Russia minaccia, Cina da fermare, Israele attacca in Siria. Benvenuti nella “discontinuità” di Trump

Di Mauro Bottarelli , il - 57 commenti


Le pochissime volte che ho toccato l’argomento Donald Trump dopo la sua elezione a presidente degli Stati Uniti, molti lettori mi hanno inondato di critiche perché ritenevano i miei appunti pregiudiziali: “Lasciamolo almeno insediare, prima di giudicare”, era il commento più diffuso. Ho accettato la critica e mi sono astenuto dal toccare il tasto fino ad ora ma adesso, con la conferenza stampa ufficiale e le audizioni di segretario di Stato e capo del Pentagono avvenute, mi permetto di giudicare. Perché non siamo più in campagna elettorale e, anche se all’insediamento manca ancora una settimana, ciò che un presidente e i suoi ministri più importanti dicono in veste ufficiale a Congresso e stampa, per me è vincolante rispetto al mandato politico della futura amministrazione. Quindi, mi permetto di giudicare ciò che dicono e propongono.

Prima di entrare nel vivo, soltanto una piccola digressione: se finora i mercati e gli indicatori macro statunitensi avevano festeggiato in rally l’arrivo di Donald Trump a Pennsylvania Avenue, l’approssimarsi dell’insediamento e le prime parole ufficiali sugli impegni in campo economico sembrano aver smontato un po’ gli entusiasmi, come ci mostrano questi grafici.



I quali ci dicono che l’indice principale della fiducia si è bruciato tutti i guadagni post-elezioni, il “buying climate” è piombato e il dato relativo alle finanze personali si sta schiantando. Insomma, gli occhiali dell’ottimismo e dell’aspettativa che coloravano tutto di rosa, sembra che ora abbiano lenti grigiastre. E che con l’avvicinarsi del 20 gennaio, qualcosa stia cambiando – al netto della guerra di potere in atto nel Deep State, servizi in testa – lo dimostra anche questo,

ovvero il fatto che Ladbrokes offra agli scommettitori alla pari il fatto che Donald Trump lascerà la Casa Bianca entro la fine del primo mandato, per impeachment o per dimissioni. Sempre la casa di scommesse offre anche una quota 5/1 sul fatto che Barack Obama sarà ancora presidente degli Usa nel mese di febbraio. Mentre quest’altra tabella di quote

è di PaddyPower, la quale offre a 4/1 il fatto che il presidente eletto subirà un impeachment nei primi sei mesi di mandato, arrivando alla “quota Leicester” di 500/1 sul fatto che Trump dipingerà interamente la Casa Bianca in color oro.

Finita la digressione, torniamo a bomba sulle audizioni dei due pezzi da novanta dell’amministrazione Trump, ovvero il segretario di Stato, Rex Tillerson e quello del Pentagono, il generale James “Mad dog” Mattis, tenutesi rispettivamente mercoledì e ieri. E cosa ha detto il capo della diplomazia Usa al Senato? Come anticipato nel mio articolo di qualche giorno fa, l’influenza di Henry Kissinger su Trump in materia di politica estera è confermata dal fatto che Tillerson abbia immediatamente sparato a palle incatenate contro la Cina, evitando Shanghai – per ora – e concentrandosi sulle isole del Mare Cinese Meridionale. Il segretario di Stato ha nientemeno che paragonato le ambizioni di Pechino su quelle isole all’annessione della Crimea da parte della Russia: “Gli Stati Uniti invieranno un segnale chiaro a Pechino per impedirne l’accesso a quel gruppo di isole contese, dove il colosso asiatico sta moltiplicando le sue costruzioni. Sarebbe una gravissima minaccia per l’intera economia se la Cina fosse in grado di imporre la propria volontà sui passaggi marittimi in quelle acque”.

La risposta di Pechino? Mentre Tillerson parlava, di rientro da esercitazioni militari nel Mar Cinese Meridionale, la portaerei Liaoning, orgoglio della Marina militare cinese, solcava lo stretto che separa Taiwan da Mainland China, un’aperta sfida al governo indipendentista non allineato ma, soprattutto, proprio agli Usa. Per Tilleroson, inoltre, “la Cina non è stata un partner affidabile, perché non ha usato tutta la sua influenza per mettere a freno la Corea del Nord. Pechino ha dimostrato solo un’incrollabile volontà di perseguire i suoi disegni strategici, mettendosi a volte in contrasto con gli interessi statunitensi. Dovremo affrontare la realtà per quella che è e non per quella che vorremmo che fosse”. Insomma, il bersaglio grosso è la Cina, non la Russia. Tanto più che Tillerson è amico personale di Putin ed è stato insignito nel 2013 della “Medaglia dell’amicizia”, la più alta onorificenza russa. E meno male che è amico di Putin, pensa se gli stava sul cazzo: “La Russia rappresenta un pericolo e gli alleati della Nato sono giustamente preoccupati”, ha tuonato il numero uno del Dipartimento di Stato.

E il buon James Mattis, cosa ha detto di bello al Comitato per le Forze armate del Senato? Alla domanda di quel sincero democratico di John McCain su quale grado di minaccia rappresenti la Russia, ecco la risposta del generale: “L’ordine mondiale sta subendo il più grande attacco dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a causa della Russia, dei gruppi terroristici e delle azioni compiute dalla Cina nel Mare Cinese Meridionale. Sono d’accordo con il senatore McCain sul fatto che la Russia stia cercando di spezzare e dividere la NATO. La Russia rappresenta la maggiore minaccia alla sicurezza degli USA”.

E fin qui, niente da dire: l’Isis sanno gestirlo bene e la Cina è bersaglio di una guerra più a lungo termine. Poi, rispondendo al senatore Jack Reed, ha sottolineato che “sono per il dialogo con la Russia ma dobbiamo anche riconoscere la realtà di cosa sia la Russia”. Davvero discontinuo anche il generale Mattis, niente da dire: d’altronde, mettere uno soprannominato “cane pazzo” a capo del Pentagono mi pare che avesse spiegato ante litteram quali fossero le vere intenzioni.

Il problema è che le parole di Tillerson e Mattis sono pietre, perché venivano pronunciate il giorno prima e il giorno stesso che accadesse questo:



ovvero, l’arrivo in Polonia dalla Germania dei primi convogli militari americani in ambito Nato, in quello che è già stato definito il più grande dispiegamento militare dalla Guerra Fredda. Ecco come iniziava il suo reportage sul fatto l’Associated Press: “I soldati americani sono entrati in Polonia giovedì, esaudendo un sogno che i polacchi hanno dalla caduta del comunismo nel 1989, ovvero avere truppe Usa sul loro suolo come deterrente contro la Russia”. Fortuna che la propaganda la fa Mosca, sembra l’Istituto Luce. Il Cremlino ha immediatamente definito l’operazione “un passo aggressivo lungo i nostri confini” ma la NATO ha tirato dritto e ieri mattina i convogli hanno attraverso il confine Sud-Ovest della Polonia in direzione Zagan, dove avranno la loro base. Parliamo di 3500 militari americani e 2800 fra tank, mezzi pesanti e altro equipaggiamento militare. Di fatto, la promessa di Barack Obama di “proteggere” la regione dopo i fatti di Crimea trova l’amministrazione Trump d’accordo, per bocca del suo capo della diplomazia: alla faccia della discontinuità e dell’isolazionismo non interventista promesso in campagna elettorale.

Le truppe, inoltre, saranno dislocate anche in Romania, Bulgaria e nei Paesi Baltici: il Pentagono ha intenzione di mantenere il pieno dispiegamento in Europa e infatti tutti i soldati che torneranno a casa dopo il servizio di nove mesi saranno immediatamente rimpiazzati. Domani, addirittura, l’arrivo delle truppe Usa sarà salutato con una cerimonia ufficiale a cui parteciperanno anche il premier e il ministro della Difesa polacchi (devono aver capito la lezione dopo la morte in un incidente aereo del presidente, Lech Kaczyński, il 10 aprile del 2010, durante l’atterraggio nell’aeroporto di Smolensk, in Russia. Kaczyński avrebbe dovuto partecipare alla cerimonia commemorativa del 70mo anniversario della strage di Katyn, un gesto di distensione verso Mosca che in pochi nella NATO gradirono).

E in perfetta contemporanea con il passaggio tra Germania e Polonia della truppe Usa, la Russia ha posto in allerta da combattimento nei sobborghi di Mosca una batteria di missili terra-aria equipaggiata con il nuovo sistema di difesa aerea S-400, come ci mostra questo video.

S-400 missile defense regiment take up combat duty near Moscow

Il ministero dell’Informazione russo ha confermato che “le squadre da combattimento delle forze aerospaziali della regione di Mosca hanno messo in servizio i nuovi sistemi di difesa missilistica S-400 Triumph e ora questi sono in modalità combat duty per la difesa di Mosca e della regione industriale nel centro della Russia”. Stando a un’indiscrezione, durante l’anno appena cominciato entreranno in servizio altre quattro unità Triumph: “Con questi complessi, siamo in grado di distruggere obiettivi sia in mare che di terra, a una distanza di 350 chilometri per i bersagli acquatici e 450 per quelli terreni”, ha confermato il ministro della Difesa russo, Sergey Shoigu. Io tutta questa aria di pace e di distensione non la percepisco, magari però mi sbaglio.

E che dire del fronte mediorientale? Con mossa da democristiano della prima ora, Donald Trump ha nominato suo genero, Jared Kushner, consigliere senior alla Casa Bianca con delega proprio sugli accordi commerciali e il Medio Oriente. Kushner è rappresentante di una nota famiglia ebrea ortodossa del New Jersey ed è noto a tutti il particolare occhio di riguardo che il presidente eletto intende avere per Israele, a partire dalla decisione di spostare l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme fino alla furiosa reazione del tycoon alla risoluzione ONU sugli insediamenti. Trattasi certamente di coincidenza ma negli ultimi giorni Israele è entrata per la prima volta nel mirino dell’Isis, quando un attentatore è piombato con un camion in perfetto stile Nizza su alcuni soldati a un posto di blocco a Gerusalemme Est, uccidendone quattro. Il colpevole è un arabo con cittadinanza israeliana, però e a lanciare il nesso diretto con lo Stato Islamico non è stato un rabbino ortodosso ma il presidente in persona, Benjamin Nethanyau: “Conosciamo l’identità dell’attentatore, secondo tutti i segnali è un sostenitore dell’Isis”.

Quindi, d’ora in poi, ancora più mano libera, con il placet benedicente della Casa Bianca. Ieri notte, poi, l’aeroporto militare di Damasco, a Mezzeh, vicino al palazzo presidenziale, è stato colpito da missili provenienti probabilmente da Israele. L’obiettivo del raid erano depositi di armi e munizioni che Tel Aviv ritiene destinate ad Hezbollah: le forze armate israeliane non hanno né confermato né smentito il blitz, come di solito fanno in questi casi. Damasco ha accusato apertamente Israele e minacciato ripercussioni e fonti non confermate parlano di “ufficiali dell’esercito siriano rimasti uccisi nel raid”. Ma guarda un po’, si vede che l’aria è già cambiata a Washington. E, state tranquilli, non ci vorrà molto prima che l’uranio inviato dalla Russia in Iran, con il beneplacito di Barack Obama, diventi materia di scontro. Meno male che c’è Donald Trump, uno che – se il buongiorno si vede dal mattino – mantiene le promesse. Spero vivamente di essere smentito dai fatti.

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