno pubblicò a puntate la ricostruzione di Renato Brunetta del “golpe” del 2011 contro il governo Berlusconi, orchestrato da poteri forti e banche tedesche e portato a termine proprio grazie allo spread artificialmente fatto salire a 575? Dunque, lo spread è un mezzo di lotta politica strumentale se fa cadere Berlusconi ma è un indicatore credibile se serve per mantenere in sella Gentiloni e il suo esecutivo, evitando il voto anticipato? Ma non c’è da stupirsi, sul vocabolario di Forza Italia il termine “coerenza” è sconosciuto ontologicamente, non era presente fin dall’inizio.

Di più, Silvio Berlusconi già oggi è tentato da un secondo patto con Matteo Renzi, in caso si andasse al voto nel 2018 e l’ex Napoleone di Rignano scendesse a più miti consigli sulle urne anticipate, visto che comunque resta segretario del primo partito del Paese e quest’anno e poco più che ci divide dalla fine della legislatura potrebbe utilizzarlo per tagliare rami secchi ed epurare presenze sgradite, le stesse che gli hanno fatto opposizione interna sul referendum costituzionale, di fatto defenestrandolo da Palazzo Chigi. Il congresso PD temo si tramuterà in una tonnara. Silvio Berlusconi è l’impersonificazione della nuova DC, mentre Renzi potrebbe ambire al ruolo da riformista turbo che il PCI più intransigente imputava a Bettino Craxi: insieme, sono perfetti.

Mettici quattro alfaniani, qualche altro centrista (magari verdianiani con la verginità ritrovata dopo che Renzi avrà silenziato la minoranza PD al Congresso), qualche cambia casacca e qualche ex montiano e nasce un nuovo pentapartito, in cui però a prendere le decisioni saranno solo in due: il gatto e la volpe, Berlusconi e Renzi. Una destra degna di questo nome, certe logiche non solo non può accettarle ma deve combatterle come primo nemico. Come vedete, nel parlare del Cavaliere non ho minimamente accennato agli scandali con le “olgettine” o alla pagliacciata di Ruby nipote di Mubarak, fanno parte del privato di un uomo umanamente misero e lascio che resti tale, ancorché siano atti compiuti quando era alla guida del Paese. Certo, una parte dei processi che lo ha visto imputato puzzava di accanimento politico ma resta il fatto che il conflitto di interessi era palese, un elefante nella stanza: se ora la Corte europea gli ridarà l’agibilità politica, la pantomima sarà completa e con una venatura internazionale, quasi una nuance esotica.

La mia idea di destra non è certo incarnata da Matteo Salvini, anzi, certamente più da Giorgia Meloni ma con il 5% scarso, cosa vuoi fare? Ma se il duo composto dal leader leghista e dalla presidente di FdI può creare lo strappo definitivo dall’abbraccio mortale con Forza Italia e mandare in soffitta definitivamente il tentato riavvicinamento della manifestazione di Bologna del novembre 2015, allora questo è un prodromo che crea aspettativa e speranza per una soggetto che ancora non esiste ma che avrà almeno aria e luce per cercare di diventare grande.

E per me è sufficiente per essere salutato come una vittoria. So che è una magra, magrissima consolazione ma sono tempi miseri e nella mia visione del mondo, il concetto di destra sta rinchiuso in questa frase tratta da “Cittadella” di Antoine de Saint-Exupéry (tra marzo e aprile, AGA Editrice ripubblicherà la versione completa, ve lo consiglio): “Ciò che intenderai per dovere – il nodo divino che stringe le cose – non potrà costruire il tuo impero, il tuo tempio o il tuo territorio, se non si rivela a te come necessità assoluta, e non già come un gioco delle regole mutevoli”. O è bianco o nero, tertium non datur.

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